sabato, Dicembre 14

Turchia: ecco il Referendum che potrebbe cambiare il Paese

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Un referendum cruciale per il futuro della Turchia, qualunque sarà il risultato: dopo mesi turbolenti a livello politico, domenica gli elettori turchi – 55,3 milioni sono gli aventi diritto – sono chiamati alle urne per decidere le sorti della riforma che prevede il passaggio al sistema presidenziale. Dovranno esprimersi sugli emendamenti che assegnano maggiori poteri al presidente, a Recep Tayyip Erdogan che non ha mai archiviato il sogno di diventare un ‘super-presidente’ e che punta a un ruolo centrale nello scenario regionale. ‘Uno Stato, una Nazione, una bandiera, un Paese’, è lo slogan ripetuto come un mantra dalla campagna del ‘sì’. Che, secondo gli ultimi sondaggi, sarebbe avanti, anche se di poco, con una percentuale compresa tra il 51 ed il 52%.

Il capo di Stato, in barba al suo ruolo ‘super partes’, ha dominato la scena politica negli ultimi mesi, occupando tutti gli spazi disponibili, rilasciando interviste a raffica e partecipando a comizi in tutto il Paese, attaccando con veemenza tutti i suoi avversari, reali o presunti, fino ad arrivare agli attacchi all’Europa, a minacciare la revisione dell’accordo sui migranti e a evocare un referendum sui negoziati di adesione con l’Ue pur restando il desiderio di mantenere intatti i rapporti economici.

Nei discorsi, pieni di retorica nazionalista, Erdogan ha evocato anche il ripristino della pena di morte, abolita nel 2014. Sono finiti nel mirino del presidente i curdi (ago della bilancia alle elezioni del 2015), i ‘golpisti’, i sostenitori del movimento guidato dall’imam Fethullah Gulen, che Ankara accusa di essere stato l’ispiratore del tentativo di golpe dello scorso 15 luglio.

Dal fallito colpo di stato sono 47mila le persone arrestate perché sospettate di far parte del movimento di Gulen e da allora sono circa 140mila in tutto le persone finite in manette, rimosse o sospese dall’incarico. Erdogan se l’è presa anche con i media: i giornalisti in carcere in Turchia sono 152 (secondo le denunce delle opposizioni) e circa 200 sono gli organi d’informazione che sono stati chiusi negli ultimi mesi.

L’esito del voto significherà per Erdogan un rafforzamento senza precedenti nella sua storia ai vertici della Turchia – in ballo c’è «il sistema Erdogan più che il sistema presidenziale», ha detto all’agenzia di stampa Dpa Gareth Jenkins del Silk Roads Study Institute – o una sonora sconfitta, un rischio concreto che lascia prevedere elezioni anticipate e non esclude un nuovo ‘lavoro’ per una nuova riforma. Ai rivali, che hanno messo in guardia dal rischio dell”uomo solo al comando’, Erdogan ha risposto sostenendo che Mustafa Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia moderna, avrebbe votato ‘sì’ al referendum. La campagna per ‘no’ ha dovuto invece fare i conti con non poche difficoltà. Secondo gli osservatori, al principale partito di opposizione, il Chp, è stato concesso un tempo infinitamente minore rispetto a quello che in tv hanno avuto a disposizione Erdogan e i suoi ministri (la Turchia si colloca al 151esimo posto sui 180 Paesi nell’indice della libertà di stampa del 2016 di Rsf).

E poi c’è il ‘caso’ del partito filo-curdo Hdp: restano tuttora in prigione più di una decina di deputati della forza politica, compresi il leader e la co-presidente, Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag. Inoltre, a livello locale il partito è stato colpito da una raffica di arresti, che ha toccato anche sindaci di città del sudest a maggioranza curda e che ne ha decimato i vertici.

Il referendum di domenica sulla riforma costituzionale voluta dal leader turco Recep Tayyip Erdogan è un voto su quello che gli analisti definiscono un ‘presidenzialismo alla turca’. Ecco i punti cruciali del pacchetto di emendamenti per la trasformazione della Repubblica turca da parlamentare in presidenziale:

– abolizione dell’incarico di primo ministro, sostituito dai vice presidenti;
– il presidente diventa un ‘presidente esecutivo’ e il capo di Stato può mantenere il legame con il partito di provenienza;
– tra i nuovi poteri del presidente figurano la nomina dei ministri (la ‘super-presidenza’), la presentazione di una proposta di bilancio, la scelta di quattro dei 13 componenti del Consiglio supremo dei giudici e dei procuratori, tra i quali ci sono il ministro della Giustizia e il sottosegretario (entrambi scelti dallo stesso presidente);
– il presidente può emettere decreti con forza di legge, decretare lo stato d’emergenza (in vigore in Turchia dallo scorso luglio) e sciogliere il Parlamento;
– il numero dei parlamentari passa da 550 a 600 e l’Assemblea può avviare con la maggioranza dei voti dei deputati procedure per l’impeachment del presidente;
– le elezioni presidenziali e parlamentari si tengono contemporaneamente ogni cinque anni e il presidente non può restare in carica per più di due mandati.

Sulla scheda elettorale i turchi non troveranno una domanda, gli elettori sono invitati a votare ‘sì’ (‘evet’, a sinistra, su sfondo bianco) o ‘no’ (‘hayir’, a destra, su sfondo marrone) apponendo un timbro sulla scelta preferita. La scheda viene poi imbustata e inserita nell’urna. Nel corso dello scrutinio, ai cinque principali partiti è concesso avere un rappresentante di lista per il monitoraggio – al fianco dei funzionari della Commissione elettorale – delle operazioni di voto e dello spoglio in ogni seggio. Gli osservatori devono convalidare il risultato del conteggio dei voti in ogni seggio prima che le schede elettorali vengano trasferite presso la sede regionale della Commissione elettorale dove i risultati vengono inseriti in un sistema computerizzato e inviati alla sede centrale di Ankara sotto la supervisione di rappresentanti dell’Akp e dei partiti di opposizione.

Il voto all’estero si è già concluso domenica scorsa e le schede elettorali sono già arrivate ad Ankara sotto la supervisione della Commissione elettorale. Il conteggio dei voti (oltre 1,2 milioni secondo la Commissione elettorale), alla presenza di osservatori del governo e dei partiti delle opposizioni, inizierà appena si concluderanno le operazioni ai seggi in Turchia.

L’Osce ha inviato 11 osservatori ad Ankara, oltre ai 24 presenti nel Paese dallo scorso 25 marzo. Il conteggio dei voti inizierà subito dopo la chiusura dei seggi. Non sono previsti exit poll, ma verranno costantemente diffusi dati aggiornati sull’esito del voto, che dovrebbe essere chiaro nella serata di domenica o nelle prime ore di lunedì.

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