venerdì, Ottobre 18

Tunisia: elezioni, tra rabbia e confusione I tunisini saranno chiamati alle urne per il primo turno delle elezioni presidenziali. Il risultato non è scontato e la democrazia affronta un test decisivo

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Domenica 15 Settembre 7 milioni di tunisini saranno chiamati alle urne per il primo turno delle elezioni presidenziali, anticipate dopo la morte a 92 anni, lo scorso luglio, del presidente Beji Caid Essebsi, eletto democraticamente nel 2014 con voto a suffragio universale diretto.

Sarà il secondo appuntamento democratico per la carica più alta dello Stato dalla fine del regime di Zine El-Abidine Ben Ali nel 2011. La scomparsa di Essebsi ha anche modificato il panorama politico nazionale con il moltiplicarsi dei partiti laici contro il Partito islamista Ennahda. A distanza di 5 anni il nodo del voto sono le attese soluzioni ad annose problematiche socio-economiche ad influenzare gli elettori: dalla fine del regime di Ben Ali, la disoccupazione, il debito e i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentatiE la rabbia si è progressivamente rafforzata.

Ci sono anche i problemi di sicurezza, secondo stime diffuse, 30 mila tunisini hanno cercato di raggiungere la Siria e l’Iraq per combattere con lo Stato Islamico e i due attacchi del 27 giugno, a quattro anni e un giorno (elemento forse da non sottovalutare) dall’attacco di Sousse,  hanno fatto ripiombare il Paese nordafricano nell’incubo del terrorismo. «Le radici del jihadismo in Tunisia si trovano nel Tunisian Islamic Combatant Group (TICG), creato nel 2000, molto probabilmente a Jalalabad, in Afghanistan, quando diversi cosiddetti afghani tunisini guidati da Tarek Maaroufi (alias Abu Ismaeil El Jendoubi) e Seifallah Ben Hassine (alias Abu Iyadhha deciso di organizzare i radicali jihadisti tunisini»,  spiega Peter Borowsky, professore associato presso l’Università di Al Akhawayn.

Il crollo del Califfato in Siria e l’instabilità in corso in Libia hanno messo a rischio la Tunisia. «La destabilizzazione della Tunisia potrebbe anche influenzare direttamente la sicurezza dell’Europa». Il pericolo arriva dai ‘rimpatriati’ da Siria e Iraq, che magari hanno transitato in Libia, e poi sono rientrati in Tunisia. Sono pericolosi soprattutto per l’esperienza che si portano dietro, oltre al fattore radicalizzazione.  A fine 2017, inizi 2018, «questi gruppi possono essere considerati un fastidio», afferma  Borowsky, conducono una  «guerriglia a bassa intensità; in effetti, si potrebbe chiamare questo ‘terrorismo intermittente’».

Dalla fine del 2015, la nuova legislazione di emergenza ha dato al governo il potere di monitorare la stampa, reprimere le proteste e chiudere le moschee e le associazioni della società civile. Secondo un sondaggio dell’opinione pubblica all’inizio di quest’anno, solo l’8% dei tunisini ritiene che il proprio paese stia andando nella giusta direzione (rispetto al 62% nel 2012). Un massiccio 87% pensa che stia andando nella direzione sbagliata (rispetto al 30% nel 2012). Il sostegno a tutti i partiti politici è precipitato, con due terzi che affermano che nessun partito rappresenta i loro interessi.

Lo scorso 7 settembre e nei giorni successivi, per la prima volta in Tunisia, i 26 candidati alle presidenziali hanno partecipato ad un dibattito televisivo, ma l’esito del voto non è affatto scontato tanto che è probabile che nessuno riesca ad ottenere, in questo primo turno, la maggioranza assoluta. Tra i più favoriti, c’è l’attuale ministro della Difesa, l’indipendente Abdelkrim Zbidi, che afferma di essere l’erede del presidente defunto Beji Caid Essebsi. Pur essendo indipendente Zbidi è sostenuto da Nidaa Tounes e ha l’appoggio della parte più ricca della società.

Molto accreditata anche l’avvocatessa quarantenne Abir Moussi, sostenitrice di Ben Ali e nostalgica dalla sua presidenza. Originaria di Jemmel e madre di due figlie, Moussi dirige il ‘Parti destourien libre‘ fondato ne 2016 e sui temi sociali ha una linea conservatrice. Insieme all’ex ministro Salma Elloumi, sono le uniche donne candidate.

