domenica, Agosto 9

Trump, Mattis, Tillerson: amministrazione divisa o gioco delle parti? Nuovi contrasti sembrano essere emersi fra il Presidente e i due forse più stretti collaboratori

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Nelle ultime settimane nuove tensioni sembrano essere emerse dentro l’amministrazione Trump. In particolare, nuovi contrasti sembrano essere emersi fra il Presidente e i due forse più stretti collaboratori, il Segretario alla Difesa, ‘Mad Dog’ Mattis, e il Segretario di Stato Tillerson. La cosa ha attirato l’attenzione degli osservatori, da una parte perché non è la prima volta che circolano voci riguardo ai rapporti tesi che esisterebbero dentro alla Casa Bianca, dall’altra perché Mattis e Tillerson costituiscono due prima scelte del Presidente: due delle prime pedine ad assere andate a posto nel momento di scegliere i membri della squadra di governo. Da più parti, le divergenze fra Donald Trump e i suoi collaboratori sono state interpretate come il segnale di una sorta di ‘commissariamento’ del primo da parte dell’establishment repubblicano e – da questo punto di vista – come la fine di quella che avrebbe dovuto essere la ‘rivoluzione trumpiana’ in tema di politica estera, soprattutto per quanto riguarda la delicata questione dei rapporti con la Russia e del ruolo di Washington all’interno di un sistema internazionale sempre più chiaramente multipolare.

In realtà, questa lettura pare riflettere una serie di assunti ancora in parte da dimostrare, primo fra tutti una certa sopravvalutazione della capacità di Trump di cambiare le cose, soprattutto nel campo della politica estera. Questa sopravvalutazione – condivisa tanto dai sostenitori del Presidente quanto dei suoi avversari – è forse la migliore conferma di quanto la sua campagna elettorale sia stata efficace nel passare il messaggio che, con la sua vittoria, nulla sarebbe stato più lo stesso. Questo sentimento è stato in parte favorito da un’oggettiva debolezza dell’amministrazione Obama. In realtà, le scelte e i vincoli ai quali l’azione del Presidente soggiace, dipendono, più che dalla volontà di chi siede di volta in volta alla Casa Bianca, dal contesto che lo circonda. Nel caso dei rapporti con la Russia, per esempio, la questione che durante la campagna elettorale è rimasta in larga misura inevasa è stata quella di ‘cosa’ la nuova amministrazione di Washington sarebbe stata disposta a concedere per portare avanti i suoi progetti di distensione; una questione inevasa anche all’epoca del ‘reset’ proposto da Obama ai tempi della sua prima elezione è che è rimasta sottotraccia fino a quando la crisi ucraina, nel 2014, non ha contribuito a portarla a galla.

Il carattere disomogeneo dell’amministrazione Trump è un altro elemento che concorre a fare affiorare le tensioni. Ancora una volta, non si tratta di una novità. Per fermarsi a tempi abbastanza recenti, neoconservatori e repubblicani pragmatici si sono confrontati a lungo negli anni della presidenza di George W. Bush; allo stesso modo, negli anni di Barack Obama, i c.d. ‘interventisti democratici’ (prima fra tutti Hillary Clinton) si sono confrontati altrettanto a lungo con il pragmatismo del Presidente, contribuendo così ad accreditare l’immagine di un’amministrazione sostanzialmente indecisa sui grandi temi dell’agenda internazionale. Queste osservazioni valgono in misura ancora maggiore nel caso di Donald Trump. Repubblicano anomalo e poco amato dal suo stesso partito, non sostenuto da una solida maggioranza in Congresso, più di molti predecessori Trump ha dovuto costruire la sua squadra tenendo conto delle difficoltà che avrebbe potuto avere durate le audizioni di conferma e della necessità di bilanciare le posizioni tenute durante la campagna elettorale (su molti punti lontane dalla tradizionale ortodossia repubblicana del partito) con quelle di un partito diviso e caratterizzato dalla presenza di varie anime, spesso in conflitto.

Appare, quindi, eccessivo pensare a figure come Mattis e Tillerson come a ‘tutori’ di un Presidente ritenuto pericoloso per gli interessi statunitensi, così come eccessivo appare parlare dell’attuale come di una presidenza ‘evirata’. Piuttosto, il loro background offre a entrambi la possibilità di giocare da ‘battitori liberi’ su una serie di punti rispetto a cui l’amministrazione continua ad apparire divisa. Ciò vale soprattutto per il Segretario alla Difesa, che, per il suo profilo professionale e la stima bipartisan di cui gode, si trova in qualche modo a margine dai giochi. Si tratta di un margine di flessibilità importante per un Presidente che come Donald Trump ha costruito la sua immagine sulle affermazioni recise e sulle prese di posizione nette. Non appare un caso se, negli scorsi mesi, in varie occasioni, alle rigidità di Trump ha coinciso un’inattesa flessibilità da parte di Mattis. E’ difficile dire, in questa dinamica, quanto vi sia di calcolo e quanto di spontaneo. Essa è, tuttavia, una conferma di come le scelte della Casa Bianca – anche per un ‘decisionista’ come Donald Trump – siano in genere prodotto di un difficile (e spesso opaco) processo di mediazione.

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