domenica, Novembre 29

Trump, via da Iraq e Afghanistan: la scelta attesa nel momento sbagliato La decisione del Presidente uscente di ritirare le truppe dai due Paesi era attesa, perché promessa agli americani e perché crea problemi al Presidente eletto Biden, ma preoccupa gli osservatori, oltre a Nato e iracheni

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Gli Stati Uniti ridurranno le proprie truppe in Iraq e Afghanistan a 2.500 effettivi in ciascun Paese a partire dal 15 gennaio. Lo ha annunciato il Segretario alla Difesa ad interim Christopher Miller. Il capo del Pentagono ha spiegato che Washington intende mettere fine ad una guerra che durada una generazione’, essendo gli Usa presenti militarmente in Afghanistan dal 2001 e in Iraq dal 2003. Attualmente ci sono circa 4.500 soldati americani in Afghanistan e 3.000 soldati in Iraq. Miller ha inoltre detto di aver parlato con gli alleati di Washington, compresa la Nato, e con il Governo afghano. Nessun dettaglio sul piano è stato diffuso.

Una decisione prevista, sia perché di questo ritiro Donald Trump parlava da tempo -anche se non si tratta del ritiro completo che aveva minacciato-, sia perché era una delle mosse che gli osservatori si attendevano il Presidente uscente avrebbe fatto prima di lasciare la Casa Bianca. Mossa volta per un verso a dimostrare agli americani di aver mantenuto la parola su una delle promesse fatte nella prima campagna elettorale, sia per mettere in difficoltà il futuro Presidente Joe Biden. Una decisione doppiamente ‘coerente’, come spiegato da un funzionario del Pentagono ai media americani. E, sempre secondo fonti del Pentagono, Trump potrebbe decidere di ritirare truppe anche da Siria e Somalia.

Un decisione attesa e coerente in un momento sbagliato perché in quei Paesi la situazione è tutt’altro che stabilizzata. A sostenerlo è lo stesso Pentagono, che, in un rapporto pubblicato di recente dall’ispettore generale del Pentagono, ha mostrato come tali ritiri siano funzionali ai gruppi terroristici, affermando che al Qaeda sostiene i piani dell’Amministrazione Trump di ritirare le truppe dall’Afghanistan e l’accordo degli Stati Uniti con i talebani, aggiungendo che i talebani hanno effettuato attacchi contro Stati Uniti e personale della coalizione da quando è stato firmato. La Defense Intelligence Agency del Pentagono «ha riferito che i leader di al-Qaeda supportano l’accordo perché non richiede ai talebani di rinunciare pubblicamente ad al-Qaeda e l’accordo include una tempistica per il ritiro degli Stati Uniti e delle forze della coalizione, realizzando uno degli obiettivi principali di al-Qaeda», si legge tra il resto nel rapporto.

Le critiche alla decisione sono arrivate sia da una parte dei repubblicani che dai democratici, il timore è che venga minata la sicurezza, che il terrorismo ritrovi fiato e che si danneggino i i fragili colloqui di pace con i talebani.
Tra le voci più autorevoli che si sono opposte al ritiro, quella del leader repubblicano al Senato, Mitch McConnell, che ha messo in guardia contro qualsiasi cambiamento importante nella difesa o nella politica estera degli Stati Uniti nei prossimi due mesi, incluso qualsiasi ritiro precipitoso delle truppe in Afghanistan e Iraq.
Non mancano, per altro, i sostenitori, in entrambi i partiti, per quanto sia chiaro a tutti che la decisione è l’ennesimo bastone tra le ruote di Trump.

Molto preoccupata per la decisione è la Nato.Potrebbe avere un «prezzo molto alto» un ritiro avventato dall’Afghanistan, dove «siamo andati insieme» e da dove «dovremo andare via insieme», ha affermato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. L’Afghanistan, ha aggiunto, «rischia di diventare ancora una volta una piattaforma per i terroristi internazionali per pianificare e organizzare attacchi nei nostri Paesi. E l’Isis potrebbe ricostruire in Afghanistan il califfato del terrore che ha perso in Siria e Iraq». Stoltenbergha ricordato la storia dell’intervento Nato in Afghanistan a sostegno degli Usa dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. «Centinaia di migliaia di truppe dall’Europa e non solo sono state fianco a fianco con le forze americane in Afghanistan», ha aggiunto, senza dimenticare come «oltre un migliaio» di militari «abbiano pagato il prezzo più alto». «Siamo andati in Afghanistan insieme. E quando sarà il momento, dovremo andare via insieme in modo ordinato e coordinato. Conto su tutti gli alleati della Nato affinché siano all’altezza di questo impegno, per la nostra stessa sicurezza».

