sabato, Ottobre 24

Trump mitiga il proprio furore anti-cinese?

0
1 2


La dialettica di fuoco nei confronti della Repubblica Popolare Cinese che Donald Trump ha costantemente impiegato come arma sia in campagna elettorale che nelle settimane immediatamente successive al voto sembra ora subire un netto ridimensionamento alla luce delle ultime mosse pratiche varate dal presidente appena entrato in carica. Pechino non ha certamente dimenticato le minacce del presidente di imporre una tariffa del 45% sulle importazioni cinesi, né la sua messa in discussione della politica di ‘una sola Cina’ che dagli anni ’70 rappresenta un punto fermo delle relazioni tra Washington e Pechino, né l’inserimento nella sua amministrazione di personaggi saliti agli onori della cronaca per le loro posizioni iper-critiche nei confronti dell’affermazione cinese, a partire da Peter Navarro e Roberto Lightizer.

Eppure, firmando l’ordine esecutivo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti dalla Trans-Pacific Partnership (Tpp), il tycoon ha non solo tenuto fede alla promessa di sciogliere gli accordi di libero scambio ritenuti i principali responsabili del trasferimento di milioni di lavoro dagli Stati Uniti ai Paesi dotati di cospicui serbatoi di manodopera a basso costo, ma anche lanciato un segnale decisamente distensivo nei confronti della Cina. Il Tpp rappresentava infatti la punta di lancia della strategia mirata ad accerchiare economicamente l’ex Impero Celeste inglobando tutti i suoi principali partner commerciali in uno spazio unificato di libero scambio; un progetto che rientrava a pieno titolo nel piano di riorientamento dell’apparato politico, economico e militare verso Oriente descritto nel dettaglio nel 2011 dall’allora segretario di Stato Hillary Clinton in un articolo per ‘Foreign Policy’. L’uscita degli Usa determina l’affossamento del programma che a Pechino era visto con grande ostilità.

La Cina ha accolto con favore anche la promessa di Trump di ridurre la sovraesposizione militar-imperiale statunitense, i cui avamposti sono costituiti dalle centinaia di basi militari oltremare che ospitano nel complesso oltre 200.000 soldati e un numero imprecisato di civili. In Corea del Sud Usa stazionano rispettivamente 28.000 militari, mentre in Giappone ne schierano 45.000 militari che vanno sommati alla Settima Flotta ancorata a Yokosuka ufficialmente in funzione di protezione dall’espansionismo cinese e dalla minaccia nord-coreana. Anche se le spese di mantenimento dei contingenti militari sono coperte da Seul e Tokyo rispettivamente per il 40 e il 75%, Washington è comunque obbligata a stanziare notevoli risorse per tenere in via permanente un simile dispiegamento di forze sull’altra sponda del Pacifico.

Gli Stati Uniti spendono inoltre una ragguardevole quantità di denaro per schierare migliaia di soldati nel sud-est asiatico con lo scopo di contenere il presunto espansionismo di Pechino nel Mar Cinese Meridionale, dove l’amministrazione Obama ha moltiplicato le installazioni militari e ridislocato portaerei, incrociatori ed altre navi da guerra munite del sistema anti-missilistico Aegis – in grado, all’occorrenza, anche di lanciare missili da crociera armati con testate nucleari – che fungono da basi galleggianti. Una limitazione di questo colossale dispiegamento di forze Usa nelle aree che Pechino conta di estendere la propria influenza non può che rasserenare il clima tra i due Paesi.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore