domenica, Dicembre 8

Trump-Putin, il flirt continua malgrado tutto Il clima ormai arroventato dei rapporti USA-Russia non impedisce ai due presidenti di coltivare ulteriormente, con qualche apparente fiducia, quello personale

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L’attuale presidente del Monza Calcio, buon intenditore non solo di questa materia, si lamentava spesso del “teatrino della politica” pur dandogli egli stesso non infrequenti né modesti contributi. Chissà cosa pensa oggi, magari con invidia, di quello che stanno inscenando ormai da molti mesi due grandi (quanto meno ex officio) della Terra, i più grandi insieme al più nuovo arrivato, alla testa del Celeste impero in versione sedicente comunista, forse destinato a diventare anche il più grande di tutti.

I due suddetti sono naturalmente gli attuali capintesta delle due ex superpotenze affrontatesi per tutto il corso della ‘guerra fredda’ e della successiva ma oltremodo precaria ‘distensione’ ovvero ‘coesistenza pacifica’ tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che ha visto quest’ultima soccombere, dopo quasi mezzo secolo, nonché sfasciarsi lasciando alla Russia il grosso dell’eredità. L’antagonismo tra Washington e Mosca non è stato tuttavia definitivamente sepolto.

Trascorsa una breve quanto illusoria parentesi, le ostilità sono riprese dopo l’avvento al Cremlino di Vladimir Putin, presidente della nuova Federazione a partire dal 2000 (salvo una transitoria copertura intermedia della carica da parte del fido Dmitrij Medvedev) e soprattutto dopo l’esplosione della crisi ucraina, ma non senza originarie e innegabili responsabilità occidentali e in primo luogo americane.

Il dialogo tra i due governi, per la verità, non è mai venuto meno, come pure una discreta dose di sforzi da parte di entrambi, e di altri governi coinvolti, per scongiurare un peggio sempre dietro l’angolo e per dirimere un contenzioso certo non di poco conto ma pur sempre lontano dalla sfida epocale e di sistema del passato. Avendo la Russia, infatti, conservato del regime comunista solo, e parzialmente, la componente autoritaria, ricomparsa, del resto, anche sotto la spinta dei nuovi contrasti con l’Occidente.

Come spesso accade in politica, ad inasprirli sembrano avere contribuito parecchio fattori personali quale, nella fattispecie, l’incomunicabilità tra Putin e Barack Obama, nonostante la qualifica di ‘colomba’ piuttosto che di ‘falco’, in politica estera, normalmente spettante ai presidenti americani di parte democratica. Con Obama legava di più Medvedev durante il suo quadriennio interinale, mentre Putin non lo capiva proprio, forse anche a causa degli applausi del suo omologo d’oltre oceano alle rivoluzioni arabe, in concomitanza con inedite manifestazioni antiregime a Mosca e dintorni e con l’avvicinarsi del centenario della Rivoluzione d’ottobre.

Si dà però il caso che, se il deterioramento dei rapporti russo-americani è iniziato e si è accentuato sotto Obama, con l’aggiunta dell’intervento militare russo in Siria al perdurare del conflitto in Ucraina, le punte più aspre di una tensione a raggio sempre più ampio siano state raggiunte negli ultimi due anni, dopo quindi l’avvento alla Casa bianca di Donald Trump. Proprio del personaggio, cioè, sotto vari aspetti anomalo, distintosi già in campagna elettorale per la netta presa di distanze dal predecessore e per un’esplicita apertura di credito e conseguente mano tesa nei confronti del ‘nuovo zar’, per lo più visto invece in Occidente come il nuovo spauracchio.

Il tutto, d’altronde, nel quadro di una strategia globale per un verso più isolazionista ma per un altro più muscolare in ogni direzione, all’insegna dell’ ‘America first’, e apparentemente imperniata sulla designazione della Cina come più temibile concorrente planetario e principale avversario da combattere, innanzitutto sul terreno economico ma non solo. Una Cina, a sua volta, legata da tempo alla Russia da una sorta di sodalizio all’apparenza solido benchè informale, soprattutto in funzione contestativa dell’egemonia globale americana, e tuttavia inficiato in prospettiva da un intuibile timore di Mosca di finire prima o poi schiacciata dall’oggettiva preponderanza complessiva di Pechino.

Un fattore dunque, quello cinese, che non può non pesare sin d’ora, in qualche misura, sull’andamento dei rapporti tra Washington e Mosca, aiutando a spiegare anche la marcata ambiguità che da qualche tempo li caratterizza. E che però risente altresì, a livello soggettivo, del tipo di tattica prediletto da Trump nel trattare con i suoi interlocutori stranieri, secondo le impressioni iniziali degli osservatori, e che sembrerebbe confermato da una prassi ormai consolidata. Tattica che si potrebbe definire improntata al proverbiale uso del bastone e della carota: il primo per intimidire l’interlocutore rendendolo più conciliante, la seconda per incentivarlo a patteggiare ottenendo qualche vantaggio.

Nella fattispecie, come si sa, le cose si sono ulteriormente complicate a causa dello stile alquanto anomalo, e spesso sorprendentemente tale, altrettanto tipico di Trump. Nonché, soprattutto, del suo duro e interminabile scontro interno con gli avversari politici, la giustizia americana e quanti comunque gli rimproverano di essere arrivato alla Casa bianca grazie alle interferenze elettorali russe, di avere trescato clandestinamente con il Cremlino e poi anche di eccedere nel ricorso alle maniere forti un po’ con tutti, alleati tradizionali compresi, oltre che con la stessa Russia per meglio dimostrare in questo caso la propria innocenza.

Tutto ciò nonostante, The Donald ha continuato imperterrito a mostrarsi ben disposto nei confronti di Putin, a cercare il dialogo a quattr’occhi con lui e a dirsi soddisfatto dei risultati persino quando, come nello scorso luglio, l’atteso vertice di Helsinki, visibilmente improduttivo, gli ha attirato anche l’accusa di essersi lasciato umiliare dal “nuovo zar”. Il quale, ad ogni buon conto, non gli è stato però da meno.

Malgrado tutte le proteste e invettive, controaccuse e minacce di terribili ritorsioni per i comportamenti americani, e in particolare per l’insistenza di Washington nell’infliggere alla Russia sempre maggiori sanzioni con i più diversi pretesti (o tali, quanto meno, secondo Mosca), Putin si è infatti sistematicamente astenuto dall’attaccare o anche solo criticare personalmente Trump, ha tenuto a freno anche i propri collaboratori, forse di lui più scettici in proposito, e gli stessi media nazionali, e in pratica non ha mai lasciato cadere, sinora, la mano tesa da un così singolare interlocutore.

Adesso, tuttavia, il gioco potrebbe essere vicino ad una svolta comunque importante, ossia ad esaurirsi per inconcludenza oppure a produrre i frutti, non necessariamente uguali, che entrambi i protagonisti sembrano ripromettersene. Il presidente russo spera evidentemente che quello americano abbia in un modo o nell’altro la meglio sui suoi avversari domestici, pur non avendo finora mosso un dito, a quanto risulta, ovvero fatto abbastanza per aiutarlo pur lasciando la porta aperta ad un dialogo sempre di per sé auspicabile. L’esito, domani, delle elezioni USA di medio termine potrebbe fornire utili indicazioni al riguardo anche se non influirà automaticamente sulle chances di Trump di ottenere tra altri due anni un secondo mandato.

A questo primo banco di prova l’inquilino della Casa bianca si presenta con un gesto dei più clamorosi tra quanti hanno reso via via più incandescente il clima dei rapporti tra Russia e Occidente: il preannuncio di una rescissione unilaterale dello storico accordo del 1987 per la messa al bando degli ‘euromissili’, ossia dei rispettivi missili nucleari a media gittata, in grado di colpire l’Europa occidentale dall’URSS e viceversa.

