domenica, Dicembre 8

Turchia e i rifugiati: il bottegaio della solidarietà

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IzmirYalҫin batte con decisione il chiodo sulle cinture di cuoio a cui sta lavorando. Quattro fori nel centro e poi un nastro incrociato per chiuderli. L’operazione è veloce quasi automatica, le cinture si accumulano l’una sull’altra sul tavolo da lavoro mentre lui continua come un fiume in piena a parlare. Più che un’intervista, sembra lo sfogo senza freni di un uomo stanco, che ha bisogno di esprimersi. La sua officina si trova all’interno del quartiere Basmane, una sorta di città nella città di Izmir, dove molti siriani, fuggiti dalla guerra, hanno trovato un luogo sicuro. “Qui vivono per lo più donne e bambini – racconta – cercano di sopravvivere come possono, la maggior parte di loro lavora nel settore tessile e nella produzione di scarpe”. Ma l’alto tasso di sfruttamento da parte dei datori di lavoro non permette a queste persone di raggiungere una soglia di vita dignitosa e crea ulteriori problemi all’interno della società. “Quando il numero dei rifugiati è aumentato i turchi, che già lavoravano nelle fabbriche tessili e nella produzione di scarpe, hanno cominciato a protestare, sostenendo che queste persone gli rubavano il lavoro”.

Quasi quotidianamente in Turchia si assiste ad atti di violenza contro i siriani: “L’anno scorso nel quartiere industriale, uno di loro ha rischiato il linciaggio da parte di un gruppo di uomini” ancora Yalҫin “Il problema è che vengono pagati di meno e i turchi, sfruttati a loro volta e in molti casi senza assicurazione lavorativa, si sentono minacciati”.

La drammatica situazione in cui vivovo i siriani in Turchia si delinea velocemente grazie alle parole di Yalҫin, ma seguire il filo dei suoi discorsi non è semplice. Nella piccola stanza dove l’uomo sta lavorando, entrano senza sosta donne siriane che vivono nel quartiere, a chiedere un pacco di latte, dello zucchero, qualche vestito. Ogni due minuti è costretto ad interrompere il suo lavoro, e spiegare a quelle donne che per oggi ha già distribuito tutto quello che gli è arrivato e non ha altro. Ma loro restano lì, davanti alla sua porta, aspettano qualche minuto, poi ci riprovano, mentre altre ne arrivano. “So cosa significa. Anche io sono stato un rifugiato. La mia famiglia è emigrata dall’Africa” racconta l’uomo, che continua “Però non riesco a lavorare. Quando ho delle scadenze devo restare qui tutta la notte perché vengo continuamente interrotto”.

L’officina di Yalҫin è diventata con gli anni un punto di riferimento. Nel 2011, allo scoppiò della crisi siriana decise di ristrutturare l’intero palazzo, dove oggi c’è anche il suo laboratorio, mettendolo a disposizione per la distibuzione di cibo nel quartiere.Quando abbiamo cominciato eravamo in tre e nella struttura non c’era nè elettricità nè acqua – racconta – ma con il tempo i siriani hanno cominciato a fidarsi di noi e i cittadini ad acquisire sempre maggiore consapevolezza riguardo la questione”. Ogni giorno, gruppi di persone si recavano nel quartiere per lasciare scatoloni di vestiti, cibo e donazioni: “Cucinavamo e poi andavamo casa per casa a distribuire il cibo”.

La rete solidale negli anni si è rafforzata, ma basta stare solo un’ora in compagnia di Yalҫin per capire che non basta. Mentre le donne continuano a bussare alla porta della sua bottega per chiedere qualunque tipo di aiuto, l’uomo ci spiega che nessun partito in Turchia è riuscito ad offrire una soluzione al problema. A Izmir vivono circa 200mila siriani e “il governo, con la sua assenza, è responsabile delle tensioni che quotidianamente si manifestano fra loro e i cittadini turchi” ci dice, e aggiunge: “Sono i singoli, come me, ad essere costantemente presenti, ad offrire ciò che hanno, ma è chiaro che non possiamo risolvere il problema”.

Nella piccola stanza insieme a noi c’è anche una giovane donna. E’ rimasta seduta al suo posto per tutto il tempo. Lo sguardo assente, le mani intente nel lavoro di rifinitura delle cinture che Yalҫin le ha passato in quell’ora. “I suoi due figli maschi, di due e quattro anni, sono morti sotto i bombardamenti in Siria” ci racconta l’uomo, “a suo cognato hanno tagliato la testa, e lei è riuscita a fuggire insieme al marito e alle due figlie femmine”. Nella casa dove ora vivono a Basmane ci sono anche le sue due sorelle: “Una è disabile, l’altra non ha più notizie del marito”. La osservo mentre mi viene raccontata la sua agghiacciante storia. La pelle del suo viso è liscia e luminosa. “Quanti anni hai?” le chiedo, “27” mi risponde. Yalҫin l’ha presa con se a lavorare nella sua bottega e quando può va a trovare il resto della sua famiglia “Vi rendete conto – conclude guardandoci – quanto dramma in una sola famiglia”.

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