venerdì, Settembre 18

Turchia ‘fabbrica’ degli USA e trampolino per l’Africa? La business community turca al lavoro per posizionare la Turchia come un attore chiave nella riduzione della dipendenza americana dalle catene di approvvigionamento cinesi. Gli USA potrebbero starci

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L’idea di tagliare il cordone ombelicale con la Cina e vedere l’industria americana vincente sullo scenario internazionale, capace di fare a meno della Cina e del pezzo di Asia che si porta dietro, per è del tutto ‘fuori dalla realtà’, il trasferimento della catena di approvvigionamento è «impraticabile.I costi sarebbero proibitivi», «nessun’altra combinazione di mercati potrebbe compensare la perdita di vendite se le società statunitensi venissero escluse», sostengono gli analisti americani dei centri studi vicini alla Casa Bianca.

Eppure la Turchia, con l’aiuto di ambienti repubblicani vicini alla Casa Bianca, provacandidarsi a sostituire la Cina.Sostituire la Cina con la Turchia, un Paese della Nato, un Paese con il quale gli Stati Uniti, e in particolare l’Amministrazione di Donald Trumphanno avuto non pochi problemi, ma che oggi improvvisamente torna ‘amico’ e che potrebbe divenire un partner strategico nel tentativo trumpiano di tagliare il cordone ombelicale che lega l’economia americana con quella cinese. A sostenerlo è il think tank israeliano BESA Center, un centro studi israeliano sicuramente ben informato circa i ragionamenti e le mosse della Casa Bianca.

L’operazione sarebbe partita a marzo scorso, secondo le informazioni diramate da ‘Foreign Lobby Report’, quando il Turkey American Business Council (TAIK), consociata del Foreign Relations Relations of Turkey (DEIK), la più antica e grande associazione commerciale del Paese, attraverso la società di lobby Mercury Public Affairs, avrebbe preso contatti con il senatorerepubblicano Lindsey Graham, particolarmente vicino al Presidente,«con l’idea che la Turchia potesse servire da porta degli Stati Uniti per l’Africa» ma non solo. Il 24 giugno, poi, in una conferenza dal titolo ‘A Time for Allies to be Allies: Turkish American Global Supply Chain’, tale prospettiva è stata discussa dai protagonisti turchi con i referenti americani.

Alla base dell’iniziativa, la convinzione che lafrattura, che si aggrava ogni giorno di più, in particolare da dopo lo scoppio della pandemia, tra Stati Uniti e Cina possa essere uno spazio diopportunità di cooperazione economica e di conseguenza geopolitica per la Turchia.


L’interesse da parte della Turchia c’è tutto, l’economia turca è da tempo in difficoltà e la crisi da Covid-19 ha ulteriormente aggravato la situazione, la possibilità di sostituire la Cina nell’approvvigionamento americano riporterebbe l’economia del Paese sulla via dell’espansione, più che della ripresa.
E i punti di vantaggio turchi spendibili sul fronte americano non sono pochi: anche se la dimensione della sua forza lavoro non può certo competere con la Cina, ha una popolazione giovane, un settore manifatturiero sviluppato -la base industriale e tecnologica della Turchia è cresciuta in maniera considerevole nell’ultimo periodo- un posizionamento strategico nei mercati di Balcani, Vicino Oriente, Asia centrale ed Africa, come sottolineano gli analisti, senza contare che il mercato turco potrebbe essere molto più importante per gli esportatori statunitensi.

Altresì, l’interscambio tra i due Paesi è già consolidato. Dal 2013 al 2019 il valore dell’interscambio commerciale annuale fra Turchia e Stati Uniti si è aggirato fra i 18 e i 20 miliardi di dollari e, nonostante la pandemia abbia colpito duramente i traffici internazionali, nel 2020 il valore finale non dovrebbe cambiare. Nei primi quattro mesi dell’anno, sono state scambiate merci per un valore di oltre 6 miliardi di dollari.
A ciò si aggiunga il grande impegno sul fronte estero del Governo di Recep Tayyip Erdogan, dalla Siria alla Libia. E proprio dalla complessità di questo impegno oltre frontiera vi sarebbe una ragione politica a sostenere l’opportunità di una implementazione della collaborazione con Washington. La Libia, in particolare, sarebbe la motivazione. Il Governo turco è impegnato in maniera molto importante a fianco del Governo diAccordo Nazionale (GNA) di Fayez al-Sarraj. E recentemente il GNA ha portato a casa, grazie al supporto turco, qualche significativa vittoria contro Khalifa Haftar, il che fa ritenere ad Ankara che Washington potrebbe abbandonare le speranze che aveva riposto in Haftar, il che potrebbe avvicinare gli USA alla Turchia a partire dall’Africa.

All’inizio di giugno una telefonata tra il Presidente Erdogan e Trump avrebbe aperto la strada a un percorso di collaborazione economica di alto profilo, e l’Africa, ovvero il contrasto della Cina sul mercato africano, sarebbe tra gli obiettivi. Almeno sarebbe quanto ipotizza la comunità degli imprenditori turchi.

