giovedì, Luglio 9

Turchia: Erdogan sempre più solo contro tutti? L'ex Premier ed ex Ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu si dimette dall'AKP il cui leader, il Presidente turco, minaccia di far saltare l'accordo dei migranti con l'UE

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Erdogan sempre più solo? E’ questa l’impressione che si ha guardando al Presidente della Turchia che, come dimostra il flop alle elezioni comunali di Instanbul, sembra progressivamente perdere terreno: qualche giorno fa, l’ex Premier ed ex Ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, ha ufficializzato le dimissioni dal partito di governo e del Presidente, l’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), di cui era stato tra i fondatori ed anche segretario: «Non è più possibile raggiungere con l’AKP gli obiettivi che ci eravamo prefissati. E’ necessario un nuovo progetto politico», ha dichiarato Davutoglu nel corso di una conferenza stampa ad Ankara.

Non un fulmine a ciel sereno, sia chiaro, dato che la decisione arriva dopo mesi di polemiche intestine durante le quali Davutoglu, dopo essere stato sospeso, era stato sottoposto ad una procedura disciplinare interna alla forza politica, al termine della quale, il 2 Settembre, era stato deferito al Consiglio di disciplina del partito con una richiesta di espulsione insieme ad altri 3 ex deputati a lui vicini: l’ex Vicepresidente Selçuk Özdağ, l’ex capo della Commissione parlamentare per i diritti umani Ayhan Sefer Üstün e l’ex deputato di Istanbul Abdullah Başçı. Il Disciplinary Board aveva chiesto loro una difesa verbale e scritta, ma la mossa delle dimissioni è apparsa voler anticipare il raggiungimento della scadenza del periodo a disposizione per la difesa.

Dopo essere stato consigliere per la politica estera di Erdogan dal 2003 al 2009, Davutoglu guidò il Ministero degli Esteri nel periodo che dal 2009 arriva al 2014 quando, succedendo ad Erdogan stesso, assunse la carica di Premier. Dopo circa tre anni di governo, nel 2016, e poco prima del fallito golpe del luglio, Erdogan aveva deciso di sostituirlo con il più fedele, Binali Yildirim che sarebbe divenuto l’ultimo Primo Ministro turco prima che la carica fosse eliminata dalle riforme costituzionali. Ed è in quel momento che ebbe inizio il suo processo di marginalizzazione all’interno dell’AKP.

L’ex Premier, sempre meno considerato dai media con collegamenti con il governo, si era poi progressivamente allontanato dalla linea del partito, criticandone, anche di fronte alla collettività con un manifesto di 22 pagine pubblicato ad Aprile, la linea sempre più «contraria allo spirito democratico», come nel caso della ripetizione delle elezioni municipali di Istanbul e, sempre più lontana dai suoi valori fondanti, non in grado «di essere una soluzione ai problemi del nostro Paese». Soprattutto dopo l’alleanza con il Partito del Movimento Nazionalista (MHP). Inoltre, secondo Davutoğlu, sarebbero chiusi i «canali di consultazione» del partito che, per questo, «non ha possibilità di trasformazione».

Anzi, da ex capo della diplomazia noto per la sua politica di ‘zero problemi con i Paesi vicini’, l‘ex Primo ministro ha rilevato che i principi e gli obiettivi di lunga data del partito sono stati ostacolati relegando il Paese in un ruolo secondario rispetto alla sua vocazione globale, anche se, attualmente, nell’AKP, non c’è spazio nemmeno per «critiche e consigli ben intenzionati»: ecco perché – ha affermato – «la nostra intenzione e il nostro obiettivo non è dissentire, dividere e indebolire; il nostro obiettivo era proporre le possibilità di rinnovare il nostro partito nel quadro dei principi fondanti come interprete per il disagio riscontrato nei quadri e nelle basi del nostro partito».

Erdoğan ha risposto a Davutoğlu e ad altri ex politici dell’AKP che cercavano di formare nuovi movimenti politici, chiamandoli «traditori» e accusandoli di tentare di «dividere i fedeli», «tradimento» per il quale pagheranno «pagato un prezzo pesante». «Sono stato un traditore quando mi sono dimesso per evitare di dividere il partito? … Ho servito come primo ministro di questo Paese. Sono stato eletto per la mia posizione. Nessuno può chiamarmi traditore» avrebbe risposto Davutoğlu che insieme ad altre figure come l’ex presidente Abdullah Gül, non è stato invitato alle cerimonie in occasione del 18° anniversario della fondazione dell’AKP.