Accordo storico, perché firmandolo Ronald Reagan e Michail Gorbaciov posero la prima pietra del processo diplomatico che portò, col favore di un salutare controllo degli armamenti ovvero incipiente disarmo, alla liquidazione di una guerra fredda a raggio planetario della quale molti, oggi, denunciano la reviviscenza paventando per di più la degenerazione in un conflitto “caldo”, cioè col possibile e catastrofico impiego anche di armi di distruzione di massa.

Un gesto, quello di Trump, capace dunque di assumere anche una valenza simbolica, il che contribuisce a spiegare come mai abbia sollevato, per una volta, reazioni negative pressocchè corali. Alle durissime proteste e minacce russe si sono infatti accompagnate critiche e rimostranze di tutte le provenienze. Con in testa il grosso dell’Europa, che può comprensibilmente temere come minimo il ricatto politico da parte di superiori potenze esterne e come massimo, allo stato attuale, la presa di mira delle sue capitali dalle basi missilistiche russe, prontamente ventilata in prima battuta da Putin in persona.

In sé e per sé, tuttavia, la novità non dovrebbe sorprendere più di tanto. Da parecchi anni Mosca e Washington si accusavano a vicenda di violare il trattato in questione installando o programmando l’installazione di rampe di missili, rispettivamente in Romania e Polonia e dalle parti di Kaliningrad, nella vecchia Prussia orientale, giustificando così anche solo aggiuntivamente altre esibizioni di forza militare quali grandi manovre multinazionali, messa a punto di nuove e più potenti armi, ecc. In compenso, per un verso, ma complicando il tutto per un altro, non si nasconde da parte americana che la preannunciata o minacciata disdetta potrebbe mirare soprattutto a coinvolgere in un nuovo eventuale accordo la Cina, accusata da Washington di partecipare anch’essa alla corsa agli armamenti più temibili con effetti destabilizzanti a largo raggio.

Dalla Casa bianca e dintorni si è comunque precisato che la disdetta avrà effettivamente luogo solo qualora non si risolvano per via negoziale i relativi problemi sul tappeto, mentre dal Cremlino Putin, ancora di persona, si è affrettato ad avvertire che le ritorsioni russe scatteranno solo se e quando alla rescissione del trattato da parte americana seguisse la ricollocazione in Paesi membri della NATO di ordigni del tipo sinora formalmente vietato.

E tutto ciò è avvenuto in concomitanza con nuovi contatti ad alto livello tra i due maggiori antagonisti del passato e in particolare con una visita a Mosca di John Bolton, massimo consigliere di Trump per la sicurezza nazionale, il quale ha confermato innanzitutto che il suo presidente e quello russo avranno modo di reincontrarsi a Parigi tra una settimana, e sia pure solo per un breve colloquio, in occasione di un rituale convegno commemorativo della fine della prima guerra mondiale.

Lo stesso Bolton ha però reso noto altresì di avere portato al Cremlino un invito di Trump a Putin a compiere una visita ufficiale a Washington all’inizio del prossimo anno, della quale del resto si era già parlato all’indomani del pur deludente vertice di Helsinki. Al momento non si sa ancora se il “nuovo zar” abbia accettato, ma a rigore, dati i più freschi precedenti, il sì dovrebbe essere più che probabile e pronunciato magari in occasione dell’appuntamento parigino. Ma con quali ulteriori prospettive?

A voler incoraggiare l’ottimismo a tutti i costi si potrebbe ricordare un suggestivo precedente storico, di quella storia che adesso si vorrebbe escludere dagli esami di maturità per motivi misteriosi (o sospetti?). Quasi esattamente 60 anni fa il mondo tremò, una volta di più, a causa di un ultimatum di Nikita Chrusciov, successore di Stalin alla guida dell’Unione sovietica, che intimava alle potenze occidentali di rivedere gli accordi per lo statuto di Berlino, l’ex capitale tedesca ancora divisa in quattro zone di occupazione dai vincitori della seconda guerra mondiale.

