mercoledì, Maggio 22

Truppe americane in Africa: dietrofront Il Pentagono ridurrà la presidenza militare Usa in Africa, il 10% del contingente lascerà l’Africa nei prossimi 3 anni. Cosa comporta, i pro e i contro

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Il Pentagono ridurrà la presidenza militare Usa in Africa per concentrare le risorse nel contrastare le minacce che arrivano dalla Russia e dalla CinaAttualmente sono circa 7.200 le truppe americane di stanza in Africa, soprattutto in Somalia, Nigeria e Libia, 1.200 soldati  operano in circa una dozzina di Paesi come il Niger, la Somalia e il Camerun in prima linea in fatto di minaccia terroristica.
Il portavoce del Pentagono, Candice Tresch, ieri, dopo che la National Defense Strategy Commission ha reso noto le sue conclusioni sullo stato delle truppe americane all’estero, ha detto che le presenza militare Usa in Africa sarà ridotta di circa il 10% nei prossimi anni, preservando le missioni di cooperazione e i programmi per l’Africa che rafforzano il network di partner. «Ricalibreremo le nostre risorse per la lotta contro il terrorismo e le forze operanti in Africa nei prossimi anni per mantenere una posizione competitiva nel mondo».  All’inizio di quest’anno, le forze armate statunitensi hanno messo la Cina e la Russia al centro di una nuova strategia di difesa nazionale, cambiano le priorità dopo 17 anni di lotta ai militanti islamici. «Se gli Stati Uniti dovessero combattere la Russia nell’area baltica o la Cina in una guerra contro Taiwan, gli americani potrebbero affrontare una decisiva sconfitta militare», rileva il rapporto  di ieri della National Defense Strategy Commission, da qui la decisione di recuperare contingenti dall’Africa.

Dovrebbero essere lasciate inalterate le attività contro le organizzazioni estremiste in diversi Paesi, tra cui la Somalia, Gibuti e la Libia. In altre parti della regione, inclusa l’Africa occidentale, l’enfasi si sposterebbe da assistenza tattica a consulenza, assistenza, collegamento. Un funzionario americano, parlando sotto garanzia di anonimato a ‘Reuters’, ha affermato che la riduzione delle truppe avverrà probabilmente nell’arco di tre anni e potrebbe riguardare Paesi come Kenya, Camerun e Mali. La presenza di alleati statunitensi nell’Africa occidentale e nordoccidentale, sottolineano dal Pentagono, tra cui migliaia di soldati francesi, ha contribuito a ridurre il rischio che gli Stati Uniti passassero da unapresenza persistente’ a una ‘presenza periodica’. C’è sempre il rischio che Russia e Cina possano cercare di ‘recuperare’ la presenza militare USA in Africa, hanno detto alcuni funzionari a ‘CNN’, ma gli Stati Uniti stanno prendendo provvedimenti per ridurre tale rischio. La presenza militare americana in Africa, infatti, al di là della lotta al terrorismo islamista, trovava ragioni soprattutto in termini economici, due obiettivi: portare sul mercato africano il Made in USA (profitto) e la concorrenza con la Cina. I tagli sono l’esatto opposto di ciò che la leadership del comando USA in Africa,  l’AFRICOM, richiede da oltre 5 anni, comando che lamenta la mancanza di uomini e di mezziMinori risorse sono previste, secondo fonti del Pentagono, per le truppe operative in Iraq, Siria o Afghanistan.

Una decisione in fatto di riduzione del contingente in Africa era nell’aria da mesiIl Center for Strategic and International Studies (CSIS), in agosto, quando si è iniziato a discutere del tema al Pentagono, ha pubblicato una serie di analisi nelle quali, tra il resto, Alice Hunt Friend, senior fellow dell’International Security Program del CSIS,  rilevava come «la presenza militare statunitense in Africa viene de-enfatizzata per salvaguardare i beni strategici». Una scelta messa in discussione da analisti come Judd Devermont, Direttore, Programma Africa del CSIS, il quale affermava:  «Gli Stati Uniti si stanno paradossalmente allontanando dalla regione, mentre il resto del mondo si sta appoggiando». L’ironia, sostiene l’analisi di Hunt Friend,  «è che l’Africa, ancora una volta, sta diventando un’arena per la competizione internazionale. Questo è vero anche in uno stretto senso militare. Una rapida occhiata alla lotta alle basi militari nel Corno d’Africa -per lo più nel piccolo paese di Gibuti- rivela fino a che punto gli interessi cinesi, mediorientali e persino russi hanno iniziato a lottare per lo spazio insieme alle forze americane ed europee. Djibouti è la patria di metà del personale militare statunitense schierato nel continente e la scorsa estate la Cina ha aperto la sua prima base militare all’estero. Nel frattempo, gli Emirati Arabi Uniti (UAE) stanno costruendo basi sui terreni confinanti in Eritrea e Somaliland, e le voci di una presunta presenza russa nelle vicinanze abbondano».

Ad influenzare le scelte statunitensi, sono stati gli obiettivi, l’affidabilità di accesso in termini di relazioni diplomatiche, la stabilità politica e la  disponibilità di risorse. A partire dal 2012, l’impegno americano in Africa disponeva di un sito operativo avanzato a Gibuti e di una serie di accessi in tutto il Continente. Il deserto del Sahara costituisce un ostacolo naturale ed enorme tra gran parte della popolazione centri in Africa occidentale e l’Europa. I cambiamenti di linea generati da varie contingenze nell’Africa settentrionale e occidentale negli ultimi sei anni hanno ampliato l’accesso, hanno ispirato una modesta crescita nella costruzione e nell’uso di strutture e aumentato il numero di forze che ruotano attraverso la regione. Ma le carenze di risorse hanno limitato l’azione. Il ritiro delle truppe segnala che preferisce diminuire gli impegni e il rischio piuttosto che aumentare gli investimenti nel teatro del Nord e dell’Africa occidentale. Resta da vedere se l’acquisto di rischi operativi e tattici aumenta il rischio complessivo di minacce alla sicurezza nella regione o riduce il rischio complessivo.

L’Africa settentrionale e occidentale rimane una regione controversa, dove l’estremismo violento e la crescente concorrenza con altri attori continuano a influenzare gli interessi degli USA. Se gli Stati Uniti devono ridimensionare le risorse per raggiungere i propri obiettivi, devono anche tener conto delle valutazioni realistiche delle minacce.

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