A Baghdad, l’annuncio di Trump è stato accolto con un lancio di razzi contro l’ambasciata degli Stati Uniti.

Le campagne in Afghanistan e Iraq sono state leoperazioni militari più lunghe e più costose delle forze armate statunitensi nel dopoguerra.
Sono passati oltre 19 anni da quando, in risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre, gli Usa attaccarono i talebani in Afghanistan, accusandoli di fornire copertura ad Al Qaeda. E’ l’inizio dell’operazione ‘Enduring Freedom’, costatafinora agli Usa, secondo i dati del Pentagono, 587,7 miliardi di dollari, a cui vanno aggiunti i 197,3 miliardi di dollari dell’operazioneFreedom’s Sentinel’, che nel 2015 ne ha preso il posto (il costo complessivo dell’intera ‘guerra al terrore’, si legge sul sito della Difesa Usa, si avvicina agli 1,6 trilioni di dollari).

I risultati sul terreno sembrano arrivare in fretta. Dopo i primi attacchi aerei sulle postazioni talebane, le truppe occidentali e i loro alleati afghani conquistano una dopo l’altra le roccaforti del regime, che capitola il 9 dicembre 2001 con la resa di Kandahar e la fuga in motocicletta del loro leader, il Mullah Omar. Poco prima, anche il capo di Al Qaeda, Osama bin Laden, aveva lasciato il suo nascondiglio sotterraneo di Tora Bora e un governo di transizione era stato installato.

E’ però solo l’inizio di un logorante e difficilissimo tentativo di stabilizzare una Nazione dove i talebani continuano a controllare vaste aree e milizie fedeli ad Al Qaeda non cessano di seminare terrore. L’8 agosto 2003 inizia la missione della Nato, dopo che l’allora capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, aveva definito conclusa la fase dei ‘combattimenti su larga scala’.
Mentre il Paese tenta una faticosa ricostruzione, Bin Laden continua a farsi vivo con messaggi diffusi da località ignote e la violenza riesplode in tutto il suo furore nel 2006, anno segnato da centinaia di attentati suicidi e attacchi con esplosivi, nel complesso il quintuplo del 2005. La coalizione alleata inizia a mostrare crepe, con alcuni Stati che non nascondono più il desiderio di tirarsi fuori, mentre il consenso dei talebani prospera sul numero di vittime civili causato dalle operazioni occidentali.
Nel 2009 il nuovo Presidente Usa, Barack Obama, non può che promettere un impegno sempre piùrisoluto in Afghanistan, annunciando l’invio di altri 17 mila soldati da aggiungere ai 37 mila giàpresenti. A fine anno i militari statunitensi dispiegati nella Nazione sono diventati 68 mila. E Obama è costretto ad annunciare l’invio di altri 30 mila uomini, un’escalation resa necessaria da un’insorgenza talebana ormai fuori controllo.

Dopo il vertice Nato del novembre 2010 che aveva fissato per il 2014 la cessione del controllo del Paese al Governo di Kabul, la svolta arriva nel maggio 2011 con l’uccisione di Bin Laden. Obama si impegna a ritirare le 30 mila truppe aggiuntive e a Washington il dibattito inizia a concentrarsi sulla fine della missione. La situazione è però cosìinstabile che passeranno altri tre anni prima che il Presidente Usa stili un calendario per il ritiro del grosso delle truppe. Ritiro che è in larga parte concluso quando alla Casa Bianca arriva Donald Trump.
Gli uomini sul campo sono ora scesi a 9 mila, accompagnati da un numero analogo di contractor. La ripresa degli attacchi suicidi spingono però il nuovo Presidente a valutare un nuovo aumento degli effettivi, sulla base delle condizioni sul terreno. Nel gennaio 2018 i talebani lanciano un’offensiva che causa la morte di 115 persone nella capitale. Trump decide di concentrarsi sul prosciugamento delle risorse finanziarie delle milizie, distruggendo le coltivazioni di oppio e tagliando l’assistenza militare al Pakistan, accusato di sostenere gli estremisti. I talebani accettano cosìdi sedersi al tavolo della pace. Le storiche trattative iniziano a Doha nel febbraio 2019.