Si temeva una riapertura della crisi provocata dieci anni prima (e solo cinque, quindi, dopo la fine del conflitto) dal blocco sovietico di Berlino-ovest e faticosamente risolta sia pure in modo precario. Chrusciov riuscì invece ad ottenere ciò che gli stava a cuore: l’avvìo di negoziati sull’insieme delle maggiori pendenze con l’Occidente, che rimasero senza esito, a livello multilaterale, spianando però la strada ad una sua visita negli Stati Uniti, nel settembre 1959, culminata nel vertice bilaterale con il presidente Dwight Eisenhower che inaugurò l’era della diplomazia bilaterale al massimo livello.

Il nuovo corso fu complessivamente positivo in quanto contribuì a mantenere una lunga pace, anche se il celebrato successo distensivo di Camp David si rivelò effimero perché seguito a ruota dall’erezione del Muro di Berlino sempre per volere di Chrusciov (1961), la crisi dei missili sovietici a Cuba (1962) e altre ancora. Lo stesso successore di Stalin venne anzi deposto, poco dopo, dai suoi compagni del politburo moscovita rimproverandogli però il suo “avventurismo”, un addebito un po’ diverso da quelli che potrebbero essere rivolti o già effettivamente piovono su Trump, per non parlare poi di Putin.

Anche The Donald, tra l’altro, sembra perseguire proprio l’obiettivo del negoziato su vasta scala, prefigurato dalla richiesta al Cremlino di precisare le sue posizioni riguardo anche al trattato del 2010, il Nuovo START, che limita i rispettivi arsenali di missili nucleari strategici, ossia a gittata intercontinentale, e scade nel 2021. Si tratta di un settore di importanza ovviamente cruciale e nel quale non sono mancati sviluppi di fatto da ogni parte con conseguenti problemi, preoccupazioni ed allarmi incrociati.

Resta sempre il rischio, comunque, che le intenzioni eventualmente buone, o almeno ragionevoli, degli attuali protagonisti vengano vanificate da incidenti più o meno casuali e imprevisti. Un primo pericolo del genere, finora, sembra sia stato sventato, in circostanze e con modalità che ripropongono l’immagine del teatrino della politica evocata all’inizio.

L’incessante ripetersi di vere o presunte malefatte di veri o presunti agenti russi all’estero, oltre ad alimentare ulteriormente il meccanismo delle sanzioni soprattutto americane, ha inevitabilmente sollevato il problema delle personali responsabilità di Putin, tanto più in concomitanza con i suoi incontri al vertice preannunciati o proposti, visto che le personalità russe sanzionate lo sono di regole perché ritenute strettamente collegate con il presidente federale.

Un paio di settimane fa, in un’intervista televisiva, era stato chiesto a Trump se ammetteva che Putin fosse davvero implicato nei denunciati assassinii e avvelenamenti. The Donald rispose “Probabilmente sì, lo è”, aggiungendo però “Ma io mi fido di loro (i russi, presumibilmente), non succede nel nostro paese”. Quanto poi alle interferenze nella campagna elettorale Trump disse di credere che ci siano state ma che dopotutto “lo ha fatto anche la Cina”, attirandosi il rimprovero dell’intervistatore di eludere la questione.

Poiché, dalla parte opposta, il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, commentò tali dichiarazioni sostenendo che Trump dopotutto non aveva rivolto al presidente russo alcuna accusa diretta, sembrerebbe logico dedurre da tutto ciò che, salvo imprevisti e relativi contraccolpi, il flirt tra i due presidenti sia destinato malgrado tutto a proseguire e anche a fruttare successi, naturalmente con sperabili ricadute benefiche per il resto dell’umanità.  

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