Tra l’altro, in un recente discorso, l’ex Primo Ministro, in riferimento ad una serie di attentati dinamitardi e violenze che hanno colpito la Turchia nel 2015, ha rivelato di credere che i funzionari dell’AKP e il leader del  Partito del movimento nazionalista turco (MHP) siano stati coinvolti negli eventi. «Se si indagassero i casi relativi al terrorismo, molte persone non potrebbero uscire per affrontare il pubblico. Chi ci critica ora non può affrontare il pubblico. Te lo dico francamente. Sai perché? Quando la storia turca sarà scritta in futuro, il periodo tra il 7 luglio e il 1 novembre sarà uno dei tempi più critici». E’ il 5 giugno 2015 quando l’AKP guidato da Davutoğlu perde la maggioranza durante le elezioni parlamentari mentre il Partito democratico (HDP), prevalentemente curdo, supera la soglia elettorale, conquistando 80 seggi in parlamento.

L’ex Premier intraprende colloqui di coalizione con il principale Partito Popolare Repubblicano di opposizione (CHP), un gruppo presumibilmente collegato al PKK ha effettuato un attacco uccidendo due poliziotti nel luglio 2015 e una serie di ingiustizie contro la comunità curda turca seguirono da allora in poi. Il PKK nega il coinvolgimento con l’omicidio dei poliziotti (del resto tutti i sospetti arrestati in relazione all’incidente sono stati rilasciati dopo processi), ma il 20 luglio 2015, una massiccia esplosione nella città sud-orientale della Turchia di Suruç durante una riunione di un gruppo di giovani principalmente curdi ha ucciso 33 persone e ferito dozzine di più, per lo più studenti universitari che hanno intenzione di aiutare a ricostruire la vicina Kobane in Siria. L’esplosione ha segnato l’inizio di una serie di attacchi da parte dello Stato Islamico (ISIS) all’interno della Turchia.

E’ la fine del processo di pace in Turchia, iniziato nel 2009 per risolvere il conflitto curdo di oltre tre decenni, si è concluso e, stando a recenti stime, almeno 4.280 persone hanno perso la vita a causa del conflitto tra forze di sicurezza turche e fuorilegge il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Di lì a qualche giorno, il 24 agosto 2015, il Presidente Erdoğan avrebbe chiesto che si svolgessero elezioni anticipate il 1° novembre, affermando che gli sforzi per formare una coalizione erano falliti mentre Davutoğlu guidava un governo ad interim dell’AKP fino alle elezioni di novembre e le forze armate turche conducevano operazioni nelle province turche del sud-est curdo contro quella che si diceva fosse la struttura organizzativa urbana del PKK: i bombardamenti turchi più efferati sarebbero stati lanciati nelle settimane immediatamente precedenti alle elezioni parlamentari di novembre, poi vinte dall’AKP.

Davutoğlu si riferiva alla «persona che ha eluso una coalizione nonostante gli sforzi insistenti e sinceri dell’AKP e che non ha riscontrato alcun problema nel lasciare la Turchia senza un governo per pochi voti durante l’apice della guerra al terrorismo», ha scritto su Twitter, un fedelissimo dell’ex Premier, Taha Ün, puntando il dito contro il leader dell’MHP, alleato di Erdogan, Devlet Bahçeli. Colpevoli, nell’ottica di Taha Ün, anche coloro che hanno pugnalato Davutoğlu alle spalle «durante il congresso del partito del 12 settembre 2015». Mehmet Bekaroğlu, un deputato della CHP, ha invitato Davutoğlu, da ex Primo Ministro, a rivelare i fatti perché «il periodo tra il 7 giugno e il 1 ° novembre è stato un periodo in cui il terrorismo è stato usato come metodo di propaganda elettorale». ‘Suruç Aileleri‘, un’iniziativa istituita dai parenti delle vittime dei bombardamenti Suruç, ha esortato Davutoğlu a rendere un resoconto degli eventi del 2015 mentre Fatma Kurtulan, Vice Capo del gruppo parlamentare dell’HDP, sabato ha presentato una proposta di indagine parlamentare sulle dichiarazioni rilasciate dall’ex membro dell’AKP.

Le parole dell’ex Premier, dunque, non hanno fatto altro che rinfocolare le polemiche all’interno del dibattito politico turco, in particolare contro il partito di governo, nel quale Davutoglu ha sostenuto di non poter più lavorare per l’attuale «cricca» che lo controlla. Sulla base di queste motivazioni, «è sia una responsabilità storica sia una necessità costruire un nuovo movimento politico e intraprendere una nuova strada». Trovano dunque conferma le voci che si rincorrevano negli ultimi e che davano Davutoglu come il fondatore di un nuovo movimento politico.  Non mancherebbe, sulla base delle dichiarazioni di Davutoglu, anche il sostegno di politici veterani che avevano subito la repressione sotto precedenti amministrazioni risalenti al colpo di stato militare del 1980. Nelle ultime settimane, un rapporto secondo cui il logo e il nome di un nuovo partito politico erano stati registrati in un ufficio brevetti turco ha scatenato la speculazione che questo potrebbe essere per il partito dell’ex Premier o di Ali Babacan. Anche senza conferme, alcune testate turche hanno riportato il nome del nuovo partito registrato, ‘Partito della vita e della giustizia’ (Yaşam ve Adalet Partisi) e il logo, costituito da una serie di squame sostenute da due spighe di grano. Giornali locali hanno inoltre riferito che Davutoğlu avrebbe preso in affitto un edificio di tre piani ad Ankara da destinare al quartier generale del suo partito.

