sabato, Dicembre 14

Turchia, Erdogan volta le spalle all’Unione Europea?

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«If Europe continues this way, then no European in any part of the world can walk safely on the streets. Europe will be damaged by this», «Se l’Europa continua così, allora nessun europeo potrà camminare sicuro in nessuna strada del mondo», ha riassunto così il Presidente turco, Tayyip Erdogan, la sua diatriba con l’Unione Europea. Le parole pesanti, e di dubbia interpretazione, hanno spinto l’UE a convocare l’Ambasciatore turco a Bruxelles, secondo la fonte araba Asharq Al-Awsat.

La frase pronunciata da Erdogan il 24 marzo è però solo la punta di un iceberg molto più grande. Alla minaccia seguono infatti una serie di accuse rivolte alla maggior parte dei Paesi del Nord Europa, come la Danimarca, l’Olanda e la Germania. Non sono mancate le dispute con la Bulgaria, la Svizzera e la Norvegia. Il Presidente Erdogan accusa i Paesi europei d’islamofobia, affermando, durante una cerimonia tenuta il 3 aprile nella città di Rize, che la Turchia «non permetterà a pochi fascisti europei di ledere alla sua dignità ed il suo orgoglio». Erdogan ha poi bollato Germania e Olanda come Paesi nazisti per aver vietato in casa loro i comizi dei ministri turchi, in vista del prossimo Referendum.

Il popolo di Ankara sarà infatti chiamato alle urne il 16 aprile, per decidere se rimanere una democrazia parlamentaria, o intraprendere la strada del presidenzialismo. I turchi residenti in patria voteranno domenica, mentre quelli residenti all’estero hanno da poco terminato di esprimere il loro voto. Le relazioni tra l’Unione e la Turchia sono andate deteriorandosi sin dal dal fallito colpo di stato di luglio. I negoziati in merito all’adesione della Turchia all’Unione hanno visto un chiaro congelamento, dovuto alla difficile gestione della questione dei migranti e dei visti. Resta il fatto che, ad oggi, l’adesione della Turchia all’Unione Europea sembra essere un obiettivo sempre più lontano. Il Paese di Erdogan ha completamente cambiato atteggiamento, rigirandosi aggressivamente a quell’organizzazione a cui da sempre aveva ambito.

Per approfondire l’attuale crisi diplomatica tra Turchia e Unione Europea, abbiamo parlato con Carlo Frappi, ricercatore associato dell’ISPI, la cui area di ricerca riguarda la regione del Caucaso e del Centro Asia, inoltre parte dell’asse direzionale dell’ASIAC (Italian Study of the Central Asia and the Caucasus) dal 2013 al 2015.

 

Il Presidente turco, Tayyip Erdogan, ha pubblicamente ‘minacciato’ l’Europa e gli europei. Secondo lei, quale messaggio si nasconde dietro le parole di mercoledì 22 marzo del Presidente? Perché Erdogan avrebbe minacciato esplicitamente l’Europa?

Per comprendere meglio il senso della frase – evidentemente irricevibile – bisognerebbe legarla a quella che seguiva nell’argomentazione del Presidente turco, il quale aggiungeva ‘Turkey is not a country you can pull and push around’. Questo aiuta a comprendere due cose. In primo luogo con questa frase Erdogan sembra essersi rivolto principalmente al suo popolo – e al suo elettorato – alla vigilia di un’importante tornata referendaria che potrebbe cambiare l’assetto istituzionale della Turchia e rafforzare de jure – più di quanto non sia già avvenuto de facto – la presa della Presidenza sulla vita del Paese. Gli accenti nazionalistici e patriottici della retorica governativa e presidenziale hanno infatti avuto, nel corso degli ultimi anni, un importante ruolo nell’aggregazione del consenso attorno alla leadership del Paese – un Paese in cui, vale la pena di ricordarlo, il patriottismo è elemento cardine della cultura nazionale.

In secondo luogo, se allarghiamo lo sguardo oltre la contingenza, la frase esprime e testimonia uno storico cambiamento di percezione rispetto all’Europa o, se vogliamo, al cosiddetto Occidente. Esprime tutto il peso di un progressivo ribaltamento della percezione di ‘perifericità’ rispetto all’Europa che ha tradizionalmente accompagnato la Turchia repubblicana e buona parte dell’esperienza imperiale ottomana prima di essa. La crescita economica, la maggior diffusione della ricchezza, una più profonda consapevolezza culturale hanno presieduto, nel corso dell’ultimo ventennio a un progressivo cambiamento di percezione di sé e del senso di alterità. Su questa tendenza, tuttavia, non ha influito e non influisce esclusivamente la crescita della Turchia. Su di essa pesa al contempo la crescente percezione di debolezza dell’Europa, che si colloca all’interno di una più ampia visione di ‘declino dell’Occidente’ che, è importante sottolinearlo, non è certo soltanto della Turchia – ma è condivisa dai più rilevanti attori extra-europei. La percezione di debolezza e declino, d’altra parte, non è soltanto legata a questioni economiche – che pur hanno giocato un ruolo rilevante nel rafforzarla nella fase successiva alla crisi economico-finanziaria del 2008/2009. È legata a tutte le difficoltà sociali, politiche e istituzionali europee sulle quali è impossibile soffermarsi, ma che credo siano piuttosto evidenti e che mettono oggi in forte crisi il tradizionale ‘modello’ europeo.

La Turchia non si percepisce più come periferia dell’Europa, ma come nuovo centro del sistema eurasiatico. E su questa base si rapporta alla prima con toni che non soltanto non sono più deferenti, ma diventano potenzialmente aggressivi in un momento di crisi nei rapporti come quello che – ahimè – stiamo vivendo.

L’escalation della crisi diplomatica fa si che l’adesione della Turchia all’Unione risulti essere traguardo alquanto lontano, nonostante Ankara vi ambisse da anni. Perché oggi la Turchia non sembra aver interesse ad entrare a far parte dell’Unione Europea? Da cosa dipende questo ‘cambio di rotta’? Quali sono i fattori scatenanti che hanno portato a questo capovolgimento?

Forse l’immagine del ‘cambio di rotta’ non è la più adeguata a rappresentare una perdita di interesse che invece è innegabile. Più che una dinamica improvvisa e inattesa, la perdita di interesse è stata infatti progressiva e piuttosto evidente in tutte le sue fasi. Prima ancora che derivare dalla scarsa attrattività esercitata dall’UE – in termini economici e normativi – su un Paese in costante crescita, come è stata la Turchia fino a tempi recentissimi, la perdita di interesse è stata la reazione a un atteggiamento mai trasparente dell’UE stessa verso la Turchia, a un negoziato che Bruxelles non ha mai condotto in piena buona fede, alle posizioni di un gruppo di paesi europei rimasti sempre fermamente contrari all’ingresso del Paese nell’Unione. Il congelamento del negoziato è dunque responsabilità europea almeno tanto quanto non lo sia di Ankara.

Le nuove relazioni bilaterali tra Turchia e Russia influenzano l’atteggiamento turco nei confronti dell’Unione Europea?

Con tutte le ambiguità che la caratterizzano, relazione con la Russia è di fondamentale importanza per Ankara. Non solo la Russia è un partner economico di fondamentale importanza per la Turchia (specie nel settore energetico), ma soprattutto contribuisce a conferire credibilità ed efficacia alle politiche regionali turche e, in questa prospettiva, diventa strumento essenziale di bilanciamento delle politiche atlantiche – più statunitensi che europee, in effetti – nel vicinato comune. Ciò non significa però che le relazioni con Mosca ‘influenzino’ il rapporto con l’UE.

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