sabato, Luglio 4

Turchia: ecco il tuo Vietnam La mossa di Trump di lasciare il nord della Siria alla Turchia potrebbe far scatenare le forze curdo-siriane e portare al riassetto delle strategie, ne parliamo con Federico Donelli e Alberto Negri

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«Se la Turchia fa qualcosa che io, nella mia grande e impareggiabile saggezza, considero off limits, distruggerò e cancellerò totalmente leconomia turca». Così parlò Donald J. Trump. In un ineguagliabile delirio di onnipotenza, il Presidente americano ci ha regalato ieri uno dei tweet che entreranno di diritto nella storia della politica globale, o almeno in quella delle citazioni fantasiose – per non dire presuntuose. Ma la fantasia purtroppo finisce lì, nel linguaggio e nella retorica trumpiana, perché le decisioni prese, riviste e contraddette in queste ultime quarantotto ore dall’inquilino della Casa Bianca potrebbero causare degli stravolgimenti importanti nellarea mediorientale, in particolare in un teatro scottante come quello siriano.

Attraverso un comunicato ufficiale rilasciato domenica 6 ottobre, infatti, Trump ha dato il via libera alla Turchia affinché installi una zona cuscinetto nel nord della Siria – definita in un accordo tra Washington e Ankara sviluppato tra il 5 ed il 7 agosto scorsi – con le truppe statunitensi che, «avendo sconfitto il ‘Califfato’ territoriale dell’ISIS», non saranno più presenti nelle immediate vicinanze.

L’intenzione del Presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, è quella di utilizzare i territori a nord della Siria per far rientrare parte dei 3,5 milioni di rifugiati siriani presenti allinterno dei confini turchi: rifugiati che, in un Paese con la lira svalutata e un tasso di inflazione del 17%, stanno diventando sempre più un problema per l’Esecutivo e per la popolarità dello stesso leader, che ha già dovuto fare i conti con la perdita di Istanbul durante le ultime elezioni amministrative.

Sebbene nella nota domenicale Trump abbia scritto che «le forze armate degli Stati Uniti non supporteranno né saranno coinvolte nell’operazione», il Dipartimento della Difesa americano ha poi fatto marcia indietro, dichiarando che «il coordinamento e la cooperazione sono la strada migliore verso la sicurezza nell’area» – così come previsto peraltro dall’accordo dei primi di agosto – e che  «il Segretario Esper e il Capo di Stato Maggiore Milley hanno ribadito alle rispettive controparti turche che un’azione unilaterale crea rischi per la Turchia». Una sorta di ridimensionamento degli entusiasmi turchi a cui è seguito tweet fantasioso di Trump, bacchettato dal Pentagono.

A fare le spese di questo atteggiamento contradditorio sono i curdi siriani e, in particolare, quelli dello YPG (Yekîneyên Parastina Gel – Unità di Protezione Popolare), cioè le milizie delle Syrian Democratic Forces (SDF) alleate degli USA – che le hanno finanziate e addestrate – e pedine fondamentali nella lotta armata contro Daesh. Proprio questo ruolo, ha permesso ai curdi siriani di ritagliarsi nella regione del Rojava, lungo il confine turco-siriano, uno spazio autonomo. Uno spazio dove ora dovrebbe insediarsi la Turchia.

Quello degli Stati Uniti, quindi, è sembrato un vero e proprio voltagabbana nei confronti dei miliziani curdi, tanto che la stampa interazionale ha immediatamente gridato al ‘tradimento’. Senza la presenza statunitense, infatti, i miliziani dello YPG sarebbero lasciati in balia delle azioni del Governo turco, il quale li considera braccia armato del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKKPartîya Karkerén Kurdîstan), gruppo separatista e rivoluzionario di ispirazione leninista-marxista che dal 1984 ha iniziato una lotta armata contro le istituzioni.