Ciò detto, l’eredità di Davutoğlu come Ministro degli Esteri dal 2009 al 2014 potrebbe essere un problema per il suo avvenire politico, poiché molti in Turchia lo ritengono responsabile dell’attuale crisi che vive la politica estera del Paese. Altrettanto fallimentare, a detta di una parte dei cittadini, anche la politica nei confronti dei curdi che perseguì come primo ministro dal 2014 al 2016. Attraverso le sue contestazioni, Davutoglu si è spinto a dare l’impressione di credere che la causa islamica in Turchia sia in difficoltà e che vuole rivitalizzarla, lanciando una sorta di opa sull’elettorato dell’AKP composto da turchi conservatori devoti all’Islam.

Ma Davutoglu non sarebbe l’unico a voler creare una propria forza politica: secondo i media, lo stesso starebbe facendo, pur senza ufficializzazioni, con il supporto non formale dell’ex Presidente Abdullah GulAli Babacan, Ministro dell’Economia dopo la crisi finanziaria del 2001, ministro degli Esteri dal 2007 al 2009 e poi Vice Premier fino al 2015, che ha già presentato le dimissioni dall’AKP lo scorso luglio e ha già negato l’eventualità di una partecipazione al progetto dell’ex Primo Ministro.

Dal canto suo, Ali Babacan sembra interessato non solo all’elettorato dell’AKP, ma soprattutto a quello più ampio del centrodestra in Turchia, mirando ad affermare un’agenda politica più liberale. Visto da molti turchi come principale fautore della crescita economica del Paese nel primo decennio del millennio, nonostante la sua non eccelsa capacità comunicativa, potrebbe avere presa sugli elettori, colmando, magari, la mancanza di una forza politica pro-Occidente e pro-UE, cardini di politica estera considerati da molti osservatori come vitali per la democratizzazione e il rilancio anche economico del Paese.

Secondo un recente sondaggio della società di ricerca ORC con sede ad Ankara, in un’elezione generale l’11,6 per cento degli intervistati ha dichiarato di voler votare per il nuovo partito di Babacan, mentre l’8,5 per cento ha dichiarato di sostenere Davutoglu. In quest’ottica, nonostante il 2023 sia lontano ed essi non rappresentino un ostacolo insormontabile per il Presidentequalora i due Partiti al governo non fossero abbastanza coesi, potrebbero causare ulteriori defezioni. Tuttavia, ancor più facilmente, potrebbero contribuire ad erodere i consensi del partito di governo, l’AKP, e del suo alleato, l’MHP.

Come? Facendo leva sul fallimento delle politiche messe in campo da Erdogan. Un fallimento, in primo luogo, legato alla preoccupante situazione economico-finanziaria: non più tardi di due settimane fa, la lira turca ha subito un crollo improvviso del 10% rispetto al dollaro, sintomo della crescente preoccupazione che avvolge la direzione dell’economia del Paese, in contrazione, con una crescita del 1,2% nel secondo trimestre di quest’anno nell’alveo di una crescita stimata dello 0% per il 2019.

Rimandando le riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno per un mercato più competitivo, come del resto reclamano i mercati internazionali, l’esecutivo si è limitato ad adottare provvedimenti di corto respiro: ad esempio, pochi giorni dopo le elezioni municipali di giugno, Erdogan ha disposto la rimozione del governatore della Banca centrale Murat Cetinkaya, fautore della politica di alti tassi di interesse che un anno fa aveva portato ad un innalzamento dei tassi di interesse al 24% con l’intento di imbrigliare l’inflazione, conseguenza della crisi valutaria che aveva interessato il Paese nell’estate. Politica avversata, anche pubblicamente, dal Presidente. Sostituito Cetinkaya dal suo Vice Murat Uysal, per potenziare la lira turca rispetto al dollaro, quasi immediatamente i tassi di interesse di 325 punti base sono stati ridotti al 19,75% per poi toccare il 16,50%. «Con il mese di agosto la Turchia si è lasciata alle spalle il periodo negativo di era stata vittima. Continuiamo sulla strada di riforme strutturali. Ora un programma economico che ci aiuti a crescere e che porti l’inflazione a una sola cifra», ha dichiarato con soddisfazione Berat Albayrak, Ministro delle Finanze di Ankara nonché genero del Presidente Erdogan.