Il 71enne Abdelfattah Mourou, primo Vicepresidente del Parlamento, avvocato sarà il candidato di Ennahda, di cui è uno dei fondatori: uscito vincitore delle elezioni locali dello scorso anno, ha richiamato più volte l’attenzione sulla necessità di rilanciare l’economia come ha detto di recente il suo leader Rached Ghannouchi: «E’ giunta l’ora di rilanciare l’economia poiché la libertà non da’ da mangiare ad un popolo».

Molte polemiche ha scatenato l’imprenditore televisivo 56enne Nabil Karaoui, dato come il più in vantaggio, ma per ora non in partita, dopo l’arresto a fine agosto con l’accusato di evasione fiscale e riciclaggio. I suoi legali denunciano un ‘complotto politico’ organizzato dal governo uscente mentre la sua popolarità in gran parte della popolazione continua a crescere.  Originario di Bizerte, dopo molti ruoli in multinazionali, ha fondato con il fratello un impero nel settore televisivo come l’emittente Nessma TV. Con  l’ex presidente Essebsi,  Karaoui aveva fondato il partito Nidaa Tounes nel 2012. Nella corsa alla presidenza c’è anche il Primo Ministro uscente, il quarantenne Youssef Chahed, che, dopo aver lasciato il partito Nidaa Tounes, viene sostenuto dal nuovo partito da lui fondato a inizio 2019, Tahya Tounes.

Gli altri 21 candidati in lizza sono:  Mohamed Lotfi Mraihi (Unione popolare repubblicana), Mohamed Moncef Marzouki (Al Irada), Mohsen Marzouk (Movimento Machrou Toune’s), Mohamed Hechmi Hamdi (Corrente dell’amore), Slim Riahi (Al watan Al jadid), Ne’ji Jalloul (indipendente) Hatem Boulabiar (indipendente), Abid Briki (Movimento della Tunisia Avanti) e Seifeddine Makhlouf (indipendente), Salma Elloumi Rekik (Al Amal), Said Aidi (Beni Watani), Ahmed Safi Said (indipendente), Amor Mansour (indipendente), Kais Saied (indipendente), Elyes Fakhfakh (Forum democratico per il lavoro e le liberta’), Mohamed Sghaier Nouri (indipendente), Mehdi Jomaa (Albadil Ettounsi), Hamadi Jebali (indipendente), Hamma Hammami (indipendente), Mongi Rahoui (Fronte popolare), Mohamed Abbou (Corrente democratica).

L’incapacità del governo di mantenere la promessa della democrazia e di rilanciare l’economia hanno messo in pericolo la trasformazione politica della Tunisia. Ciò che i tunisini vogliono è che il loro governo consenta l’esercizio dei diritti deomocratici, politici sociali ed economici. A fare la differenza potrebbero essere i giovani, il 63% degli elettori, e le donne che combattono per i loro diritti. Più di 1,5 milioni di tunisini si sono iscritti nei registri elettorali, al 60% giovani tra 18 e 35 anni e un’alta percentuale di donne. Un risultato sorprendente visto il sentimento di disinteresse e critica che la popolazione giovane ha nei confronti della politica. Dal 2 settembre un gruppo di amici ha messo in rete una piattaforma autofinanziata chiamata “Chnowa barnemjek?” (“Qual e’ il tuo programma?) che mette a confronto i programmi dei 26 candidati. Solo il primo giorno ha ricevuto più di 30 mila visite.

«Essebsi ha lasciato una rivoluzione incompiuta che ora manca di un campione» affermano Clayton BesawJonathan Powell dell’University of Central Florida, sottolineando che «Gli elettori hanno mostrato poca fiducia negli attuali partiti politici e c’è un crescente disincanto nei confronti della democrazia. Pertanto, le elezioni di settembre saranno senza dubbio un test per la giovane democrazia tunisina. È importante che le relazioni tra i partiti religiosi conservatori e i partiti laici e progressisti rimangano civili. Anche allora, l’ascesa dei candidati populisti e il relativo declino nel sostegno ai principali partiti Ennahdha e Nidaa Tounes potrebbero mettere alla prova le norme politiche create durante il mandato di Essebsi. Sarà una lunga strada per la stabilità democratica. Ma la Tunisia ha contrastato le tendenze osservate nella regione e i tunisini sono all’altezza della sfida di continuare a farlo».

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