Ecco perché, allora, la decisione di Trump potrebbe essere la causa scatenante dell’inasprirsi del conflitto tra YPG e Ankara. Bisogna prima fare una precisazione, perché lo YPG non rappresenta l’interezza dei curdi e, specialmente, dei curdi siriani. “Nonostante, la narrazione turca tenda a raggruppare i curdi siriani sotto la bandiera dello YPG, considerato dalle autorità di Ankara costola del PKK, sarebbe un errore guardare ad essi come un blocco monolitico”, spiega Federico Donelli, assegnista di ricerca in Relazioni Internazionali del Medio Oriente presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova, “lo YPG, infatti, costituisce una delle milizie convogliate nel SDF dai cui successi ottenuti nel contrasto all’avanzata Daesh è nato il Consiglio Democratico Siriano (MSD), ossia il corpo politico dei curdi siriani che in questi ultimi cinque anni ha amministrato il Rojava. Prima dei recenti sviluppi, dal processo di istituzionalizzazione del SDF passavano le chance di istituire un’entità federale riconosciuta nella Siria settentrionale.

Chiarito questo punto, vediamo quali sono gli scenari che potrebbero delinearsi sul fronte siriano. “È probabile che lo YPG continui a resistere a lungo all’intervento turco, perché, oltre ad aver dimostrato grandi abilità nella guerra convenzionale contro l’esercito Daesh, presenta una struttura in grado di adattarsi agevolmente ad azioni di guerriglia, continua Donelli, “molti osservatori ritengono possa diventare il Vietnam della Turchia. Se questa non dovesse riuscire ad espandere la zona cuscinetto fino all’Est dell’Eufrate, quindi demilitarizzare la zona, trovare un accordo con l’Iran e con la Russia, oltre che con Assad sulla gestione di quell’area, rischia veramente che il tutto si tramuti in una zona di guerriglia dove Ankara dovrà riuscire a trovare una exit strategy, cioè il modo migliore per ritirarsi.

Per far fronte ad un eventuale conflitto con la Turchia, i curdi-siriani dello YPG potrebbero guardare ad un’alleanza con il Presidente siriano, Bashar al-Assad: un’ipotesi avallata dallo stesso comandante in capo delle SDF, Mazlum Abdi. Una convergenza di intenti potrebbe essere captata nelle parole di alcuni funzionari del Governo siriano che, ad agosto, venendo interpellati sulla zona sicura concordata tra USA e Turchia l’hanno definita «un’aggressione contro la sovranità nazionale». Inoltre, alcuni ribelli accusano lo YPG di collaborare già con Assad, il quale ha sostenuto il PKK e la cui decisione di ritirare le forze da diverse aree a maggioranza curda nel nord della Siria, a metà del 2012, ha permesso proprio allo YPG di stabilire il controllo in quella zona. 

Non del tutto convinto dell’ipotetica alleanza YPG-Assad è Alberto Negri, Senior Advisor dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), che vede nella disputa intorno ad Idlib l’asso nella manica che potrebbe giocare la Turchia, che controlla la provincia siriana. “In questo momento, per Assad il problema non è Rojava, non sono i curdi, ma la provincia di Idlib, che è molto più strategica per il Presidente siriano”, spiega Negri, “credo che in questa fase Assad non interverrà né in difesa dei curdi né contro la stessa Turchia, qualora questa accettasse di ritirare le milizie filo-turche dalla provincia di Idlib. Insomma, secondo me ci sarà uno scambio”.

A questi calcoli, però, va aggiunto l’interesse della Russia e dell’Iran, attori di prim’ordine nelle vicende siriane. L’accordo portato a termine da USA e Turchia alle spalle dello Stato siriano è stato fatto, forse e probabilmente, anche con un certo assenso della Russia e dell’Iran, che negoziano da tempo il futuro della Siria”, continua Negri, “il negoziato trilaterale Turchia-Iran-Russia sulla Siria è, in qualche modo, il vero nodo della questione. Bisogna capire se la Russia di Putin e la Siria di Assad accetteranno di spezzettare parte del territorio siriano”.

Ed ecco perché, allora, solo Mosca e Teheran potrebbero eventualmente consentire un’alleanza tra Assad e i curdo-siriani contro la Turchia Adesso trovo difficile un accordo tra il regime siriano e le SDF, perché sarebbe molto rischioso, più che per Assad, per la Russia e l’Iran”, dice Donelli, se queste dovessero consentire un’eventuale alleanza tra curdi e Assad rischierebbero di incrinare i rapporti con la Turchia, e questo non conviene a nessuno. Il modo migliore per stabilizzare la Siria, è che Assad, Iran, Turchia e Russia trovino un accordo su come stabilizzar l’area, ma questo ovviamente rischia di andare a scapito dei curdi siriani”.

