giovedì, Luglio 2

Trump – Twitter: più che un paradosso, un mistero Ecco i motivi dello scontro degli scorsi giorni fra Donald Trump e Twitter

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Lo scontro degli scorsi giorni fra Donald Trump e Twitter è una vicenda dai contorni per certi aspetti paradossali. In questa fase di particolare ‘attivismo mediatico’ della Casa Bianca, gli strali del Presidente hanno, infatti, colpitodopo la Cina, l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’ex Presidente Obama e l’opposizione democratica in blocco, quello che sinora è stato uno di suoi canali di comunicazione preferiti, se non – forse – il preferito in assoluto. Attivo dal 18 marzo 2009, il profilo Twitter personale di Trump (@RealDonaldTrump; quello istituzionale del Presidente degli Stati Uniti, già ampiamente usato da Barack Obama, è @POTUS) conta oggi più di 80.000.000 di follower e ha generato oltre 52.000 di messaggi, con una media di quasi 17.000 retweet e 69.000 ‘like’ (socialblade.com). L’immagine stessa di Trump è strettamente legata alla visibilità che ha saputo assumere su Twitter e che è grandemente aumentata dopo la conquista della nomination repubblicana e l’arrivo alla Casa Bianca. Se, infatti, alla fine del 2015, i follower del futuro Presidente non superavano i 5.500.000, a fine 2016 essi avevano già raggiunto quota 18.000.000, a fine 2017 quota 45.500.000, a fine 2018 quota 56.700.000 e a fine 2019 quota 68.0000.000 (www.trackalytics.com).

L’aggressività verbale di ‘The Donald’ spesso debordante nel ‘politically uncorrect’ ha contribuito molto a questo risultato; la stessa aggressività verbale che in questi giorni ha spinto la società di San Francisco dapprima a etichettare alcuni contenuti di @RealDonaldTrump riguardo alla pericolosità del voto postale come necessari di un ‘fact checking’, quindi a segnalare come altri contenuti (questa volta sugli scontri a Minneapolis seguiti alla morte di George Floyd) viola[ssero] le regole di Twitter sullesaltazione della violenza. Si tratta, in entrambi i casi, di prese di posizione estremamente dure, alle quali il clima dell’anomala campagna elettorale che gli Stati Uniti stanno vivendo, attribuisce un peso ancora maggiore. Tanto il Presidente quanto i suoi sostenitori hanno reagito con forza alle decisioni prese della piattaforma di Jack Dorsey e alcuni osservatori hanno voluto vedere una relazione diretta fra quanto sta accadendo oggi fra il Presidente e Twitter e la firma di parte di Trump di un ordine esecutivo (peraltro ventilato da tempo) per ridurre drasticamente limmunità di cui le social media companies godono rispetto alle responsabilità derivanti dai contenuti postati dagli utenti.

Anche in questo caso non si tratta, tuttavia, di un problema recente. Che le social media companies esprimano un atteggiamento ‘poco amichevole’ verso le posizioni conservatrici è una lamentela ricorrente sul fronte repubblicano, lamentela cui lo stesso Trump ha dato voce in più occasioni, citando fra l’altro – paradossalmente – proprio Twitter come esempio di realtà animata da un sostanziale ‘anti-conservative bias’. In un sondaggio condotto nel 2018 dal Pew Research Center, oltre il 70% degli intervistati si dichiarava convinto che le piattaforme sociali esercitassero una qualche forma di censura sui contenuti politici, una percentuale che saliva all’85% presso gli elettori repubblicani o di inclinazione repubblicana ma che anche sul fronte opposto si attestava a oltre il 60%. Su questo sfondo, il tema di una revisione della posizione di fronte alla legge di Twitter e simili si riaffaccia periodicamente, così come periodicamente si riaffaccia il tema degli ‘standard di comunità’ e quello della responsabilità del controllo sui contenuti postati. Sono questioni che non si legano solo alla dimensione politica e che, nel complesso, hanno a che fare con il peso che ‘nuovi media’ hanno assunto nelle società avanzate e al loro ruolo nella formazione dell’opinione pubblica sui temi più diversi.

Non è un caso che le stesse social media companies si siano divise intorno al tema della loro funzione pubblica, in un dibattito che lo scontro Trump/Twitter ha contribuito ad alimentare. Negli anni passati, alla luce degli eventi che hanno segnato la campagna presidenziale del 2016, il tema delle ‘fake news’ e della vulnerabilità delle reti sociali alle narrazioni tossiche è salito alla ribalta, evidenziando i limiti degli strumenti di controllo esistenti, la difficoltà di porre in essere adeguati interventi ‘ex post’ e i possibili effetti negativi dell’introduzione di filtri ‘ex ante’ troppo rigidi. Se, da una parte, è quindi difficile che l’annunciato ‘giro di vite’ sulle piattaforme sociali si traduca in interventi concreti (almeno nel breve periodo), certamente esso contribuirà ad accentuare la polarizzazione che già oggi esiste intorno al presunto bias di questi strumenti e al loro statuto come canale d’informazione politica. Quest’ultima soprattutto è una questione particolarmente delicata e che presenta profili di non facile soluzione, fra l’altro per quello che concerne il ruolo degli ‘standard di comunità’ nel limitare lo spettro dei messaggi diffusi, come hanno messo in luce anche recenti casi registrati in Italia e in Europa.

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