giovedì, Ottobre 29

Trump, un’altra incertezza per l’Europa Nuove preoccupazioni per l’annuncio del Presidente americano di volere ritirare entro settembre circa 9.500 uomini delle Forze Armate statunitensi schierati in Germania

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L’annuncio del Presidente Trump di volere ritirare entro settembre circa 9.500 uomini delle Forze Armate statunitensi attualmente schierati in Germania ha riportato d’attualità il tema dell’impegno di Washington nella difesa europea; un tema che, dopo essere stato per diverso tempo al centro del dibattito fra le sue sponde dell’Atlantico, sembrava essere passato sottotraccia, dapprima in seguito allo scoppio della guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina, poi di fronte al diffondersi di COVID-19. L’annuncio è giunto sostanzialmente inatteso e riapre il dibattito (in realtà mai del tutto sopito) che proprio l’allora candidato alla Presidenza, Donald Trump, aveva sollevato nel 2016 intorno alla presunta obsolescenza delle NATO e alla necessità di ripensare il ruolo del ‘pilastro americano’ di un’Alleanza Atlantica percepita come sempre più squilibrata. Prevedibilmente, la decisione della Casa Bianca ha sollevato numerosi commenti, sia da parte del mondo politico statunitense, sia da parte di molti Paesi europei; questo anche perché essa giunge dopo anni in cui – nonostante le ripetute critiche del Presidente ai limiti della NATO e della collaborazione transatlantica nel campo della Difesa – la presenza militare statunitense in Europa è cresciuta costantemente.

Da più parti è stato evidenziato come sia difficile individuare una ragione precisa dietro la scelta della Casa Bianca ma come essa si collochi, comunque, nel quadro di un rapporto transatlantico sempre più deteriorato. I rapporti fra Stati Uniti ed Europa, in questo momento, stanno attraversando una nuova fase di tensione, enfatizzata dalla decisione del Cancelliere tedesco, Angela Merkel, di non partecipare al prossimo vertice del G7, che, contrariamente a quanto deciso a marzo, l’amministrazione statunitense vorrebbe si tenesse ‘in presenza’, a Washington, il prossimo settembre. Le parole della stessa Merkel riguardo alla vicenda George Floyd (che da alcune parti sono state interpretate come una velata critica alle scelte del Presidente e al suo presunto ruolo nell’alimentare le tensioni che hanno seguito la morte dell’afroamericano) non hanno contribuito a migliorare le cose; lo stesso vale per le divergenze che esistono fra Stati Uniti e Germania su un ampio spettro di questioni, che spaziano dalla riammissione della Russia al G8 (riammissione alla quale Berlino si oppone decisamente) al completamento del gasdotto Nord Stream2, progetto voluto con forza dalla Germania ed osteggiato con altrettanta forza da Washington, che vede in esso uno strumento destinato a rafforzare la già forte posizione che Mosca detiene sul mercato energetico europeo.

È d’altra parte vero che, in passato, le scelte militari dell’amministrazione Trump hanno dimostrato un certo grado di erraticità e che più volte le dichiarazioni della Casa Bianca non sono state seguite da fatti proporzionati. Gli annunciati ritiri delle forze statunitensi dall’Afghanistan e della Siria (al di là dei loro effetti comunque destabilizzanti) si sono dimostrati, più che altro, dei ridispiegamenti e solo in parte hanno portato a una riduzione dell’impego iniziale. Allo stesso modo, la necessità più volte sottolineata di un ‘riequilibrio’ dell’onere della sicurezza europea (la questione del c.d. ‘burden sharing’, più volte evocata da Trump prima edopo il suo arrivo alla Casa Bianca) non si è ancora accompagnata ad alcuna effettiva riduzione della presenza statunitense. Se il ritiro annunciato in questi giorni fosse completato nei tempi previsti, esso interesserebbe, inoltre, il 30% circa delle forze oggi presenti in Germania; a ritiro completato, la consistenza della US Army Europe (da cui dipendono, oltre alla forze stanziate in Germania, anche quelle in Italia e in Belgio) dovrebbe passare da circa 38.000 a 25.000 uomini, cui si sommano i circa 6.000 uomini schierati a rotazione in sette Paesi dell’Europa centro-orientale nel quadro del programma Atlantic Resolve.

Per quanto importante, non si tratterebbe, quindi, del temuto ‘disimpegno’ di Washington dall’Europa né metterebbe in discussione la centralità della Germania nel quadro del dispositivo di sicurezza occidentale, peraltro insita nello stesso dato geografico. Esso finirebbe, tuttaviaper aumentare l’importanza relativa oltre che dei c.d. Army Prepositioned Stock (APS), i depositi realizzati per accelerare la mobilitazione dei reparti operativi della componente rotazionale inquadrata all’interno di Atlantic Resolve, con l’effetto di spostare verso est il baricentro del sistema. È, per certi aspetti, l’ennesimo passo di un processo in corso da anni e che è accelerato con lo scoppio della crisi ucraina; un processo all’interno del quale, di fronte a un rapporto sempre più difficile con i tradizionali alleati europei, l’attenzione di Washington sembra spostarsi verso la parte di continente che proprio negli Stati Uniti appare alla ricerca del suo interlocutore privilegiato. Il favore che i Paesi dell’Europa centro-orientale continuano a dimostrare per i ‘tradizionali’ vincoli bilaterali piuttosto che per il quadro multilaterale offerto dall’Alleanza Atlantica rappresenta, in questa prospettiva, un fattore ulteriore di convergenza. Tutto ciò senza dimenticare che proprio l’erraticità dell’attuale politica militare statunitense pone questi sviluppi sotto il segno di una sostanziale incertezza.

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