Un’altra determinante questione posta in essere dall’avanzata turca nel nord della Siria è il destino dalle decine di migliaia di miliziani dell’ISIS fatti prigionieri dallo YGP. Se i curdi siriani dovessero infatti riorganizzarsi per un conflitto armato con la Turchia, lascerebbero abbandonate le carceri dove sono rinchiusi i fighters di Daesh. La Turchia ha garantito agli USA di prendersi questi prigionieri, ma c’è anche la possibilità che questi vengano liberati prima dell’arrivo delle forze turche. “È chiaro che quando tu hai in mano tutti questi prigionieri potresti pensare di utilizzarli contro la stessa Turchia”, spiega l’analista ISPI, “in realtà, sono stati i turchi ad usare i jihadisti e Daesh per i loro obiettivi politici, facendone passare migliaia. Il vero problema della questione è questo: Erdogan non ha accettato di riprendersi indietro i jihadisti che ha fatto passare attraverso il suo confine per abbattere il regime di Assad”.

Nel caso di un conflitto turco-curdo-siriano, Daesh avrebbe allora le possibilità di riorganizzarsi? È possibile una ricostituzione di Daesh. Innanzitutto perché basta vedere che nella provincia di Idlib sono stimati circa 40.000 combattenti che appartengono a varie milizie tra cui Al-Qaeda e ISIS”, continua Negri, “alcune sacche dell’ISIS resistono ancora al confine con l’Iraq. L’attuale destabilizzazione che c’è in Iraq, inoltre, può creare un bacino di reclutamento tra i giovani sunniti insoddisfatti che potrebbero abbracciare ideologia jihadista e lo stesso ISIS”.

Secondo Donelli, invece, la questione della riorganizzazione di Daesh non è tanto di carattere territoriale, ma di elementi. “Con una situazione poco controllata, o comunque di sofferenza, potrebbe esserci una riorganizzazione delle cellule”, afferma il ricercatore, “da questo punto di vista, sarebbe un ulteriore problema per la Turchia, che allora potrebbe venire a trovarsi sotto attacco da più fronti. Non mi stupirebbe che nelle prossime settimane, con l’avanzata turca nel nord della Siria, potrebbero esserci attentati all’interno dei confini turchi”.

Dunque, in una situazione che vede la Turchia impegnata sul fronte Daesh, con cellule rinnovate, e con lo YPG sul piede di guerra, con gli USA in procinto di ritirarsi, la Russia vedrebbe automaticamente aumentare la sua influenza nella regione.

La Russia sarebbe la vera vincitrice”, dice Donelli, “Mosca potrebbe riuscire a salvaguardarsi l’alleato siriano e l’accesso al Mar Mediterraneo; è già riuscita a creare tensioni all’interno della NATO con la scelta turca di acquistare il sistema missilistico S-400. La Russia sta acquisendo una forte influenza nell’area. La vera domanda è se Mosca abbia poi le risorse necessarie per mantenere questa influenza nella regione”.

Mestamente sconfitto, invece, ne uscirebbe Donald Trump, il quale potrebbe vedere nuovamente risorgere l’ISIS, mentre ha avallato l’azione della Turchia proprio perché il Califfato è stato dichiarato sconfitto. “Trump è un personaggio contraddittorio. Nella campagna elettorale del 2016, durante un dibattito televisivo, affermò che gli USA potevano allearsi con la Siria visto che questa combatteva l’ISIS”, chiosa Negri, “ha dichiarato, inoltre, di voler ritirare i soldati dalla Siria, per poi essere fermato dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato. 48 ore fa ha detto che non si sarebbe opposto all’avanzata delle forze turche in Siria, oggi si è smentito nuovamente: si capisce che è un uomo del genere può dire tutto ed il contrario di tutto”. 

Non resta quindi che aspettare gli sviluppi che deriveranno dalla presa di posizione decisa dalla grande e impareggiabile saggezza di Trump.

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