venerdì, Febbraio 28

Turchia: le sfide di Erdogan tra curdi e Stati Uniti Ecco le mosse di Erdogan tra fronte interno e confine turco-siriano, ne parliamo con Federico Donelli e Alberto Gasparetto

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Il Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, l’aveva annunciato mesi fa, prima delle elezioni amministrative del 31 marzo: i funzionari eletti imputati di avere collegamenti con i terroristi sarebbero stati rimossi immediatamente dal loro incarico. E quando ad Ankara si parla di terrorismo, specie riferito alle questioni interne, si guarda al PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan (in curdo Partîya Karkerén Kurdîstan), gruppo separatista e rivoluzionario di ispirazione leninista-marxista che dal 1984 ha iniziato una lotta armata contro le istituzioni.

Il 19 agosto scorso le parole si sono tramutate in fatti. Il Governo centrale ha rimosso dallincarico tre sindaci per presunti legami  con il gruppo armato curdo e, sempre per lo stesso motivo, oltre 400 persone sono state arrestate. I tre sindaci – che verranno sostituiti da governatori centrali nominati direttamente dal Governo – amministravano le città di Diyarbakir, Mardin e Van, tutte collocate nel sud-est del Paese, ed erano membri dell’Halkların Demokratik Partisi (HDP, Partito Democratico dei Popoli), il partito che ha ottenuto un ampio successo alle amministrative di marzo, ma che Erdoğan reputa molto vicino al PKK. 

Il fatto in sé non rappresenta una novità, poiché negli ultimi anni nel sud-est della Turchia a maggioranza curda le autorità hanno rimosso dalla loro posizione oltre 100 sindaci, la maggior parte eletti tra le fila dell’HDP. Riflette, però, ancora una volta, la svolta autoritaria che sta prendendo la Turchia amministrata da Erdoğan, il quale ha visto crescere sempre più il suo potere da quando ha assunto la guida del Paese nell’ormai lontano 2002. 

La doppia sconfitta di Istanbul ha sicuramente minato le certezze del leader turco che una volta ebbe a dire «chi perde Istanbul, perde la Turchia». La rimozione dei sindaci, dunque, potrebbe rientrare nella volontà di Erdoğan, da una parte, di affermare l’autorità del Governo centrale e, dall’altra, di aumentare la presa nei territori più sensibili all’eco rivoluzionario dei curdi.

In questo momento, il discorso dei curdi è legato molto agli equilibri di potere”, dice Federico Donelli, assegnista di ricerca in Relazioni Internazionali del Medio Oriente presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova, “le elezioni amministrative hanno messo in rilevanza degli aspetti importanti. Il primo è l’alleanza nei grandi centri urbani tra i kemalisti del Partito Popolare Repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi, CHP) e l’HDP, un partito regionalista, ma che nelle grandi città è progressista di sinistra, aperto alle questioni ambientali e lgbt. Ora il Presidente turco è preoccupato e, dopo le elezioni, si è spostato ancora di più verso destra, verso Bahçeli, leader del Partito del Movimento Nazionalista (MHP), per il quale i curdi non esistono”.  Per Erdoğan, inoltre, un altro problema sul fronte interno è rappresentato da due fuoriusciti dell’AKP. L’ex ministro degli esteri, Ali Babacan, e l’ex Presidente, Abdullah Gül, infatti, hanno aspramente criticato gli ultimi arresti e hanno in mente di lanciare un nuovo soggetto politico. “Questo nuova piattaforma”, continua Donelli, “porterebbe via molti voti tra i liberali e i conservatori ad Erdogan, che per questo motivo ha paura”. 

