lunedì, Ottobre 21

Turchia: Imamoglu si prende Istanbul, ultimo avviso per Erdogan? "Non è detto che sia l’inizio della fine del Presidente turco, però sicuramente è un grosso segnale"

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Notte di festeggiamenti a Istanbul per l’esito della seconda elezione del sindaco di Istanbul avvenuta ieri, a pochi mesi dalla prima (31 marzo) annullata per ‘presunte illegalità’ dalla Commissione Elettorale Suprema della Turchia (YKS), dopo le contestazioni e le pressioni del Presidente Recep Tayyip Erdogan. Forse anche per questo l’affluenza è stata enorme: l’84,41% pari a quasi 8,8 milioni di persone su circa 10,5 milioni di aventi diritto. A spuntarla, il candidato 49enne del Partito popolare repubblicano (Chp), Ekrem Imamoglu, che con il 54% dei voti ha battuto l’esponente del partito di governo, Giustizia e lo Sviluppo (Adalet ve Kalkinma PartisiAKPBinali Yildirim, molto vicino ad Erdogan. Uno scarto di 777.580 voti che supera di gran luca il dato di 13.729 voti del voto annullato del 31 marzo, ma sufficiente a riportare il partito repubblicano al governo di Istanbul dopo 25 anni. Per accogliere il neo-sindaco, in migliaia si sono riversati in piazza a Beylikduzu, la municipalità alla periferia della città turca che ha governato negli ultimi cinque anni.
Grande enfasi ha caratterizzato anche l’inizio della settimana in Borsa, con la lira turca in rialzo dello 0,7% sul dollaro e con il Bist 100 di Istanbul, l’indice delle società a maggiore capitalizzazione, che ha aperto con un rimbalzo del 2,31%. «Questa non è una vittoria, ma un nuovo inizio» ha esordito il vincitore repubblicano, spiegando come «oggi abbiamo chiuso una vecchia pagina e ne abbiamo aperto una nuova. Lavorerò senza escludere nessuno» e come «l’ora della democrazia si era purtroppo interrotta il 31 marzo, ma adesso è ripartita». Non sono mancate le congratulazioni di Erdogan che ha ricordato che «oggi la volontà della nazione si è manifestata ancora una volta».
Bruciante, tuttavia, si potrebbe definire l’esito delle elezioni di ieri per il Presidente turco, il cui partito perde una città di oltre 15 milioni di abitanti, con un bilancio di quasi 60 miliardi di lire turche e un debito di oltre 22 miliardi di lire turche. Il sindaco è chiamato a gestire solo il 40% del bilancio consolidato della città, mentre il 60% del budget è nelle mani di 28 società private, variamente legate ad Erdogan. Una città simbolo per Erdogan, il cui avvento in politica inizia proprio dall’amministrazione di Istanbul alla metà degli anni ’90. Da quel momento in poi, l’AKP ha sempre coltivato, come ricordato, la propria presenza locale attraverso le organizzazioni e le fondazioni che, una volta ricevuti i contributi statali, si sono legate al partito, vedendosi affidati alcuni dei più grandi progetti infrastrutturali, come la costruzione del terzo ponte sul Bosforo o la più recente inaugurazione del nuovo aeroporto della città che, con l’obiettivo di divenire il più grande al mondo entro il 2027, dovrebbe avere una superficie di 76,5 chilometri quadrati e la cui costruzione, a fronte di 1.2 miliardo di euro di un investimento, dovrebbe creare 225000 posti di lavoro. Tra i progetti edili, anche la costruzione di moschee come quella mastodontica di Çamlıca, recentemente inaugurata ed in grado di ospitare circa 63000 fedeli.
Ora, a conquistarla, Imamoglu, un candidato repubblicano, laureato in economia e grande appassionato di calcio, il cui motto «andrà tutto bene» (#HerŞeyGüzelOlacak), divenuto virale, ha dominato la campagna elettorale Al suo fianco, la signora Dilek, 45 anni e tre figli, laureata e in prima linea in difesa dei diritti delle donne, dal look semplice, ma non scontato. «Quando ho iniziato a concorrere come sindaco lo scorso anno, avevo davanti a me un oppositore esperto e conosciuto. Eppure ho creduto di vincere perché avrei coinvolto le persone direttamente, a prescindere dalla loro ideologia, dimostrando che la diversità può essere un segno di forza e non una debolezza», ha reso noto Imamoglu in un articolo pubblicato dal Washington Post.