Tuttavia l’economia resta debole e Ankara punta ad un nuovo approccio di esportazione sostenibile: come ha annunciato il Ministro del Commercio Ruhsar Pekcan ha annunciato un nuovo piano generale che dovrebbe potenziare le esportazioni turche, identificando cinque settori strategici e alcuni Paesi target, 17 per la precisione, tra cui Cile, Giappone, Kenya, Malesia, Brasile, Iraq, Cina, Regno Unito, Corea del Sud, Etiopia, Sudafrica, Messico, Uzbekistan, Russia, Marocco, India e Stati Uniti.

Con Washington, però, le relazioni si sono molto raffreddate specialmente dopo l’acquisto, nonostante le pressioni americane, del sistema di difesa missilistico S-400, del valore di 2,5 miliardi di dollari, dalla russa Rosoboronexport. A nulla era servito il bilaterale al G20 di Osaka tra il Presidente americano Trump e l’omologo turco Erdogan o la ben poco velata minaccia da parte del Dipartimento di Stato USA, per bocca del suo portavoce Morgan Ortagus, circa «le conseguenze reali e nefaste se accetta gli S-400», leggasi sanzioni economiche, così come inutile si è rivelato l’ultimatum di Washington di espellere completamente Ankara dal programma dei caccia americani F-35, di cui la Turchia vorrebbe comprare cento esemplari pur non avendo ancora ricevuto neanche un velivolo (ne possiede quattro che però rimangono in USA) così come Canada e Danimarca. D’altra parte, ha evidenziato il Generale Mark Milley, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito degli Stati Uniti, non sarebbe possibile fare altrimenti visto che il sistema S-400 si configura come «un sistema russo costruito per abbattere aeromobili come l’F-35».

Fermo restando che spetta agli «alleati decidere quale equipaggiamento militare comprare», «siamo preoccupati per le potenziali conseguenze della decisione della Turchia di acquisire il sistema S-400» aveva fatto sapere l’Alleanza Atlantica che non ha mai nascosto, sebbene con gradazioni crescenti, le sue perplessità riguardo tale acquisto. Perplessità nutrite anche dal Pentagono secondo cui l’incompatibilità degli S-400 sul suolo turco con gli altri sistemi d’arma NATO finirebbe per minare l’interoperabilità e la Russia potrebbe sfruttare tale vendita per ottenere, in modo consapevole o meno, informazioni cruciali sulla vulnerabilità degli F-35. Ma l’espulsione dal programma F-35 si promette di creare diversi problemi alle società e ai produttori turchi di componenti, che sono stati coinvolti nello sviluppo dell’aereo e che vedranno sfumare opportunità commerciali importanti visto che più di 900 parti dei caccia, inclusi elementi del carrello di atterraggio e fusoliera centrale, sono prodotti in Turchia. Inoltre, gli USA potrebbero imporre delle sanzioni economiche ai sensi del Countering America Acversion Through Sanctions Act (CAATSA), che, approvata nel 2017 e già adottata contro Iran, Corea del Nord e Russia, prende di mira i Paesi che acquistano equipaggiamento militare dalle aziende contenute nella blacklist come quelle russe. Ma l’ultima parola su quale misura adottare spetta al Presidente, che può scegliere tra circa dodici alternative, come le sanzioni economiche contro alcune aziende o contro singoli individui, la revoca dei visti e il divieto di tutti gli appalti turchi di attrezzature di difesa degli Stati Uniti. La legislazione consente quindi alla Casa Bianca di ritardare le sanzioni, a condizione che certifichi al Congresso ogni 180 giorni che la Turchia sta «riducendo sostanzialmente» i suoi rapporti con Mosca.

Quel che è certo è che, qualora fossero imposte, le sanzioni americane potrebbero avere lo stesso effetto pericoloso che ebbero l’anno scorso quando scattarono a fronte della detenzione del pastore protestante americano Andrew Brunson, rilasciato poi lo scorso ottobre, ma che causarono la crisi valutaria. Insomma, l’ennesimo dossier divisivo tra i due alleati NATO, dopo la mancata estradizione da parte di Washington del predicatore islamico Fethullah Gülen, accusato di avere organizzato il fallito golpe del 2016, dopo il sostegno americano alle Forze curde di Unità popolare (Ypg) in Siria, considerate invece da Ankara come un’organizzazione terroristica vicina al PKK, con il quale è in guerra dal 1984, per non parlare della sempre più forte relazione con Mosca e Teheran per via della Siria.

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