giovedì, Dicembre 12

Turchia: il Referendum è una balla e ci abbiamo creduto

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Ma continuiamo con i fatti. Il Paese è allo scontro. La tensione è tangibile. Gli anni degli attacchi del PKK aleggiano nell’aria: l’ultimo messaggio del gruppo è stato recapitato alla centrale di Polizia di Diyarbakir non più di tre giorni fa. C’è da chiedersi se vincente o perdente, per Erdogan non sia che l’inizio della fine. Il Presidente turco ha usato la paura, additando i sostenitori del No come terroristi, alleati del PKK o di Gulen; ha usato la religione, propugnando al contrario lo stesso populismo che sta attaccando le nostre democrazie in Europa. Ma Erdogan gioca con il fuoco. Un conto è utilizzare le istanze dei numerosi gruppi etnici presenti in Turchia, un conto è giocare con una base così sfuggente. Una base che non categorizza le persone, ma che si fonda su una radice.

Edward Said nel 1978 scrisse un libro titolato ‘l’Orientalismo’. Nella pagine del libro c’era la denuncia di un Occidente incapace di comprendere l’Oriente come un insieme di fenomeni in movimento. Un Occidente pigro, un Occidente che propone una visione del Medio Oriente razzista e fondata su falsi miti per giustificare il colonialismo economico. Erdogan sta dando in pasto al suo elettorato la stesa visione. E’ l’Occidentalismo. In un’ottica così ampia com’è possibile considerare il Referendum come un passaggio fondamentale, non lo è.

Dopo un decennio in cui la Turchia si stava abituando all’idea di un’integrazione europea, l’AKP ha deciso di recidere i legami, almeno quelli sociali, in contrasto con gli obiettivi di medio termine. Una generazione di turchi che aveva cominciato a respirare l’aria di Bruxelles, grazie anche a programmi di Erasmus, è stata lasciata a piedi. Sacrificata sull’altare della politica.

Tutto questo è già successo. Questi fatti sono storia ormai. Il Referendum è stato già spolpato da qualsiasi significato politico. Rimane il significato morale. L’Europa, in silenzio durante questi anni, consapevole della strada intrapresa da Ankara e compiacente per la questione immigrazione, adesso si fa paladina dei sentimenti, mentre Il concreto sembra non interessare.

Il bullismo comunicativo di Erdogan è l’unica arma rimasta al Presidente per polarizzare la società e vincere. Ma su cosa regnerà? Probabilmente su delle rovine. Lo squarcio aperto volutamente non è più ricucibile, neanche grazie ad uno spiccato pragmatismo.

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