lunedì, Maggio 20

Turchia: il fallito Colpo di Stato e l’ascesa di una dittatura

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Proprio la volontà del Governo di Ankara di svolgere comizi a favore del referendum in Paesi stranieri ha portato a forti conflitti diplomatici con diversi membri dell’UE. Gli scontri più violenti si sono avuti con Germania, Austria e Paesi Bassi: in più occasioni, di fronte al rifiuto dei Governi di concedere agli emissari di Ankara di fare campagna elettorale sul proprio territorio, Erdoğan ha risposto con parole pesantissime, come l’accusa di nazismo rivolta alle classi dominanti europee.

Il fatto di non aver potuto svolgere comizi di propaganda in Europa, con lo strascico di polemiche che dura ancora adesso, non ha impedito ad Erdoğan di vincere il referendum e di far approvare una riforma costituzionale molto discussa. La vittoria al referendum, però, non è stata quel trionfo sperato dall’AKP: il Paese risulta spaccato in due, con una parte che sostiene fortemente il suo nuovo ‘Sultano‘, ed un’altra che, al contrario, lo osteggia duramente.

Di certo, la forte crescita economica, favorita dagli investimenti in infrastrutture volute dal Governo di Erdoğan, è un fattore che gli ha garantito un ampio consenso: la gran parte dei turchi è perfettamente consapevole della corruzione presente dietro gli investimenti infrastrutturali del Governo; nonostante ciò, la gestione autoritaria dell’AKP ha garantito sicurezza e stabilità contribuendo a cementare una forte fetta di consenso attorno all’uomo forte. A questo va aggiunto che, nonostante l’AKP sia un partito di ispirazione religiosa, Erdoğan ha fatto presa più sui nazionalisti che non sugli islamisti: il suo è un atteggiamento che piace a chi si riconosce in un’idea di patriottismo e di salvaguardia di un presunto ‘interesse nazionale’: in quest’ottica, chiunque non sia allineato con il Governo, siano i seguaci di Gülen o i militanti del Partîya Karkerén Kurdîstan (PKK: Partito dei Lavoratori del Kurdistan), è considerato come un traditore da combattere duramente.

La questione presenta un un problema dal punto di vista internazionale. Il contrasto di Ankara con i curdi, specie ora che questi stanno guadagnando una forte area di influenza nel nord dell’Iraq (a breve è previsto un referendum per l’indipendenza), rende complessa la collaborazione con gli USA e la Russia che, nella lotta contro lo stato islamico, hanno nella Turchia un prezioso alleato ma, allo stesso tempo, sostengono i guerriglieri curdi contro Daesh. Allo stesso tempo, il rapporto del Governo di Erdoğan con i miliziani del califfato è stato, in varie occasioni, più che ambiguo e l’intervento delle truppe turche contro le formazioni curde nel nord della Siria ha, in passato, favorito gli islamisti.

La ricerca di una trattativa con i curdi, al momento, sembra molto improbabile perché la riforma approvata tramite il referendum non esclude la ‘coabitazione’ (ovvero la presenza, allo stesso tempo, di un Presidente e di un Primo Ministro appartenenti a differenti forze politiche): proprio per questo, per il Presidente è fondamentale che l’AKP vinca le elezioni che si dovrebbero tenere nel 2019 e, quindi, Erdoğan non può assolutamente permettersi di inimicarsi quell’elettorato nazionalista che è diventato lo zoccolo duro del sostegno al suo Governo.

D’altro canto, il perdurare dello stato d’emergenza e le continue violazioni dei diritti civili (si parla addirittura di reintrodurre la pena di morte nel Paese), da un lato, e il fatto che poco meno della metà dei turchi si oppongano al Governo dell’AKP, dall’altro, rendono la possibilità di nuovi scontri violenti, se non di una vera e propria guerra civile, non del tutto improbabile.

Il 15 giugno scorso, a dimostrazione che l’opposizione esiste ancora, è partita una marcia che ha visto migliaia di persone muoversi, in pieno Ramadan, a digiuno, senz’acqua e sotto il sole rovente, da Ankara ad Istanbul: è stata chiamata la ‘Marcia per la Giustizia’. Questa imponente dimostrazione, nata dall’iniziativa del Presidente del CHP, Kemal Kiliçdaroğlu, si è conclusa il 9 luglio con una manifestazione dove, senza alcuna insegna politica che non fosse la Bandiera della Repubblica Turca, è stato chiesto con forza che venga posto fine allo stato d’emergenza.

Oggi, alla vigilia dell’anniversario di quel tentativo di Colpo di Stato che ha cambiato la storia turca, si attende di capire quale sarà il futuro di questo Paese chiave per la politica dell’intera area mediorientale.

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