martedì, Novembre 12

Tunisia: Beji Caid Essebsi, il Presidente laico Muore a 92 anni, dopo una lunga malattia, ma dopo di lui c'è solo la frammentazione

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E’ morto questa mattina, all’ospedale militare di Tunisi dove, malato da tempo, era stato ricoverato per la terza volta in pochi mesi, in terapia intensiva, all’età di 92 anni, Beji Caid Essebsi, il primo presidente eletto democraticamente della Tunisia dopo Ben Ali ed il Capo dello Stato in carica piu’ anziano al mondo dopo la regina Elisabetta II. Per la sua morte, il Paese ha proclamato 7 giorni di lutto nazionale. Il suo ruolo di Essebsi verrà preso momentaneamente dal Presidente del Parlamento, Mohamed Al-Nasser, in attesa delle elezioni per il successore che saranno convocate entro 90 giorni e previste per il 17 novembre. Lo scorso aprile aveva annunciato che non si sarebbe ricandidato alle elezioni. «Ha lasciato la Tunisia sulla buona strada, sulla strada delle elezioni», ha commentato il leader di Ennahdha, Rached Ghannouchi; «un attore coraggioso sulla strada per la democrazia» ha detto la cancelliera tedesca, Angela Merkel; cordoglio per un «uomo e statista dalla grande esperienza politica e umanità, al servizio del suo Paese per un’intera vita», è stato espresso dal premier italiano, Giuseppe Conte.

Garante della moderazione nel Paese nordafricano, è stato dei principali attori della transizione democratica tunisina dal 2011. E’ stato consigliere di Habib Bourguiba, che guidò la Tunisia all’indipendenza dalla Francia, sotto il quale ha servito in diversi incarichi, proseguendo poi con Ben Ali: fu prima direttore generale della polizia e Ministro dell’Interno, poi Ministro della Difesa prima di diventare nel 1970 ambasciatore a Parigi, incarico che durò solamente un anno per contrasti interni al suo partito. Negli anni ’80 divenne Ministro degli Esteri e, con Ben Ali, nel 1987, diventerà ambasciatore in Germania. Pochi anni dopo, tra il 1990 e il ’91 divenne Presidente del Parlamento. Nel 1994, però, finito il suo mandato, si ritirò tornando a svolgere la professione di avvocato.

Il suo ritorno alla politica arriva 15 anni dopo, il 27 febbraio 2011, primo ministro al posto di Muhammad Ghannushi, pochi giorni dopo la caduta caduta di Ben Ali dopo 23 anni al potere. Rassegnate le dimissioni pochi mesi dopo, nel giugno 2012 fonda il partito laico ‘Nidaa Tounes‘, e alle elezioni presidenziali del dicembre 2014 viene eletto al ballottaggio con il 55,68% dei voti, battendo Moncef Marzouki, legato agli islamisti.  Da Capo dello Stato, ha dovuto affrontare la crisi economica – con la disoccupazione al 15% e pochi investimenti – alla base delle proteste sociali degli ultimi anni, e il terrorismo, di cui si ricordano due importanti episodi nel 2015: Il 18 marzo un commando dell’ISIS entra in azione nel Museo nazionale del Bardo a Tunisi, uccidendo 21 stranieri. Tre mesi dopo, il 26 giugno, la strage sulla spiaggia di Sousse (150 km a sud di Tunisi): 38 turisti uccisi per mano dell’ISIS.Il 24 novembre l’ISIS attacca a Tunisi,  nel mirino un bus della guardia presidenziale, 12 agenti morti. Da allora in Tunisia è in vigore lo stato d’emergenza. 

La Tunisia, negli anni scorsi ha fornito il più consistente contingente di combattenti stranieri in Siria e in Iraq -si stima che 4.000 giovani siano partiti-, la maggior parte dei quali si è unita all’ISIS. Dal 2013, quando sono iniziate le attività di jihad in Tunisia (i primi nuclei si erano costituiti subito dopo la caduta del regime di Ben Ali, nel 2011), una massiccia ondata di attacchi jihadisti hanno colpito la Tunisia, tutti firmati da AQIM (al-Qaida nel Maghreb islamico) e  ISIS, in particolare  gli attacchi si sono concentrati sul settore turistico, importante per l’economia del Paese. 

I due attacchi del 27 giugno, a quattro anni e un giorno (elemento forse da non sottovalutare) dall’attacco di Sousse,  hanno fatto ripiombare il Paese nordafricano nell’incubo del terrorismo. «Le radici del jihadismo in Tunisia si trovano nel Tunisian Islamic Combatant Group (TICG), creato nel 2000, molto probabilmente a Jalalabad, in Afghanistan, quando diversi cosiddetti afghani tunisini guidati da Tarek Maaroufi (alias Abu Ismaeil El Jendoubi) e Seifallah Ben Hassine (alias Abu Iyadh) ha deciso di organizzare i radicali jihadisti tunisini»,  spiega Peter Borowsky, professore associato presso l’Università di Al Akhawayn.

Il crollo del Califfato in Siria e l’instabilità in corso in Libia hanno messo a rischio la Tunisia. «La destabilizzazione della Tunisia potrebbe anche influenzare direttamente la sicurezza dell’Europa». Il pericolo arriva dai ‘rimpatriati’ da Siria e Iraq, che magari hanno transitato in Libia, e poi sono rientrati in Tunisia. Sono pericolosi soprattutto per l’esperienza che si portano dietro, oltre al fattore radicalizzazione.  A fine 2017, inizi 2018, «questi gruppi possono essere considerati un fastidio», afferma  Borowsky, conducono una  «guerriglia a bassa intensità; in effetti, si potrebbe chiamare questo ‘terrorismo intermittente’». 

Gli analisti sono concordi nell’affermare che non vi è un supporto da parte della popolazione agli estremisti islamici, e che il Paese ha messo in atto una transizione democratica che sicuramente può essere considerata un modello per l’area.

Essebsi ha anche lavorato a favore di una serie di iniziative per l’uguaglianza di genere, come la legge del 2017 che ha permesso alle donne musulmane di sposare dei non musulmani e non non ha mai promulgato l’emendamento alla legge elettorale che esclude dalla corsa alla presidenza chi possiede mezzi di informazione e chi controlla enti di beneficenza.

La scena politica è molto frammentata. Le proposte che vengono dalla moltitudine dei partiti in corsa, secondo gli osservatori, non sono in linea con un elettorato impaziente più che mai. Anche Nidaa Tounes, il partito del Presidente, che ha vinto le elezioni nel 2014, è ora diviso. La possibilità  delle parti di formare coalizioni non è praticabile.

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