venerdì, Aprile 26

Turchia, 4 anni dopo la ‘comune’ di Gezi Park

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Quattro anni fa uno piccolo gruppo di ecologisti si parava davanti alle ruspe che volevano radere al suolo 600 alberi a ridosso di piazza Taksim ad Istanbul, il luogo simbolo dello Stato secolare in Turchia. La reazione violenta della polizia innescò un moto di indignazione nel Paese e Gezi Park divenne il luogo della resistenza. Un’utopia da contrapporre al crescente autoritarismo del governo di Erdogan. Oggi, dopo quattro anni, nessuno parla più dei fatti che originarono la protesta. Cio che rimane nei racconti di chi vi prese parte è molto altro: “Quando salì al potere Erdogan fece delle promese importanti. Disse che saremmo stati sostenitori dell’Unione Europea, che avrebbe reso la Turchia un paese più democratico. Oggi è chiaro che quelle parole le utilizzò solo per ottenere più voti”, Firat sorseggia la sua birra seduto al tavolo di un pub nel centro di Istanbul dove ogni sera si ritrova con i suoi amici.

Resta calmo mentre parla, ha ripensato ai giorni di Gezi migliaia di volte e tutto è chiaro nella sua mente. “Non solo non ha mantenuto le promesse”, Melika seduta al suo fianco lo sostiene, “Erdogan ha agito in maniera negativa nei confronti di ogni categoria della società. I motivi che portarono al movimento di Gezi furono la politica repressiva e dittatoriale del suo governo e la paura di perdere la nostra libertà”.

La rivolta scoppiò il 28 maggio 2013. Dopo varie giornate di scontri in tutta la Turchia e almeno mille feriti, il primo giugno la polizia si ritirò da piazza Taksim. I manifestanti bloccarono le strade di accesso al parco erigendo delle barricate. E tra gli alberi furono sistemate le tende. “Fu un momento meraviglioso”, ricorda Uruk, “Mentre la polizia si allontanava noi continuavamo ad abbracciarci l’un l’altro”. L’area divenne una sorta di cittadella autogestita con tanto di punti di ristoro, farmacia,  pronto soccorso e centri di coordinamento dove si distribuivano tende, sapone e dentifrici. Per chi voleva leggere c’era una biblioteca fatta con i libri portati dai manifestanti. Per il tempo libero, corsi di yoga, meditazione e un’area dove ascoltare musica. Anche numerosi dibattiti furono organizzati in quei giorni riguardo la situazione politica nel paese. “Non dimenticherò mai quei momenti. Sono stati i più belli e importanti della mia vita”, lo sguardo di Deniz si illumina quando gli chiedo di raccontarmi i giorni di Gezi.

Ma il 15 giugno 2013 tutto cambiò, a piazza Taksim e nel resto della Turchia. La polizia cominciò ad attaccare l’area lanciando lacrimogeni, distrusse tutto buttando all’aria, il cibo, le tende, la biblioteca e in pochi minuti la cittadella divenne una terra desolata. Una repressione violenta che lasciò sul campo 9 morti, 8mila feriti in tutto il paese, oltre a cinquemila arresti.

Ma oggi cosa è rimasto di quella protesta oceanica? “Le cose che eravamo riusciti ad ottenere immediatamente dopo Gezi le abbiamo perse tutte. Volevamo più diritti, oggi ne abbiamo meno di allora”, commenta Firat. “E’ vero, è stato un fallimento”, ancora Melika, “ma era la prima volta che sperimentavamo qualcosa di simile. E’ stato più grande di noi e non abbiamo saputo gestirlo” ammette. Eppure anche se di quei giorni restano solo i ricordi, Gezi ha costituito un punto di svolta per il paese. “Il movimento ha fatto uscire allo scoperto l’Akp. In quei giorni Erdogan per la prima volta ha mostrato il suo vero volto” concordano tutti. Allo stesso modo i giovani hanno acquisito consapevolezza, scoprendo qual era il loro potere. Hanno trovato nel movimento di protesta spazi di partecipazione e di azione diretta, questo è accaduto sia nei grandi centri come Istanbul, Ankara e Izmir, sia nelle città della provincia. Il movimento ha portato nel dibattito pubblico temi forti come l’ecologia, la democrazia radicale, la questione lgbt; Temi maturati negli anni precedenti in Turchia, ma diventati punti cardini proprio a Gezi Park.

Il ricordo di quei giorni è vivo più che mai nelle menti dei ragazzi che ho di fronte. Ma il loro entusiasmo si spegne quando si torna al presente. “Erdogan è molto più forte di prima e sta mettendo i turchi in ginocchio” continua Melika, “Ma un’altra protesta come Gezi è impensabile”. “Oggi sarebbero molto più violenti. E la gente ha paura. Ha paura della loro aggressività perchè non si fermano di fronte a niente, e ha paura di perdere il posto di lavoro” spiega Deniz. Ma parlando di speranza per il futuro, anche se la parola inizialmente suscita sorrisi sarcastici nel gruppo, nuove consapevolezze vengono fuori. “Quella del referendum è stata sicuramente una non vittoria per Erdogan. Quell’uomo possiede tutto: il potere, le televisioni, gli strumenti per la propaganda, eppure ha vinto per pochissimo”, puntualizza Malika. “Questo significa qualcosa“, continuano gli altri, “molte persone, anche appartenenti all’Akp, non sono contente di lui e riusciamo a percepirlo”. “Contrariamente al risultato del referendum” conclude Firat, “In realtà ci sentiamo in vantaggio. Ci rendiamo conto di non essere in pochi a non accettare la situazione e questo ci da una nuova forza”.

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