sabato, Ottobre 24

Trump-Nixon: parabole parallele?

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Sullo sfondo della cosiddetta ‘marcia delle donne’ organizzata a Washington e in altre grandi città statunitensi in concomitanza con la cerimonia di insediamento di Donald Trump si è registrato un ben più importante e significativo gesto di sfida nei confronti del quarantacinquesimo presidente degli Usa. Dalle tribune di Davos, il tycoon newyorkese è infatti stato preso di mira delle invettive del potente e in fluentissimo finanziere George Soros, il quale, oltre a finanziare diversi gruppi che hanno organizzato la marcia,  lo ha accusato di essere «un impostore, un imbroglione e un potenziale dittatore. Non è favorevole ad una società aperta ma ad n modello autoritario, una sorta di Stato mafioso. Il Congresso è chiamato ad erigere un sistema di difesa per proteggere i diritti americani e si è venuta creando una coalizione trasversale per adempiere a questa funzione. Sono convinto Trump che fallirà, non tanto perché c’è gente come me che lo auspica, ma in ragione del fatto che le sue idee sono totalmente contraddittorie e disorganiche, come si evince dalla scelta dei suoi collaboratori».

Soros è il classico personaggio legato a doppio filo all’oligarchia che da sempre orienta la vita politica, economica, culturale e sociale degli Stati Uniti, attraverso una serie di consessi quali il Council of Foreign Relations (Cfr) e la Commissione Trilaterale, un numero crescente di think-tank ad essi collegati che dettano le linee operative agli organi istituzionali e grandi mezzi di comunicazione che modellano la narrativa degli eventi sulla base delle necessità strategiche del momento.

Trump non è estraneo a questo sistema. Da ricco discendente di una dinastia di imprenditori operanti nel settore immobiliare con un patrimonio stimato in 4 miliardi di dollari, il magnate di New York rappresenta un membro effettivo dell’élite economica statunitense da cui è oggettivamente inconcepibile aspettarsi un sovvertimento del sistema a favore dei diseredati e contro l’establishment – nonostante i suoi discorsi ad effetto abbiano contribuito ad alimentare aspettative di questo genere. Il punto è che attorno a Trump sono andati raccogliendosi i settori tradizionali della Old Economy (manifattura, edilizia, industria petrolifera) che beneficerebbero dell’allentamento delle norme in materia di inquinamento e dell’imposizione di dazi sulle importazioni. Ambienti che hanno bisogno di infrastrutture efficienti per migliorare la qualità dei loro prodotti e che sono quindi rimasti favorevolmente colpiti dal programma economico trumpiano, rivolto a rilanciare la produzione industriale statunitense e a far rialzare l’inflazione mediante le risorse ricavabili da un progressivo e ragionato disimpegno imperial-militare. Un processo che richiede una generale ristrutturazione della Nato e la riduzione delle basi statunitensi sparse in giro per il mondo, nell’ottica di una ricalibrazione complessiva dei rapporti con il mondo estero.

Lo smantellamento degli accordi di libero scambio e la ridiscussione delle relazioni commerciali grazie a trattative bilaterali con i singoli Paesi in base agli interessi nazionali degli Stati Uniti sono i cavalli di battaglia di Trump, contro i quali ha preso prepotentemente posizione la corrente oligarchica che intende potenziare l’architettura di difesa euro-atlantica e rifiuta la logica de-globalizzante sostenuta dal nuovo presidente. Una fazione che vede con inquietudine l’inclinazione pragmatica ed anti-messianica di Trump, che potrebbe preludere a un progressivo riposizionamento degli Usa in un’ottica di accettazione del nuovo equilibrio multipolare che va configurandosi ormai da anni.

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