sabato, Agosto 8

Turchia, arresti fra gli oppositori di Erdogan

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Recep Tayyp Erdogan parte all’attacco. A poche ore dal suo annuncio nel quale chiedeva al Mondo di rispettare il voto in Turchia, ecco l’arresto di una quarantina fra i suoi oppositori. Un tribunale di Istanbul ha ordinato il sequestro della rivista Nokta e l’arresto del direttore e del caporedattore centrale per istigazione a delinquere per una copertina con una foto del presidente Erdogan e il titolo ‘Lunedì 2 novembre: l’inizio della guerra civile turca’. Si tratta dell’ennesimo colpo ai media nazionali dopo quello messo a segno contro il gruppo editoriale anti-Erdogan Ipek, commissariato recentemente e che ha dovuto subire il licenziamento di 58 giornalisti.

Ma non è tutto, perché altri 35 fra funzionari di polizia e burocrati sono stati fermati nella provincia occidentale di Smirne in un’operazione che ha colpito i sostenitori del religioso musulmano Fethullah Gulen, da sempre contro il presidente turco. Può bastare? No, perché Erdogan continua i suoi raid contro le postazioni del Pkk. Aerei turchi hanno bombardato postazioni dei ribelli curdi in Turchia e nel nord dell’Iraq. Secondo l’esercito turco «i bombardamenti aerei hanno distrutto rifugi, cave e depositi di armi usati dai terroristi dell’organizzazione terroristica separatista». Mentre il partito filo-curdo Hdp, insieme ad altri gruppi che rappresentano la minoranza etnica, ha chiesto che il nuovo governo crei una commissione parlamentare incaricata di far ripartire il processo di pace.

Situazione delicata in Libia, dove una milizia armata ha rapito il ministro della Pianificazione del Governo di salvezza nazionale libico di Tripoli. A dirlo l’agenzia di stampa libica al-Tadhamoun, che cita come fonte un funzionario del ministero. Il rapimento è avvenuto ieri verso mezzogiorno nel suo ufficio. Un episodio che rende ancor più rovente la questione della creazione di un governo di unità nazionale rappresentativo di entrambe le fazioni presenti nel Paese. Nonostante il piano presentato da Bernardino Leon lo scorso 8 ottobre sia ritenuto dall’Occidente come un ottimo punto di partenza, le parti in ‘conflitto’ hanno praticamente impantanato il discorso. Il tutto mentre l’ISIS continua ad approfittarne e ad avanzare.

Si fa sempre più fitto il giallo dell’Airbus A321 della compagnia russa Metrojet caduto nel Sinai. Secondo una prima analisi delle due scatole nere, negli ultimi minuti prima dello schianto a bordo sono stati registrati non meglio specificati ‘suoni di fondo anomali per un volo regolare’, sui quali si deve indagare (e forse per mesi). Secondo una fonte anonima vicina al gruppo di analisi del Cairo, a bordo del velivolo si è creata per l’equipaggio una situazione improvvisa e inaspettata e di conseguenza i piloti non sono riusciti ad inviare un segnale di aiuto. Inoltre l’agenzia Itar-Tass ha fatto sapere che «elementi che non facevano parte dell’aereo» sono stati trovati sul luogo della tragedia e sono ora al vaglio degli inquirenti. Da più parti infatti si parla della possibilità di una bomba all’interno del velivolo. L’Agenzia Interfax invece ha avuto modo di parlare con un altra fonte, secondo cui «un esame iniziale degli elementi integri della superficie, incluso l’impennaggio della coda, non ha rivelato un impatto di fattori esterni. Nello stesso tempo potrebbe essere stato un guasto dentro l’aereo che ha portato a un danneggiamento della parte destra dalla coda». Dagli Usa invece arriva la notizia che un satellite che in quel momento passava sopra la zona interessata ha rilevato un lampo di calore. I servizi segreti americani e funzionari militari stanno analizzando i dati per determinare se il lampo si sia verificato a mezz’aria o sul terreno, per capire se si possa essere trattato di una bomba, di un missile o anche di un problema strutturale.

In Siria intanto continuano i raid russi contro i terroristi dell’ISIS. Secondo il ministero della Difesa russo nelle ultime 48 ore l’aviazione ha compiuto 131 azioni in Siria colpendo 237 obiettivi nelle province di Hama, Latakia, Homs, Damasco, Aleppo e Raqqa. Per la prima volta dall’inizio dei bombardamenti, i caccia Su-25 avrebbero distrutto postazioni militari a Palmira, roccaforte del Califfato. Azioni che continuano a non piacere agli Usa, con il Segretario di Stato John Kerry che accusa: «La Russia deve aiutare i partner internazionali a trovare una soluzione alla crisi in Siria e non semplicemente fornire sostegno al presidente Bashar al Assad». E se Obama prova a sfuggire ad un impegno maggiore nella zona, ecco i primi scricchiolii all’interno della Coalizione Internazionale: la Gran Bretagna infatti ha negato per il momento che propri caccia possano combattere insieme a quelli di Usa, Francia, Israele, Turchia ed Australia. Secondo il ‘Times’, il primo ministro David Cameron non sarebbe riuscito a convincere un numero sufficiente di deputati laburisti e rischia di non avere i voti necessari in Parlamento per ottenere il via libera ai bombardamenti. Da una parte uno stop che potrebbe minare la credibilità del Paese agli occhi degli USA, ma dall’altra per Cameron si tratta anche di una occasione di stallo ‘positiva’, visto che al momento, con l’intervento russo in corso, si eviterebbe di andare ad inasprire ulteriormente i rapporti già tesi con Mosca. Ma non solo: dopo il mea culpa dell’ex premier Tony Blair sui fatti dell’Iraq, si vuole evitare un altro intervento ‘sciagurato’ del Paese in un conflitto.

Sempre sull’ISIS, la polizia spagnola ha smantellato una cellula terroristica a Madrid. Si tratta di tre persone di origine marocchina, che erano pronte a compiere un attentato. L’arresto è avvenuto nel sobborgo di Vallecas, poco fuori la capitale spagnola.

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