La preoccupazione di Erdoğan di perdere il consenso, quindi, è reale, ma l’allontanamento dei sindaci HDP quelle zone sensibili, potrebbe essere stata una mossa concordata con Russia e Stati Uniti, potenze attive lungo il confine turco-siriano? “Questa mossa si inserisce in una prerogativa statale, sulla quale non so quale margine di manovra possano avere avuto gli USA e la Russia”, dice Alberto Gasparetto, cultore di Scienza Politica presso l’Università di Padova e autore della monografia ‘La Turchia di Erdoğan e le sfide del Medio Oriente’, “rimuovere questi sindaci e, quindi, commissariare quei territori al confine, vuol dire presidiare sempre più quel territorio che è poroso e che non è totalmente sotto il controllo del Governo centrale. Facendo questa mossa, Erdoğan vuole assicurarsi il presidio del territorio in vista di un’eventuale operazione militare oltre il confine siriano”.

La destituzione dei sindaci in quelle aree delicate, infatti, è da mettere in parallelo con l’intenzione di Erdoğan di creare una zona cuscinetto al nord del Siria. Questo perché il nord-est siriano è sotto il controllo delle milizie curde del YPG (Yekîneyên Parastina Gel – Unità di Protezione Popolare), che il Governo turco osteggia per le sue relazioni profonde col PKK, ma che ha svolto un ruolo fondamentale nella lotta all’ISIS. In questo senso, tra il 5 ed il 7 agosto, si è svolto un vertice tra delegazioni militari statunitensi e turche per discutere i piani per coordinare l’istituzione di una zona sicura lungo il confine turco-siriano. Sebbene i contatti siano avanzati ci sono dissidi sulla profondità della zona sicura, che la Turchia vorrebbe fosse di oltre 30 km e sotto il suo stretto controllo. Gli Stati Uniti, invece, oltre a imporre la loro influenza, vorrebbero non superasse i 15 km.

Certamente c’è un fattore contingente legato al fatto che, nelle ultime settimane, sembra che l’accordo di Sochi, raggiunto con Mosca nel settembre dello scorso anno, sia saltato”, spiega Gasperetto, “l’accordo prevedeva l’istituzione di de-escalation zone che dovevano preludere alla formazione di un cordone di territorio profondo decine di chilometri che doveva fare un po’ da cuscinetto e proteggere i confini turchi. È saltato tutto poiché le forze di Assad si stanno muovendo verso Khan Sheikhoun. E questo, ovviamente, ha dato fastidio alla Turchia perché la Russia ha dato copertura alle forze di Assad: un cosa che gli USA hanno voluto scongiurare con l’accordo di due settimane fa”. 

L’idea di Erdoğan, però, è anche quella di utilizzare i territori a nord della Siria per far rientrare i rifugiati siriani. Nelle ultime settimane, infatti, il Governo di Ankara ha lavorato ad un piano per rimpatriare 700.000 dei circa 4 milioni di siriani presenti all’interno del territorio turco. Ora che lo sviluppo dell’economia si è bloccato, la lira si sta svalutando e il tasso di inflazione è del 17% i rifugiati siriani sono diventati un problema per i turchi. Un’idea che cozza con le dichiarazioni di alcuni funzionari del Governo siriano che hanno parlato della zona sicura concordata tra USA e Turchia definendola un’aggressione contro la sovranità nazionale.

Questo, ovviamente, ha dei risvolti geopolitici. Erdoğan è convinto che creare una zona cuscinetto legata per ragioni economiche, confessionali e politiche alla Turchia possa servire anche nel contrasto alle zone di influenza curda in Siria”, spiega Donelli, “credo che la Turchia farà di tutto per tenere la zona di Idlib sotto controllo o, comunque, per darla al Free Siryan Army e creare quindi una zona di propria influenza. Allo stesso tempo, credo si voglia creare una zona cuscinetto tra Idlib e Manbij, in modo da frapporre i due potenziali Stati, quello curdo e uno più siriano-sunnita”.

L’istituzione di questa zona cuscinetto, dunque, sembra aver fatto riavvicinare Ankara e Washington dopo anni di fredde relazioni. Il punto, allora, a fronte delle politiche ambivalenti della Casa Bianca in Medio Oriente, soprattutto in Siria, è se siano gli Stati Uniti ad aver più bisogno della Turchia o il contrario.

