giovedì, Dicembre 12

Trump e l’Iran: per il Medio Oriente un gioco ad alto rischio Il giudizio favorevole dell’IAEA sulla condotta di Teheran rischia di fare degli USA il vero 'Stato canaglia'

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La scelta di Donald Trump di denunciare l’‘inadempienza’ iraniana rispetto alla clausole del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA, alias ‘nuclear deal’), svincolando così gli USA dagli impegni assunti in tale sede, apre la porta a una lunga serie di interrogativi la maggior parte dei quali legati alla difficile posizione in cui Washington si è chiusa.

Il giudizio favorevole espresso dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) sulla condotta iraniana carica sulle spalle dell’amministrazione il peso di una scelta che secondo parte della stampa statunitense rischia di fare degli USA il vero ‘Stato canaglia’ (rogue state). Allo stesso tempo, tale scelta mette alla luce le fratture che esistono dentro l’amministrazione, con il Segretario di Stato Tillerson (che da qualche settimana appare in rotta con il Presidente) e quello alla difesa Mattis, che in più occasioni si sono detti in favore di un accordo che, per quanto imperfetto, resta, per loro, il miglior compromesso oggi ottenibile. Difficilmente l’Europa seguirà Washington nella denuncia di un accordo che rappresenta – al momento – il maggior risultato della sua (flebile) diplomazia. Molti Paesi europei, inoltre, hanno da tempo avviato un proprio processo di riavvicinamento a Teheran, sia a livello politico sia economico. Quali sono, quindi, le ragioni di una scelta apparentemente predente su tutta la linea?

Scontata l’intenzione di andare incontro alle posizioni di un Congresso e di un’opinione pubblica che neppure sul fronte democratico hanno mai digerito in pieno i contenuti del JCPOA, la risposta più probabile appare la volontà di usare l’arma della decertificazione come leva per rivedere l’accordo su basi a detta dell’amministrazione più favorevoli. Si tratta, tuttavia, di una strategia ad alto rischio. Anzitutto il passo fatto dalla Casa Bianca è solo il primo di un iter complesso, che attribuisce al Campidoglio un ampio margine di discrezionalità. In secondo luogo, perché anche un’eventuale uscita degli Stati Uniti non inficerebbe la validità di un atto di cui Washington è solo una delle parti. Sul piano della forma, quindi, il ‘nuclear deal’ mantiene il suo valore anche nel caso il cui il Congresso decida di avallare la posizione assunta dal Presidente. Un discorso diverso vale, tuttavia, su quello della sostanza. La posta in gioco dietro al compromesso sul nucleare riguarda, infatti, il ruolo che l’Iran deve giocare negli assetti del ‘nuovo’ Medio Oriente; un ruolo che l’amministrazione Obama vedeva in termini di contributo (seppure competitivo) alla stabilizzazione della regione, sulla falsariga della ‘politica dei due pilastri’ (‘twin pillars policy’) seguita dagli Stati Uniti fino alla rivoluzione del 1979, e che l’amministrazione Trump vede in una prospettiva totalmente diversa.

Al di là della posizione assunta sul JCPOA, nelle ultime settimane la Casa Bianca pare avere accresciuto la pressione su Teheran. La decisione del Dipartimento del Tesoro di includere il Corpo della guardie della rivoluzione islamica (IRGC, alias pasdaran) nella lista delle organizzazione sostenitrici del terrorismo e soggette a regime sanzionatorio è solo l’ultimo passo di un’azione di accerchiamento volta a contenere le proiezione della Repubblica islamica nel proprio tradizionale ambito di riferimento. Il rafforzamento dei legami con l’Arabia Saudita, il mondo sunnita e (più ambiguamente?) Israele; il giro di vite nei riguardi di Hezbollah; il rinnovato attivismo in Afghanistan e Syraq concorrono a comprimere lo spazio di espansione di Teheran e a ridimensionare un ruolo regionale che aveva beneficiato in larga misura della détente obamiana. In questa prospettiva, le scelte dell’amministrazione hanno un valore tanto interno quanto esterno. Esse non solo rispecchiano l’opposizione ‘senza se e senza ma’ del Presidente al ‘peggior accordo di sempre’, ma riconfermano il ruolo di ‘anti-Obama’ che questi ha assunto sin dall’inizio della sua campagna elettorale. Apparentemente, un risultato due volte positivo per una Casa Bianca che ancora fatica a trovare consensi e che, a dieci mesi dall’insediamento, sembra continuare a eludere alcune questioni-chiave.

I timori riguardano, piuttosto, la tenuta di un equilibrio che – con la marginalizzazione dell’Iran – tornerebbe ad essere ‘zoppo’. Ciò a maggior ragione in un momento in cui il successo di Raqqah rischia di offrire nuovo alimento alle rivalità interne alla coalizione anti-ISIS. Nonostante la sconfitta delle forze di Daesh, la situazione siriana è tutt’altro che stabilizzata, mentre i risultati del recente referendum sull’autonomia del Kurdistan iracheno rischiano di dare sfogo a una situazione di tensione rimasta sin qui latente. In tutte queste aree, Teheran ha importanti interessi in gioco; interessi che, in mancanza di vie ‘legittime’ per il loro perseguimento, possono spingere il Paese a tornare ad agire da attore destabilizzante. Nonostante la riconferma alla presidenza di Hassan Rouhani, gli equilibri interni alla Repubblica islamica restano fragili e il passo di Washington rischia di innescare reazioni difficilmente prevedibili. Per contrastare l’opposizione interna, lo stesso Rouhani, pure interessato ad accreditare un’immagine moderata, potrebbe essere tentato di portare l’Iran fuori dall’accordo indipendentemente dalle conseguenze (molto probabilmente limitate) che l’introduzione di nuove sanzioni da parte dei soli Stati Uniti potrebbe avere sull’economia del Paese. Una volta di più, la politica del ‘fix it or break it’ di Trump sembra, quindi, aprire la via a sviluppi potenzialmente destabilizzanti; qui con l’aggravante di toccare un teatro da sempre volatile come quello del Medio Oriente e delle sue turbolente propaggini.

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