domenica, Luglio 21

Turchia, ad Ankara l’Europa non serve più

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Il 16 aprile 2017 verrà probabilmente ricordato come la data che ha segnato l’inizio della fine della tradizione repubblicana e laica iniziata da Kemal Ataturk, padre della Turchia moderna, un secolo fa. Il referendum vinto dal ‘sì’ per la trasformazione dell’assetto politico e istituzionale del Paese che di fatto trasforma la Turchia in una Repubblica Presidenziale, abolendo la carica di Primo Ministro e cedendo una fetta enorme di poteri a Recep Erdogan, avrà ripercussioni importanti sulla politica estera di Ankara nei prossimi anni.

La modifica costituzionale vede una netta rottura con la tradizione occidentale che prevede la divisione dei potere tra le diverse cariche e istituzioni del Paese. Ora l’esecutivo è nelle mani del Presidente della Repubblica, figura teoricamente simbolica e super partes. Il Presidente, in precedenza imparziale, oggi può essere una figura appartenente a un partito: motivo per il quale Erdogan ha da poco ripreso a far parte del suo AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), dopo averlo dovuto lasciare proprio per via di questa regola ora abbandonata.

Erdogan ha il potere di sciogliere il Parlamento, nominare ministri, approvare il bilancio, e, cosa ancora più importante, decretare arbitrariamento lo stato di emergenza, già in questi tempi ‘abusato’ dal Presidente per far fronte all’opposizione interna al suo Paese. In molti hanno considerato la mossa del referendum azzardata: l’epurazione dello stato turco da parte del Presidente aveva già dato i suoi frutti, ed esporsi in maniera così radicale come leader non propriamente ‘liberale’ poteva non giovare a Erdogan.

Se poi si aggiunge il fatto che lo stretto margine di vittoria del ‘sì’ nel referendum ha messo in luce le profonde divisioni della società turca (le grandi città hanno votato in maggioranza per il ‘no’, mentre le aree rurali si sono schierate a favore del Governo) e persino la perdita di consenso che Erdogan vantava nella città di Istanbul – sua roccaforte politica – è effettivamente lecito dubitare della capacità di visione politica del ‘sultano’.

Il contesto in cui sono avvenute le votazioni (tra giornalisti incarcerati, opposizioni sotto pressione dai tempi del fallito golpe e sospetti di frode elettorale) mostra inoltre come la Turchia di Erdogan si sia definitivamente spostata ‘a est’. A poco servono le proteste dell’OCSE, che indica come il referendum non possa essere considerato valido (un numero di circa di due milioni di voti sarebbe stato falsato dall’azione del Governo, secondo l’Organizzazione) supportando l’ala più intransigente dell’opposizione turca. A poco serve la freddezza dell’Unione Europea e dei suoi leader.

Erdogan si è reso conto che il periodo di supposta ‘luna di miele’ con l’UE, il periodo in cui la Turchia poteva essere vista da Bruxelles come un potenziale amico e magari futuro membro del Club europeo, è finito. In barba a promesse e supposti buoni propositi, il Presidente-sultano ha persino promesso il ritorno alla pena di morte, incompatibile con le condizioni dettate dall’Unione per l’accesso. I termini dell’accordo sui migranti siglato l’anno scorso garantisce ad Ankara abbastanza potere diplomatico, non serve altro per tenere in pugno gli europei. I toni utilizzati in campagna elettorale, contro “l’Europa crociata”, parlano chiaro: il futuro della Turchia è in medioriente, e le sue radici islamiche non possono essere ignorante.

La vera partita di Ankara si gioca con partner ben più rilevanti della ‘morbida’ UE, già impegnata a mantenere intatta l’Unione e ogni giorno criticata e messa in dubbio dai suoi stessi membri. Nello scenario siriano, Ankara conta di cementificare le conquiste territoriali nel nord del Paese e per farlo l’unica nazione occidentale e liberale con cui, per Ankara, vale la pena stringere rapporti amichevoli sono gli Stati Uniti.

Certo è che anche con Washington le relazioni non sono perfette: la posizione dei curdi acerrimi nemici di Ankara e forza alla quale gli Stati Uniti non vogliono e non possono rinunciare in Siria e Iraq, rende complesso il rapporto della Turchia. I curdi, tra i principali alleati di Washington nello scenario siriano e iracheno, sono infatti stati colpiti da una serie di attacchi aerei di Ankara lanciati il 25 Aprile. Secondo le dichiarazioni dei turchi 90 persone sono morte sotto i bombardamenti. I curdi parlano di 20 militari che avrebbero perso la vita. Erdogan ha confermato che per Ankara la guerra continuerà «finchè l’ultimo terrorista sarà stato eliminato».

In ogni caso, per prevenire un’escalation di scontri, gli Stati Uniti sono immediatamente intervenuti nel confine turco-siriano orientale con un dispiegamento di truppe nell’area di Qamishli – controllata dai curdi – che presiederà  la ‘zona calda’ tra le truppe turche e quelle curde. Lo scopo della pattuglia è quello di «scoraggiare escalation e violenza tra due dei nostri più fidati partner nella lotta per la sconfitta dello Stato Islamico», hanno dichiarato dal CJTF-OIR (Combined Joint Task Force – Operation Inherent Resolve).

Rapporti tesi insomma. Eppure, Erdogan ha accolto in maniera più che positiva l’elezione di Trump, visto come un elemento di discontinuità dalla politica di Obama, abbastanza critica nei confronti della sua Amministrazione. E, al contrario dei vari leader europei – Viktor Orban a parte – Donald Trump è stato tra i primi a chiamare per telefono Erdogan in seguito al referendum. Per congratularsi della vittoria e, con molta più probabilità, per confermare a scanso di equivoci la posizione filo atlantista e ostile al Governo di Bashar al-Assad dei turchi in Siria.

C’è chi comunque non scommette sul futuro delle relazioni tra i due Paesi: all’alba della Presidenza di Donald, Binali Yildirim, Primo Ministro turco aveva affermato di sperare che «l’estradizione avverrà presto, e darà le basi per un rinnovato inizio nelle relazioni turco-americane», riferendosi a Fethullah Gulen, un dissidente turco nelle mani di Washington che Ankara vorrebbe vedere ‘restituito’ ai suoi tribunali. La questione Gulen resta però ancora da risolvere.

Sarà solo tra pochi giorni, quando i due Presidenti si incontreranno il 16 di questo mese, che sarà chiaro se l’asse Washington-Ankara può ancora reggere, e in quali forme. Ad oggi le richieste dei turchi sono ampiamente conosciute, e Erdogan ha già inviato diversi suoi funzionari, tra cui Ibrahim Kalin, suo consigliere personale, e Hakan Fidan, Capo dell’Intelligence turca a preparare il terreno per le negoziazioni. In Turchia, le personalità più vicine al ‘sultano’ sono però pessimiste: il caso Gulen è in alto mare, e il 9 maggio il Pentagono ha approvato l’invio di armamenti agli odiati combattenti curdi dell’YPG impegnati nella riconquista di Raqqa.

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