La Turchia è nel piano della sua espansione in Africa, sia dal punto di vista strettamente diplomatico che economico. La Libia ha un ruolo strategico sia politico che economico.

Lo sforzo condotto dalla business community turca sui repubblicani americani è quello di tentare di posizionare la Turchia come un attore chiave nella riduzione della dipendenza americana dalle catene di approvvigionamento cinesi.

«Mentre ci sforziamo di andare avanti, noi di TAIK stiamo già pensando a come poter riaccendere l’economia dopo la pandemia«», ha scritto il Presidente di TAIK, Mehmet Ali Yalcindag, in una lettera al senatore Graham. «Le joint venture in Africa potrebbero essere una parte entusiasmante di questo piano. Non solo aiuteremmo le fragili economie che avranno bisogno di assistenza per la ripresa, ma colpiremmo anche un colpo contro i progetti cinesi in Africa e stringere legami economici più stretti tra Turchia e Stati Uniti».

Yalcindag ha inviato una lettera anche al Segretario al Commercio degli Stati Uniti, Wilbur Ross, affermando che si può partire da «un focus iniziale sul GNL», gas naturale liquefatto, «e sulle importazioni agricole dagli Stati Uniti. La Turchia potrebbe incrementare le esportazioni di elettrodomestici e componenti automobilistici, diversificando la catena di approvvigionamento americana dalla Cina, un obiettivo dichiarato dell’Amministrazione Trump».
Affermazioni che trovano già riscontri nei fatti. La Turchia, secondo Namık Tan, ex ambasciatore turco negli Stati Uniti, ha accresciuto la sua credibilità «come fornitore affidabile che potrebbe sostituire la Cina come centro di approvvigionamento. Le società statunitensi, in particolare Walmart, hanno già effettuato ordini per materiali di imballaggio con decine di produttori turchi. Una Ricerca commissionata dal Turchia Business-States Business Council (TAIK), mostra che le importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti, che sono già quadruplicate negli ultimi anni, probabilmente aumenteranno ulteriormente, mentre si prevede anche un significativo aumento delle importazioni agricole». L’incremento delle attività economiche spingerebbe il rilancio delle relazioni politiche tra i due Paesi. Erdogan sembra credere molto a questa possibilità, e si sta muovendo nella direzione di una ricucitura delle relazioni con gli USA. La Turchia si è anche mossa per migliorare le relazioni con il principale alleato americano del Medio Oriente, Israele. A maggio Ankara ha autorizzato voli cargo bisettimanali da El Al, vettore nazionale israeliano, tra Istanbul e Tel Aviv. Due di questi voli hanno trasportato forniture mediche dalla Turchia agli Stati Uniti.

Graham, nel corso della conferenza di giugno, ha spiegato che il punto di partenza ideale per l’‘accoppiamento’ turco-americano sarebbe «unaccordo di libero scambio che non ambisca semplicemente ad aumentare l’interscambio a 100 miliardi di dollari ma che integri le nostre economie». Una proiezione che incontrerebbe non poche difficoltà politiche, visto che comporterebbe un cambio del sistema di alleanze turche ma anche della politica militare. Secondo Graham, «una volta che le due economie si integreranno, diventeremo partner più stretti in Africa. Niente mi renderebbe più felice che lavorare con la Turchia per offrire al continente africano delle alternative all’influenza e ai prodotti cinesi».

Hasan Vergil, professore di economia all’università di Istanbul, ai media americani ha dichiarato che:«Da qualsiasi angolazione la si veda, è chiaro che questo accordo beneficerebbe la Turchia. […] Gli attriti fra Stati Uniti e Cina potrebbero creare una buona opportunità per la Turchia», e, dando per scontato l’interesse americano all’offerta turca afferma che «il fatto che si stiano appellando alla Turchia significa che non sono riusciti a trovare un Paese in grado di controbilanciare il dominio cinese in diversi settori. Questo è un problema grave per gli Stati Uniti, ma per la Turchia è un’altra storia. Potremmo incrementare la nostra capacità produttiva e diversificare i nostri prodotti,spezzando il dominio cinese nel mercato africano». Un tasto, quest’ultimo, che potrebbe fare molta presa su Trump, soprattutto se e quando superasse l’appuntamento elettorale di novembre.

L’obiettivo di Washington, visto dalla Turchia, o almeno dalla business community che ritiene che gli USA siano interessati alla loro proposta è o dovrebbe essere duplice: usare la Turchia per accelerare il disaccoppiamento della propria economia da quella cinese e, simultaneamente, approfittare della sempre crescente esposizione turca nel continente africano per fare concorrenza ai prodotti cinesi.

Secondo alcune fonti, questo scenario di accoppiamento turco-americano sarebbe stato studiato accuratamente da entrambe le parti e reputato realizzabile. L’amministrazione Trump avrebbe già anche esplicitato le sue condizioni irrinunciabili al governo turco se davvero la Turchia intende diventare la fabbrica degli Stati Uniti e dell’Africa.

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