Non va poi dimenticato la contingenza in cui ha avuto luogo il voto: la Turchia si trova in piena crisi economica, con un’inflazione galoppante (20%), in piena polemica con il Fondo monetario internazionale verso il quale non sono mancate parole di sdegno e di discredito da parte del Presidente turco; sempre più in bilico sembrano le libertà, con migliaia di oppositori politici, giornalisti in carcere, soprattutto dopo la riforma costituzionale, in seguito al golpe del 2016, che pone quasi tutte le leve del potere in mano di Erdogan. Si può sperare che sia iniziato un nuovo capitolo della storia della Turchia? La parabola del leader dell’AKP ha iniziato la sua fase discendente? Come interpretare il voto amministrativo di Istanbul? Lo abbiamo chiesto ad Antonello Biagini, Professore emerito di Storia dell’Europa Orientale presso l’Università La Sapienza di Roma, oltre che Presidente della Fondazione Roma Sapienza,

 

L’84,41% pari a quasi 8,8 milioni di persone su circa 10,5 milioni di aventi diritto, si è recato alle urne. Con il 54% dei voti, Imamoglu è uscito vincitore. Come spiega questo risultato? Quanto ha pesato l’annullamento della prima elezione?

Il voto a favore di Imamoglu è stato molto influenzato dall’ingiusto e illegale annullamento delle elezioni. Ha portato consensi al candidato repubblicano piuttosto che farglieli perdere. E’ stato un errore politico di Erdogan e del suo staff lavorare affinché venissero annullate quelle elezioni. Poi sento qualche elemento di irregolarità ci poteva essere, ma comunque è stato un errore. Non è detto che sia l’inizio della fine di Erdogan, però sicuramente è un grosso segnale perché la cosa interessante delle lezioni di ieri è che hanno votato in massa il candidato che ha vinto i quartieri popolari e più tradizionalisti sul piano religioso. Questo perché se la media borghesia turca forse qualche anno fa può aver dato un po’ di voti quando si è presentato all’inizio come un personaggio che pur avendo un’ispirazione religiosa intendeva rimettere ordine nella situazione turca, nell’economia, che cominciò a marciare con ritmi notevoli, poi, come sempre, il potere autoritario finisce per distruggersi da solo. Uso il termine autoritario perché comunque sia alle lezioni in Turchia si sono fatte mentre il sistema totalitario non consente nemmeno agli oppositori di presentarsi. Invece in questo caso come abbiamo visto si sono presentati, ma l’altro fatto simbolico è che Erdogan è stato il sindaco di Istanbul. Quindi è stato sconfitto proprio in quella città che, in qualche modo, lo aveva consacrato ed investito del compito di modificare il sistema turco. Io credo che un altro elemento che ha influito sulla sconfitta del candidato dell’AKP sia la non più rilevanza di Erdogan sul piano internazionale.

Quali sono stati i punti di forza di Imamoglu, candidato semi-sconosciuto fino a pochi mesi fa? In molti hanno fatto riferimento alla sua abilità comunicativa, alla quale avrebbe contribuito la moglie? 

Il punto di forza fondamentale che lui rappresentava l’opposizione. Però ha saputo rappresentarla senza estremismi. Ha rappresentato l’opposizione come in tutti sistemi democratici dove ad un programma se ne contrappone un altro. Certamente Un ruolo importante lo ha avuto la comunicazione elemento che come sappiamo, fin dal 1900, condiziona l’attività politica e sappiamo come la condizioni ancor di più oggi. Inoltre, nell’operazione di epurazione fatta da Erdogan dopo il presunto golpe, tutti quelli che sono stati messi fuori contribuiscono ad alimentare quella che è l’opposizione al suo sistema di governo. Pensiamo al bavaglio nei confronti della stampa: spesso si commette l’errore di pensare che limitarla sia abbia un maggiore vantaggio, ma non è così perché se lasci la libertà di stampa puoi anche contrattaccare, quando, invece, la riduci, la critica non si esprime e quindi sotterraneamente il malcontento aumenta. Teniamo poi conto che la Turchia sta traversando una crisi economica e tutti i consensi che Erdogan si era guadagnato avevano molto a che vedere con la politica sociale anche di un certo peso e validità da lui adottata e che si basava su risorse economiche che aumentavano. Ma nel momento in cui questo processo si ferma, è chiaro che ci si comincia ad interrogare. C’è poi da considerare la perdita di smalto nel condurre la politica estera. Quindi tra epurazioni, strapotere personale, qualche scandalo che ha coinvolto anche la sua famiglia, è chiaro che tutto questo è andato ad ingrassare le file dell’opposizione. In più, Imamoglu, anche giovane dal punto di vista anagrafico, e questo aiuta, con una struttura semplice, ma appartenente alla fascia media della popolazione turca, ha avuto gioco facile a conquistarsi il consenso dell’elettorato.