È evidente che adesso siano gli Stati Uniti ad aver bisogno della Turchia”, afferma Donelli. “gli USA pagano 4/5 anni di politiche quantomeno ambigue in Siria: hanno iniziato supportando il Free Siryan Army, quindi, la politica turca, mentre con la crescita di Daesh hanno iniziato a supportare le milizie curde, che in quel momento erano in prima linea. Adesso ci troviamo in un corto circuito in cui delle milizie armate e formate dagli USA combattono contro milizie armate e formate sempre dagli USA”.

Della stessa idea Gasparetto, che spiega, “se guardiamo la cartina geografica, vediamo che la Turchia è un Paese che si trova a cavallo di tantissime regioni. L’ex Ministro degli Esteri, Ahmet Davutoğlu, ha reinterpretato quello che deve essere il ruolo del Paese negli scenari del futuro. Non più un ponte, ma un perno a 360° che va alla ricerca di quei partner che possano tatticamente venire incontro ai suoi interessi internazionali

Un rinnovato asse tra Washington e Ankara, però, rende complicato per l’Amministrazione Erdoğan cercare uno scontro diretto con i curdi stanziati lungo il confine turco-sirianoNonostante Trump mesi fa abbia annunciato il ritiro delle truppe americane che stanno nella zona nord-orientale, in realtà non l’ha ancora fatto, perciò quella rimane una zona di presidio degli USA”, continua il cultore dell’Università di Padova, “andare a combattere lì contro i curdi, finanziati e addestrati dagli USA in funzione anti-jihadista, se non significa dichiarare guerra agli USA, vuol dire quantomeno disturbarli”.

Certo, tutto dipenderà da come andranno a finire i colloqui per la zona sicura nel nord della Siria. “Molti parlavano di un’idea turca di proseguire l’avanzata, ma questo avrebbe dei costi, innanzitutto economici, ma anche in termini di popolarità: la Turchia ne ha persa tantissima a livello internazionale dopo la svolta illiberale del 2013 con le proteste di Gezi Park”, dice Donelli, “una parte della colpa è anche dell’Occidente, perché non si capisce quando la questione curda sia una minaccia alla sicurezza nazionale turca. A molti Paesi, poi, fa gioco questa cosa perché è una potenziale leva di pressione sulla Turchia”.

Resta allora da capire, con un Erdoğan sempre più autoritario, che punta a fortificare il fronte interno cacciando i sindaci appartenenti all’HDP, e che, al contempo, tende la mano agli Stati Uniti per la gestione dei confini, quanto effettivamente sia forte la Turchia a livello regionale.

La Turchia non ha una politica espansionista, ma sicuramente guarda anche a molti teatri, come il Caucaso, i Balcani – pensiamo ai finanziamenti che giungono in Paesi come la Bosnia per costruire moschee – ma anche il Nord Africa e Paesi del Medio Oriente, dove ci sono minoranze turcofone”, afferma Gasparetto. “è una medio potenza regionale, che con Erdoğan ha sempre avuto l’ambizione di diventare una grande potenza, ma deve fare i conti con Arabia Saudita e Iran”.

Concorrenza regionale riscontrata anche da Donelli, che chiosa così: “la Turchia si è trovata schiacciata nella rivalità tra Iran e Arabia Saudita, ma nel momento in cui si è trovata ad essere un attore importante, insieme al Qatar, ha dovuto fare i conti con i limiti delle risorse. Le mosse di Erdoğan sono dettate unicamente dalla necessità politica di mantenere il proprio potere: non c’è una strategia alle spalle. Qualora dovesse andare nel caos, andrebbero nel caos non solo il Medio Oriente, ma anche i Balcani, il Mediterraneo e, a quel punto, l’Europa”.

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