lunedì, Settembre 23

Turchia, i passi avanti di Erdogan nella libertà di religione Nonostante il carattere Islamico dell’AKP, la Turchia di Recep Tayyip Erdogan ha favorito una maggiore libertà religiosa. A parlarcene alcuni membri di un think tank turco con sede ad Ankara

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Nel maggio del 1453, dopo quasi due mesi di combattimenti, Costantinopoli venne riconquistata dai Turchi Ottomani sotto il comando di Maometto II, sancendo la fine dell’Impero Romano d’Oriente. Da allora, la città fondata da Costantino fu rinominata Istanbul. Sotto l’Impero Ottomano la città sul Bosforo si trasformò in un centro di tolleranza religiosa, abitata da cristiani, musulmani ed ebrei. Oggi, a quasi 100 anni dalla caduta dell’Impero Ottomano, la moderna Repubblica turca fondata nel 1923 continua a posizionarsi al centro di due mondi, occidente ed oriente, sempre alla ricerca di una o dell’altra identità, ma con un’appartenenza religiosa molto chiara. Nonostante il secolarismo voluto dal Padre della Turchia, Mustafa Kemal Ataturk, la Turchia rimane un Paese a maggioranza musulmana sunnita, al cui interno,però, continuano ad esistere molte minoranze religiose.

Ed è proprio al pluralismo religioso turco e alla necessità da parte di Ankara di tutelare le molte minoranze presenti nel Paese,che l’Europa ha fatto appello nel ribadire le condizioni per l’ammissione della Turchia all’Unione Europea. Negli anni che seguirono il summit di Helsinki del 1999, quando la Turchia ottenne una ufficiale candidatura di ammissione alla UE, Ankara, sotto la guida dell’AKP, Adalet ve Kalkınma Partisi, arrivato al potere nel 2002, diede una significativa spinta al soddisfacimento delle richieste di Bruxelles, impegnandosi nel promuovere un maggior rispetto dei diritti umani e la tutela di altri credi. Nonostante, infatti, la moderna Repubblica turca fosse nata sulle solide basi del laicismo, le attività religiose di gruppi ed individui erano sempre state fortemente limitate, sia nella sfera politica che in quella sociale.

Dopo l’arrivo dell’AKP, (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), Ankara ha conosciuto un netto cambio di rotta in tal senso. Le riforme messe in atto dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo hanno portato allo stabilirsi di associazioni sulla base di razza, etnia, religione, sette e di altri gruppi di minoranza. Si è dato maggiore impulso alla costruzione di santuari oltre a moschee. Nel 2008 e nel 2011, la ‘Legge sulle Fondazioni’ ha permesso a varie comunità religiose di riacquisire, registrare e restaurare le loro proprietà. Inoltre, negli anni 2000 le autorità di Governo hanno iniziato un processo di  dialogo con le comunità cristiane.

In un mosaico culturale così complesso come la Turchia, gli sforzi dell’AKP hanno accresciuto il supporto dei cittadini non musulmani per il partito di Recep Tayyip Erdogan. Tante sono infatti le minoranze religiose con cui Ankara deve confrontarsi. Degli 80 milioni di abitanti, tra i 20 e 25 milioni apparterrebbero alla minoranza alauita. Ci sarebbero poi meno di 150.000 cristiani, appartenenti a vari gruppi, tra cui Armeni, Greci Ortodossi, Siriani Cristiani, Protestanti, Cattolici Romani, in tutta la Turchia. La comunità ebraica invece comprende meno di 20.000 persone. Vi sono poi altre piccole comunità religiose, come la comunità Bahà’ì. Secondo il rapporto annuale della commissione USA sulla libertà religiosa del 2017, la Turchia ha fatto notevoli passi avanti per migliorare la libertà religiosa nel Paese. Dal gennaio 2017 le nuove carte di identità, a seguito di una legge voluta dal Parlamento, non mostrano più l’appartenenza religiosa, pratica considerata discriminatoria da parte della Commissione Europea per i Diritti Umani. Nel campo dell’educazione, nonostante gli studenti non musulmani siano esenti dal partecipare alle classi obbligatorie di ‘cultura religiosa e conoscenza morale’, voluti dal Ministero per l’Educazione, i ragazzi devono spesso dichiarare la loro affiliazione religiosa, portando, in alcuni casi, ad un ostracismo sociale.