Imamoglu, in questo modo, è riuscito a coinvolgere le aree più diverse dell’elettorato? Da quella più religiosa a quella più laica? 

Direi proprio di sì e questo è un po’ nella tradizione del Partito Repubblicano.
Anche la minoranza curda?
Certo anche perché era l’unica alternativa possibile ad Erdogan. Del resto, o si astengono o vanno all’opposizione. Poi certamente non è così semplice visto che anche in epoche di potere repubblicano non è che i curdi abbiano mai avuto una grande attenzione da parte del potere turco. Però, sicuramente, in questo momento ne hanno ancora meno da parte di Erdogan che ce l’ha non tanto con i curdi ‘interni’, che comunque vengono maltrattati, quanto piuttosto con i curdi ‘esterni’, (siriani, ecc.) che, facendo parte quasi di uno Stato autonomo, non sono certo ben visti. I curdi non possono stare con  Erdogan, ma non solo per il PKK o per la tradizione indipendentista, ma anche perché sono stati maltrattati anche da questo governo.
Binali Yldrim ha scontato di più l’essere il candidato di Erdogan o l’inadeguatezza amministrativa?
Direi entrambi gli elementi. Bisogna sempre ricordare tutta la vicenda di Gezi Park, l’occupazione, sono tutte operazioni che restano impresse soprattutto in una città come Istanbul che, con la grande festa di ieri sera, è tornata a vivere di notte, cosa che si era andata perdendo negli ultimi anni. Quindi sono tutti simboli apparenti, ma non secondari.
Questa vittoria di Imamoglu potrebbe avere un effetto rafforzante, di rinascita per l’opposizione? 
Questo è difficile da stabilire. Bisognerà vedere le contromosse del governo centrale nel senso che potrebbe creare comunque difficoltà al sindaco di Istanbul, impedendogli di governare. Tuttavia, con i risultati avuti, è improbabile tant’è vero che Erdogan è stato costretto a riconoscere la vittoria. Bisognerà vedere come e se anche nelle altre città l’opposizione riuscirà ad organizzarsi allo stesso modo del caso di Istanbul. Istanbul era una città abituata a vivere liberamente sotto tutti i punti di vista. Certo è difficile che Erdogan perda la Turchia interna perché è molto più legata alla tradizione e alla religione. Nelle grandi città, invece, vedremo come andrà. Non bisogna poi dimenticare che ci potrebbero essere delle controreazioni. Certamente sul piano locale è più facile che il partito di Erdogan perda rispetto al piano nazionale. Può darsi che, nonostante i colpi inferti alla Costituzione negli ultimi anni, il sistema possa aver conservato quel sano virus della democrazia che porti anche ad un cambiamento che non significa perseguitare gli avversari, ma significa una diversa modalità di governo. Una democrazia si ha con una maggioranza e un’opposizione: se manca una delle due, non è democrazia.
In che modo Erdogan potrebbe mettere i bastoni tra le ruote all’amministrazione di Imamoglu, considerando l’immane debito della città di Istanbul?  
Sicuramente sulla distribuzione delle risorse. Chi detiene il potere centrale anche una certa disponibilità ad utilizzare le risorse. Però questo potrebbe essere anche un ulteriore errore che, una volta conosciuto, potrebbe rafforzare l’opposizione, facendola, magari, diventare maggioranza.
Imamoglu potrebbe aspirare a candidarsi alla Presidenza nel 2023? 
Bisogna aspettare qualche mese per vedere come, nei prossimi mesi, imposterà l’amministrazione di una città importante e complessa come Istanbul. Se facesse delle scelte giuste, potrebbe avere una sorta di viatico verso la Presidenza. Ma è veramente difficile dirlo adesso anche perché gli elettorati, come abbiamo visto anche in Turchia, sono diventati molto più mobili rispetto al passato.
Di certo, per Erdogan perdere Istanbul significa perdere una parte importante della macchina del proprio partito. Dall’esperienza di sindaco in poi, Erdogan non ha mai smesso di guardare con attenzione ad Istanbul. Erdogan ha poi sempre molto coltivato la presa dell’AKP su Istanbul: pensiamo ai fondi per i fedeli del partito, i contratti per le costruzioni o per l’editoria locale. 
