sabato, Ottobre 24

Tunisia: esempio o no? Il Paese rappresenta un valido esempio di quale percorso intraprendere per consolidare il potere dello Stato?

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Un Nordafrica profondamente trasformato rispetto ad alcuni anni fa sta cercando di trarre il bilancio della propria stagione rivoluzionaria, ad alcuni anni di distanza dagli eventi che scossero non solo la regione ma il mondo intero. La forte destabilizzazione regionale seguita alla conclusione delle Primavere Arabe ha prodotto risultati eterogenei, che hanno indotto i vari analisti a cercare di interpretare le peculiarità dei vari Stati per cercare di comprendere quale sia il modello di una valida transizione. Nella Penisola Arabica, la transizione negoziata dello Yemen è stata da molti ritenuta un esempio per le sue modalità (il processo del Dialogo Nazionale ha rappresentato un interessante precedente per la sua capacità di portare i maggiori nuclei di interesse del Paese attorno al tavolo delle trattative), ma il fallimento del processo nel portare stabilità nello Stato è sotto gli occhi di tutti.

Di fronte all’anarchia libica e alla situazione presente in Egitto, molti continuano a guardare alla Tunisia,  culla dei movimenti rivoluzionari, come possibile modello per le transizioni degli altri Paesi. Dopo una lunga fase di stallo, prodotta dalle difficoltà del partito islamista Ennahda nel riuscire a governare il Paese dopo aver vinto le elezioni del 2011, la Tunisia sembra essere riuscita negli ultimi sei mesi a rafforzare la tenuta delle istituzioni, a garantire più solidità al dialogo governativo e a sostenere l’azione delle autorità nel tenere sotto controllo il territorio nazionale. La conclusione del processo di redazione della nuova Costituzione ha rappresentato l’apice di tale successo: il testo pubblicato nello scorso dicembre è stato preso a modello della possibilità di conciliare le richieste dei vari partiti politici e creare concordia all’interno della società.

Osservatori e analisti internazionali sono rimasti piacevolmente sorpresi dalla misura in cui la nuova carta tutelerà i la parità di diritti tra uomo e donna, creando un importante precedente all’interno del panorama arabo post-Primavere. «Questa è una costituzione basata sul consenso» ha affermato Rachid Ghannouchi, leader di Ennahda. «Non tutti i tunisini si ritroveranno in essa. Tutti troveranno parte di se stessi, ma non per intero. Un professore di legge costituzionale ben conosciuto e secolare l’ha descritta come nata morta, e lo stesso ha fatto un deputato islamista di Ennahda. Diciamo loro, sia che si punti sul consenso o su alternative come la guerra civile o la dittatura, che il Paese è ideologicamente diviso».

La seconda metà del 2013 è stata ricca di difficoltà per la Tunisia. Un periodo di apparente calma si era instaurata nella scorsa primavera: un rimpasto di governo aveva momentaneamente riappacificato una società profondamente divisa a seguito dell’omicidio del politico Chokri Belaid, consentendo all’Assemblea di lavorare sulla redazione della carta costituzionale e individuare misure per contenere il deterioramento dell’economia. Il periodo di ripresa è giunto al termine nella scorsa estate quando un nuovo omicidio politico, quello del politico progressista Mohamed Brahmi, ha scatenato la rabbia dei tunisini causando una lunga serie di manifestazioni di piazza che hanno messo Ennahda e i suoi alleati di governo con le spalle al muro.

A partire da luglio scorso, quando 8 militari tunisini vennero uccisi in un’imboscata da parte di militanti estremisti nell’area montuosa del Djebel Chaambi, lungo il confine con l’Algeria, è cresciuto inoltre il timore nei confronti del jihadismo di matrice salafita. La maggiore organizzazione salafita del Paese, Ansar al-Sharia in Tunisia, è stata messa fuori legge dal Governo. Sono cresciuti i sospetti nei confronti di Ennahda, accusata di aver mantenuto un approccio troppo timido nei confronti dei gruppi estremisti presenti sul suo territorio nazionale, e nei confronti di alcuni membri del partito islamista, ritenuti conniventi con alcune ali di Ansar al-Sharia.

Nello scorso ottobre, il Primo Ministro Laarayedh accettò di rassegnare le dimissioni e di sciogliere il Governo nel momento in cui dalle trattative tra maggioranza e opposizione sarebbe uscito il nome di un valido successore. L’organizzazione sindacale UGTT si occupò di mediare il dialogo, cercando di stabilire prima possibile le tappe per portare a termine il processo costituzionale e preparare nuove elezioni presidenziali. Una serie di mancati accordi sul nome del Premier ha frustrato per oltre un mese la cittadinanza tunisina, ansiosa di uscire dall’impasse che stava bloccando la transizione del Paese.

A pochi mesi di distanza, pare evidente come la serie di cambiamenti abbia migliorato la situazione nel Paese e restituito parte dell’ottimismo che era venuto a mancare nel corso del 2013. Nonostante i passi in avanti, c’è ancora molto da fare per portare a compimento la transizione tunisina con successo e garantire un futuro al Paese. Il rischio che ulteriori attacchi di matrice jihadista destabilizzino nuovamente la situazione interna è forte, tenendo conto anche del progressivo deterioramento della situazione della sicurezza nel Paese. La debolezza delle basi economiche del Paese costituisce inoltre un’altra minaccia che potrebbe sfibrare la tenuta del tessuto sociale, costringendo il Governo a impopolari misure di austerità. Il Governo Jomaa dovrà tener conto di questi problemi se non vorrà correre il rischio che nuovi ostacoli complichino il successo della transizione.

«La rivalità politica tra islamisti e secolari sul ruolo della religione del Paese dopo la fine del regime di Ben Ali ha diviso la società tunisina in due campi ideologici frequentemente in contrasto tra di loro» è scritto in un recente report d’approfondimento pubblicato dal sito di informazione Euronews. «Questa frattura politica ha colpito il Paese su tutti i piani, soprattutto da un punto di vista politica. Le condizioni economiche, unite alla corruzione e al cattivo rispetto dei diritti umani, sono ciò che hanno dato vita alla rivoluzione tunisina. Ma con il consistente pericolo del terrorismo armato e con il teatro politico melodrammatico, i tunisini rimangono infelici con la riuscita della “Rivoluzione dei gelsomini”. Alcuni sostengono addirittura che sotto Ben Ali le cose fossero migliori».

 

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