La questione della libertà religiosa in Turchia va innanzitutto analizzata attraverso una prospettiva storica. Al tempo della nascita della Repubblica Turca, negli anni 20, il concetto di secolarismo era molto restrittivo ed oppressivo nei confronti delle religioni. Vi era il bisogno di trovare un’ideologia unificante per la neo-nata Repubblica. Solo dopo il 1950, durante le elezioni multi partitiche, si è iniziato a vedere un piccolo miglioramento. Tuttavia, dopo gli anni 2000 ci sono stati considerevoli passi avanti nella libertà di religione. Nell’ambito delle richieste dell’Unione Europea per l’ammissione della Turchia, l’AKP ha dato ulteriori diritti alle comunità cristiane e non solo”, commenta un membro dell’Associazione per il Pensiero Liberale, think tank turco con sede ad Ankara. “Molte proprietà religiose sono state restituite, e sicuramente vi sono ancora molti passi da fare, ma la situazione rispetto ai governi precedenti è senza dubbio migliorata, sia per le comunità religiose che per le minoranze”. Il fallito colpo di Stato del 2016 ha però destabilizzato il clima politico. “La situazione è cambiata in negativo. Lo stato di emergenza dichiarato dal Presidente ha dato priorità a politiche di sicurezza, lasciando in secondo piano le questioni legate ai diritti umani. Tuttavia, credo sia sbagliato dire che vi sia un target specifico verso le minoranze, o che esista la volontà, da parte del Partito di colpire gruppi o comunità specifiche”.

Un altro membro ha aggiunto: ”Nel complesso negli ultimi 15 anni la libertà religiosa in Turchia è notevolmente migliorata. Al tempo in cui Erdogan era Primo Ministro vi è stato anche un tentativo di riavvicinamento con la comunità cristiana greca a seguito di una sua visita in Grecia in cui invitava i greci a ritornare in Turchia. Una mossa storica, simbolo della volontà del Governo di fare passi avanti per tutte le minoranze”. Relativamente alla questione curda, hanno commentato: “Anche in questo senso, l’AKP nei primi anni del suo Governo ha tentato di iniziare un processo di pace con il PKK, un tentativo certo rivoluzionario se consideriamo la lunga storia di conflitti tra le due parti. Il processo è però fallito, a causa della mancanza di volontà da parte del PKK di raggiungere un accordo. Credo che in tal senso il governo turco abbia raggiunto una certa superiorità morale. Il PKK non può più dichiare di rappresentare la minoranza curda, di lottare per loro e per i loro diritti. A questo punto dovremmo sconfiggere il Pkk prima e differenziare rispetto a quello che sono i diritti dei curdi. Si può dire che vi sia stato un miglioramento per la minoranza curda ed i loro diritti. Fino agli anni 2000, per esempio, era proibito parlare curdo, oggi invece abbiamo persino una tv curda. Quando ero un bambino alla scuola elementare, ero timoroso nel parlare della mia etnia, ero spaventato, non sapevo come l’insegnante o i miei compagni avrebbero reagito. C’era un forte curriculum di indottrinamento, e mi sentivo molto male per il fatto di non essere totalmente turco; ma ora le cose sono cambiate. Si può dire che il maggior pericolo per i curdi sia ora il PKK, e non il governo turco. Abbiamo sicuramente ancora molti problemi legati ai diritti umani, ma di passi avanti ne sono stati fatti, e posso dire che la situazione stia lentamente migliorando.”

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