Nessuno se l’aspettava, 25 anni fa, che vincesse e diventasse sindaco della città più avanzata della Turchia un leader che si rifaceva ad uno schema così religioso. Istanbul era simbolicamente importante all’epoca e lo è altrettanto adesso. Poi bisogna vedere i simboli come si convertono. Nel caso di Erdogan, questa presa di Istanbul si è tradotta in tutto quello che sappiamo degli ultimi vent’anni. Per questo è importante vedere le prime scelte che Imamoglu farà. Potrebbe variare molto e deludere le aspettative, causando un vero e proprio disastro con un ‘reflusso’ elettorale. Potrebbe indovinare e quindi cambiare la situazione e, nel caso ci fossero elezioni politiche, potrebbe continuare a vincere il partito di Erdogan, ma in modo molto più ridimensionato.
Pensa che ci possa essere un ulteriore stretta sulle libertà?
Erdogan è un uomo per certi versi indecifrabile. Per esempio le scelte che ha fatto dopo il presunto golpe, sono obiettivamente sbagliate e politicamente per niente azzeccate. Può aver senso se tu costringi l’avversario a fuggire, ma se tu gli togli il lavoro o la sua ragione sociale di esistere, è chiaro che quell’avversario non è solo. È chiaro che questo crea un disagio. E coloro che avevano pensato che Erdogan potesse risolvere dei problemi, è costretto a cambiare parere.
A livello di partito e di governo, Erdogan cambierà qualcosa della sua strategia? 
Questo lo vedremo nelle prossime settimane. Secondo me, si giocherà un po’ tutto sulle prime scelte sia di Erdogan sia dì Imamoglu. Da queste scelte si capirà se andranno verso lo scontro oppure verso una sorta di composizione nel senso di non necessario contrasto.
Erdogan potrebbe ritenere necessario un rimpasto di governo?
Al momento non saprei rispondere.
Ed indire elezioni anticipate?
Credo che sarebbe un errore. Se Erdogan non da il tempo a questo sindaco anche di commettere errori, è chiaro che quello diventa sempre più forte. Lo abbiamo visto nel tempo tra la precedente elezione e questa. Se indicesse delle elezioni anticipate, l’avversario potrebbe raccogliere ancora più voti perché l’opinione pubblica si convincerà che questa opposizione non è tanto inadeguata.
Nella politica estera, cosa cambierà? Avremo un Erdogan ridimensionato?
Sul piano internazionale, Erdogan è retrocesso, è tornato ad essere quello che la Turchia è sempre stata, una potenza regionale importante, soprattutto quando c’erano i due blocchi. Erdogan ha provato a darsi prestigio, modificando l’alleanza con gli Stati Uniti e poi sulla questione della Siria. Tuttavia, il vantaggio finale di tutta questa sovraesposizione internazionale non è stato così proficuo perché poi i russi, nelle varie declinazioni, sono comunque, in un certo senso, un nemico storico, ma anche ideologici. Ciò detto, l’alleanza con Putin che è stata saluta come una vittoria diplomatica perché riponeva la Turchia al centro delle relazioni internazionali, ma tutto questo non ha avuto grandi risultati. È tutto ciò non può non aver avuto effetti negativi tant’è vero che, negli ultimi tempi, non abbiamo visto Erdogan e i suoi uomini particolarmente presenti sul piano internazionale. Queste cose poi, in un certo qual modo, si pagano come abbiamo visto in queste elezioni. È difficile dire cosa farà Erdogan: di certo, quando si subisce una sconfitta così bruciante, dovrebbe fare una riflessione, capire dove ha sbagliato e poi correre ai ripari. Invece chi come Erdogan incarna questo tipo di potere, anche così a lungo, è incapace di fare autocritica, continuando nell’errore, portando, poi, gli avversari alla vittoria.
Considerato l’esito del voto e tenuto conto delle tante leve del potere ancora nelle mani di Erdogan, la strada verso la democrazia compiuta è ancora lunga?
C’è un recupero di quel gioco democratico che in fondo aveva caratterizzato, con molte difficoltà, gli anni precedenti all’arrivo di Erdogan. Questo germe democratico è arrivato sin qui tanto che ha consentito questo risultato. Un leader avveduto prende atto della sconfitta e si regola di conseguenza. Forse, i tanti anni in cui ha incarnato il potere stanno veramente terminando perché ha fatto un po’ il suo tempo? E quindi anche quella presa che aveva avuto all’inizio con temi semi-religiosi probabilmente non attecchiscono più sull’opinione pubblica e ne ha pagato le conseguenze elettoralmente.

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