giovedì, Ottobre 22

Trump supporta la Banca Mondiale in funzione anti-cinese Il governo Usa rivede il proprio approccio per frenare l'ascesa di Pechino

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Durante la campagna elettorale del 2016, il candidato repubblicano Donald Trump si costruì la reputazione di ‘anti-globalista’ grazie ai suoi ricorrenti attacchi contro quegli organismi internazionali che, a detta del tycoon newyorkese, avevano da tempo cessato di prestare attenzione alle necessità e agli interessi degli Stati Uniti. I soggetti presi maggiormente di mira dalla furia retorica dell’attuale presidente erano senza dubbio l’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) e la Banca Mondiale, accusati di non adoperarsi a sufficienza per contrastare le misure illecite e ‘asimmetriche’ adottate dalla Cina per privilegiare le proprie imprese e proteggere la produzione interna a scapito della concorrenza straniera, attraverso sussidi statali e tariffe di ogni sorta. Poco importa che i privilegi di cui la Cina gode attualmente siano stati concessi dall’amministrazione Clinton per convincere la dirigenza di Pechino ad entrare nel sistema capitalistico egemonizzato dagli Usa. Washington riteneva che l’integrazione di quella che si configurava come l’economia di gran lunga più promettente al mondo nelle strutture gestionali della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e dell’Omc avrebbe garantito alle imprese multinazionali statunitensi un serbatoio di manodopera a basso costo a cui attingere per comprimere i costi di produzione e permesso allo stesso tempo agli Usa di accertarsi che la crescita economica cinese non si traducesse in incremento di potenza politica. I calcoli di Clinton, come è noto, si sono tuttavia rivelati completamente sballati e gli apparati decisionali di Washington sono ora chiamati ad elaborare soluzioni alternative per affrontare efficacemente il problema.

È in tale contesto che si inserisce l’inversione di tendenza da parte di Trumo, il quale ha recentemente dato mandato ai suoi collaboratori di sostenere un aumento dei finanziamenti alla Banca Mondiale pari a 13 miliardi di dollari. Gli stanziamenti rappresentano verosimilmente uno strumento negoziale che Washington ha messo sul piatto nell’aspettativa di vedersi riconoscere, come contropartita, il diritto di imporre all’ente un giro di vite di carattere normativo finalizzato a ridurre i finanziamenti all’ex Celeste Impero che ancora oggi viene considerato un ‘Paese emergente a reddito medio-alto’ autorizzato ad accedere a prestiti internazionali a condizioni di relativo favore. I dati indicano che, nel 2017, la Banca Mondiale ha prestato alla Cina appena 2,5 miliardi di dollari (a fronte dei 2 miliardi del 2016), vale a dire una quota pressoché insignificante ma che assume un certo significato se considerata alla luce della crescente capacità cinese di autofinanziarsi mediante la raccolta di denaro sui mercati finanziari.

Ciò suggerisce comunque che l’obiettivo finale sia quello di trasformare la Banca Mondiale in un formidabile ostacolo alla penetrazione economica cinese nei Paesi del terzo mondo, che da anni ricevono da Pechino miliardi di dollari di prestiti agevolati – non vincolati, cioè, all’allineamento al cosiddetto ‘Washington consensus’. Il teatro in cui si concentra maggiormente l’attenzione della Cina è indubbiamente quello africano, verso il quale Pechino ha canalizzato oltre 140 miliardi di dollari di investimenti. Secondo l’agenzia Fitch, la Export-Import Bank of China (Eibc) ha inoltre erogato tra il 2001 e il 2010 prestiti ai Paesi del ‘continente nero’ per ben 62,7 miliardi di dollari, pari a 12,5 miliardi di dollari in più rispetto alla Banca Mondiale. Nel dicembre del 2015, il presidente Xi Jinping si è presentato al sesto Forum per la Cooperazione Sino-Africana di Johannesburg con un assegno da 60 miliardi di dollari destinati a potenziare l’impegno cinese per lo sviluppo del “continente nero” e promosso la causa della nuova Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib), l’istituto incaricato di contribuire alla realizzazione della nuova Via della Seta e all’erogazione di prestiti ai Paesi del terzo mondo. Fino al 2010, una quota più che preponderante degli investimenti diretti esteri cinesi era destinata al settore minerario, ma da allora è aumentato il peso dell’industria leggera rispetto ai settori estrattivi. La metodologia impiegata è quella classica, in base alla quale il sostegno alle imprese a capitale pubblico viene utilizzato come leva per favorire l’apertura di imprese private cinesi nelle produzioni ad alto contenuto di manodopera. L’ Africa è peraltro un continente destinato a divenire un grande mercato di consumo, con oltre un miliardo di persone che stanno vedendo crescere rapidamente il proprio potere d’acquisto. Ciò rende diversi Paesi africani sia degli interessanti mercati di esportazione da conquistare che profittevoli sedi di produzione per le imprese straniere. Ciò potrebbe innescare un massiccio trasferimento di produzioni a basso valore aggiunto dall’Asia, assicurando grandi opportunità di impiego per la sterminata manodopera locale e dando quindi vita a una nuova fase di sviluppo per l’Africa.

L’aumento degli stanziamenti a beneficio della Banca Mondiale deciso da Trump sembra quindi rivolto a ottenere una modifica dei requisiti di erogazione dei prestiti concepita in maniera tale da penalizzare la Cina, nonché a permettere all’istituto di incrementare il volume dei prestiti ai Paesi poveri da 59 a 80 miliardi di dollari all’anno così da sottrarre ‘clientela’ agli organismi facenti capo a Pechino. Pur di far entrare in vigore questo abbozzo di ristrutturazione della Banca Mondiale, gli Usa si sono detti disposti a riconoscere alla Cina un accresciuto potere decisionale in seno all’organismo (le sue quote di voto passeranno dal 4,5 al 5,7%) di cui gli Usa rimarranno comunque il maggior azionista con il 15,9% delle quote (in calo rispetto al 16% vigente ancora oggi).

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