martedì, Luglio 16

Trump-Macron: un ‘rapprochement’ con tante incertezze Traspaiono evidenti le differenze che esistono fra le rispettive posizioni

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Dopo la ‘tre giorni’ britannica, durante la quale Donald Trump (non senza destare polemiche) ha sostenuto con forza l’opzione di una ‘hard Brexit’, la visita in Francia in occasione del settantacinquesimo anniversario dello sbarco in Normandia e l’incontro con il Presidente Emmanuel Macron hanno messo gli osservatori di fronte a un quadro in parte inatteso. Seppure fra alti e bassi, il Capo di Stato francese si è accreditato, in questi mesi, come uno dei critici più accesi dell’amministrazione statunitense. Dopo la luna di miele seguita al viaggio di Marcon negli Stati Uniti dell’aprile 2018, i rapporti fra l’Eliseo e la Casa Bianca hanno iniziato a deteriorarsi già nella seconda parte dell’anno, culminando nelle dichiarazioni del 6 novembre, quando Macron ha parlato della necessità, per l’Europa, di dotarsi di «un vero esercito» («une vraie armée européenne») per «proteggerci dalla Cina, dalla Russia e anche dagli Stati Uniti» («nous protéger à l’égard de la Chine, de la Russie et même des Etats-Unis d’Amérique»). Nonostante i tentativi di ridimensionarne il significato, queste parole hanno portato alla dura reazione della Casa Bianca, reazione che, a sua volta, insieme a crescenti divergenze su una serie di problemi specifici, ha finito per alimentare le tensioni e allargare il divario che separa le due capitali.

Con l’incontro di ieri, tutto questo sembra essere stato, almeno in parte, dimenticato. Nel suo discorso, Donald Trump ha parlato di relazioni ‘eccezionali’ fra Stati Uniti e Francia mentre Macron ha sottolineato come legami profondi come quelli che uniscono i due Paesi non possono essere messi in discussione da divergenze su questioni contingenti. In realtà, le divergenze sono parecchie e spaziano dalle conseguenze della politica commerciale di Washington alla decisione degli Stati Uniti di uscire dall’accordo di Parigi sul clima non appena i termini del trattato lo permetteranno. Sulla scena internazionale, la Francia si è ampiamente risentita per l’annuncio di Trump di ridimensionare la presenza militare USA in Siria e per la posizione nei confronti dell’Iran, posizione che, nelle scorse settimane, ha portato a un aumento della tensione in tutta la regione del Golfo e ha spinto alcuni osservatori a ventilare la possibilità di uno scontro armato aperto. Anche nel teatro libico, nonostante il recente avvicinamento degli Stati Uniti al ‘campione’ di Parigi, generale Khalifa Haftar, non sono mancati, in passato, gli screzi; screzi che la Francia considera tanto più gravi quanto più, ai suoi occhi, la stabilità libica si lega a quella dell’ampia fascia di Paesi subsahariani dove i suoi interessi sono attivamente presenti.

Su queste basi, non stupisce che, fra i punti di convergenza emersi dall’incontro, quello più sorprendente sia forse quello sull’Iran. In passato, proprio il Presidente francese era stato fra i più attivi nel cercare di convincere l’amministrazione USA a non uscire dal nuclear deal’ (JCPOA – Joint Comprehensive Plan Of Action); Macron era stato poi, una volta formalizzata la decisione di Washington di recedere dall’accordo, fra i più attivi nel tentativo di minimizzare l’impatto delle sanzioni contro Teheran. E’ tuttavia vero che i termini della convergenza esposti dai due Presidenti sono decisamente ‘al ribasso’. Alla fine dell’incontro, Macron ha indicato come obiettivi condivisi di Stati Uniti e Francia impedire che Teheran si doti di armi nucleari, ridurre il suo attivismo nel campo dei missili balistici, contenere la sua proiezione regionale e promuovere la pace e la stabilità in Medio Oriente. Nulla ha detto, invece, riguardo agli strumenti per raggiungere questi obiettivi, derubricandoli a semplici ‘technicalities’. La cosa non stupisce se si considera che, mentre la Francia continua a premere per un rilancio il dialogo intorno ai temi del JCPOA, Trump ha ripetutamente elogiato l’effetto che le sanzioni volute dalla sua amministrazione avrebbero avuto nello spingere Teheran a più miti consigli.

Se, quindi, la fase di più acuta tensione nelle relazioni franco-statunitensi sembra essere stata superata, appare comunque fuori luogo parlare di un effettivo riallineamento. Dietro l’enfasi che ha accompagnato le dichiarazioni di Trump e Macron traspaiono, infatti, evidenti le differenze che esistono fra le rispettive posizioni. Anche l’‘ammorbidimento’ USA nei confronti dell’Iran appare più il prodotto delle divisioni che attraversano l’amministrazione che di un vero cambio di rotta. Inoltre, l’alternarsi d’irrigidimento e distensione appare (nel caso dell’Iran come di altri dossier sul tavolo alla Casa Bianca) una parte importante della sua strategia ‘della massima pressione’. Lo si è visto nei rapporti con la Corea del Nord come in quelli con il Messico e la stessa Unione Europea, per certi aspetti, ne ha sperimentato gli effetti. Alla luce di questa esperienza, non stupirebbe che il ‘rapprochement’ con Parigi rispondesse a una logica simile e che fosse solo il preludio a una nuova fase di tensioni. Per Emmanuel Macron, una sponda solida a Washington avrebbe anzitutto l’effetto di rafforzare la sua posizione nei ‘giochi’ europei. Sembra, però, improbabile che proprio Donald Trump, che del rapporto difficile con l’Europa ha fatto una sorta di ‘marchio di fabbrica’, si presti a svolgere questa funzione ‘consolidante’ della quale i primi a fare le spese potrebbero essere proprio gli Stati Uniti.

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