domenica, Febbraio 17

Turchia: la scommessa di Erdogan field_506ffbaa4a8d4

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Il fallito colpo di Stato ad Ankara e le vicende che lo hanno seguito hanno scavato un solco profondo fra gli Stati Uniti e la Turchia, già ‘alleato di ferro’ di Washington nel Mediterraneo e componente importante dell’Alleanza Atlantica sia per numeri che per collocazione strategica. La prudenza con cui la Casa Bianca ha accordato il proprio sostegno al Presidente ‘democraticamente eletto’ Erdogan e le successive accuse che importanti figure del governo turco hanno rivolto agli USA per l’ospitalità offerta al leader del movimento ‘Hizmet’, Fethullah Gulen, hanno contribuito a rendere rovente una crisi culminata nell’isolamento per alcune ore della base aerea di Incirlik, snodo-chiave per le attività militari statunitensi nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente. Sebbene rientrata, la crisi di Incirlik ha messo a nudo quanto siano difficili, oggi, i rapporti fra due partner che, negli corso degli anni, si sono fatti sempre più diffidenti l’uno nei confronti dell’altro. Il recente riavvicinamento della Turchia alla Russia, a Israele e alla Siria di Bashar Assad ha contribuito ad aggiungere ulteriore confusione a uno scenario già complesso e ha legittimato – intorno agli avvenimenti degli ultimi giorni – la ridda delle più diverse interpretazioni.

La domanda più o meno sottesa a tutte queste interpretazioni è: che traiettoria prenderà, ora, la Turchia? La repressione su larga scala che ha seguito il mancato putsch e che ha interessato – oltre alle forze armate e alla polizia – larghi settori della magistratura, della pubblica amministrazione e dell’intellighenzia nazionale appare destinato a consolidare ulteriormente la presa di Erdogan sulle istituzioni politiche e sociali del Paese. Il rischio di una deriva autoritaria è già stato richiamato sia in sede UE, sia NATO. Il Segretario di Stato Kerry ha sottolineato come il rispetto dei principi democratici e la tolleranza verso il dissenso siano requisiti essenziali per l’appartenenza all’organizzazione e come questa ‘misurerà’ il modo in cui il governo di Ankara saprà adattare le necessità della sicurezza interna con tali requisiti. Il Dipartimento di Stato e lo stesso Kerry hanno chiarito che le dichiarazioni non preludono in alcun modo a un’uscita della Turchia dalla NATO e che la sua appartenenza all’organizzazione non è, in questo momento, a rischio. Tuttavia, il fatto che il problema sia stato sollevato è in sé indicativo del disagio dell’Alleanza di fronte alla crescente radicalizzazione del suo ex bastione sud-orientale e alle conseguenze che ciò può avere sul quadro di sicurezza regionale.

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