Costata 730,6 miliardi di dollari, anche l’operazione Iraqi Freedom era sembrata aver raggiunto subito il suo obiettivo per poi rivelarsi un sanguinoso pantano dal quale gli Usa non sarebbero usciti per lungo tempo, sopportando costi umani decisamente più elevati (quasi 4.500 morti contro i circa 2.400 caduti in Afghanistan). Accusando il dittatore Saddam Hussein di possedere armi di distruzione di massa di cui poi non sarebbe stata trovata alcuna traccia, le truppe statunitensi invadono la nazione araba il 20 marzo 2003.
Il regime collassa presto e il 1 maggio successivo George W. Bush dichiara la missione compiuta. E’ solo un’illusione.
L’esercito di Baghdad viene sciolto e centinaia di migliaia di uomini con una formazione militare si ritrovano per strada.
Molti di loro alimenteranno la cruenta guerra tra fazioni che inizierò a straziare il Paese e parecchi ingrasseranno le file dell’estremismo sunnita, combattendo tra le file di Al Qaeda prima e dell’Isis poi. E, se tutto il mondo si era stretto intorno all’America dopo l’11 settembre 2001, le migliaia di vittime civili perite in operazioni come la presa di Fallujah e gli abusi contro i prigionieri nel carcere di Abu Ghraib generano un’ondata di condanna globale, causando un deterioramento dell’immagine internazionale degli Usa con pochi precedenti.
Nel 2006 l’elezione di un governo a guida sciita e l’esecuzione di Saddam Hussein non fanno che rinfocolare la rabbia dei sunniti. La svolta arriva nel febbraio 2007 con la nomina del generale David Petraeus a comando della missione. Petraeus recluta con successo uomini della comunita’ sunnita nelle file delle forze impegnate contro Al Qaeda ma l’attenuarsi delle violenze e’ temporaneo. L’attacco terrorista contro i villaggi yazidi del 19 agosto 2007 è uno degli episodi più cruenti del conflitto. Bush non può far altro che inviare altre truppe e la presenza militare Usa in Iraq raggiunge un picco di 170 mila uomini. Se quando Obama arriva alla Casa Bianca puà iniziare a parlare di ritiro è grazie anche allo sforzo di pacificazione nazionale del primo ministro iracheno Nuri al-Maliki, che nei mesi precedenti aveva richiamato nelle istituzioni i baathisti dell’ex regime e aveva lanciato una campagna di repressione delle milizie sciite di Moqtada al- Sadr, dimostrando alla minoranza sunnita di non essere un premier di parte.
Il 30 giugno 2009 inizia il ritiro delle truppe Usa dalle grandi città. L’obiettivo di Obama è mantenere un contingente non superiore alle 35 mila persone per addestrare l’esercito locale e gestire la transizione. Il 31 agosto 2010 il Presidente degli Stati Uniti dichiara la fine delle operazioni di combattimento, dopo sette anni di guerra che hanno causato la morte di oltre 100 mila civili iracheni. Il 18 dicembre 2011 gli ultimi soldati della missione ‘Iraqi Freedom’ tornano a casa. Un risveglio temporaneo prima di ricadere in un incubo ancora più agghiacciante, quello del califfato nero dell’Isis che sarebbe sorto sulle rovine di Iraq e Siria.

Ora l’incubo Isis torna a preoccupare il Pentagono e gli alleati. La decisione di Trump potrebbe vanificare gli sforzi di anni e troppe vite già sacrificate sull’altare della sicurezza.

Il Parlamento iracheno, che aveva votato una mozione per la partenza delle forze straniere dopo la morte del generale iraniano Qassem Suleimani in un attacco di droni statunitensi a Baghdad a gennaio, ora non è tutto favorevole alla decisione di Trump.

Secondo alcuni parlamentari iracheni sentiti dai media arabi, il ritiro «influirà immediatamente sulla sicurezza dell’Iraq, in modo negativo».

Sono i timori che gli analisti americani anche vicini ai repubblicani da mesi sottolineano.

«Abbandonare lelunghe guerreamericane crea anche più ampie incertezze. Affermare una vittoria duratura contro l’ISIS in Iraq, ignorare la Siria e affermare che le forze afghane possono sopravvivere a una sorta di accordo di pace con i talebani ignora tutte queste realtà. Così come la mancanza di un piano chiaro per lo sviluppo futuro di una presenza anticipata degli Stati Uniti in USCENTCOM e AFRICOM», affermava un dettagliato rapporto del Center for Strategic and International Studies (CSIS) a firma di Anthony H. Cordesman.

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