domenica, Settembre 27

Trump, le mani nel petrolio L’impatto della crisi Coronavirus sugli Stati Uniti è considerevole

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Ormai da vari mesi, i prezzi del petrolio stanno attraversando una fase di contrazione, proseguendo in una tendenza iniziata già nel corso del 2019, che pure è stato un anno travagliato, nel corso del quale si sono registratiin giugno gli attacchi alle petroliere in transito per lo stretto di Hormuz e in settembre da quelli (assai più distruttivi) contro le installazioni saudite di Abqaiq e Khurais. Nonostante le fiammate di nervosismo che questi eventi hanno prodotto, l’anno passato il prezzo del Brent (che rappresenta il benchmark del mercato internazionale)si è attestato su un valore medio di 64 dollari al barile ($/b), sette dollari sotto la media del 2018. Nello stesso periodo, il prezzo del West Texas Intermediate (WTI), benchmark per il mercanto statunitense, si è attestato su una media di 57 $/b, anche in questo caso sette dollari sotto la media del 2018. Il 2020 non si è aperto sotto auspici migliori. Dopo una lieve ripresa nei primi giorni dell’anno, i prezzi sono scesi in maniera pressoché costante. Il 30 marzo, il Brent è stato fissato a 22,76 $/b dopo avere toccato il minimo a 21,65 $/b, mentre il greggio statunitense si è attestato a 20,09 $/b dopo avere toccato il minimo a 19,27. Si tratta dei valori più bassi registrati dal 2002 e le aspettative per il loro andamento sono contrastanti.

Le ragioni di questo andamento sono diverse. Il diffondersi di COVID-19 a livello globale ha avuto un chiaro effetto deprimente sui consumi, effetto che si è tradotto in una contrazione generalizzata della domanda. Questo evento congiunturale ha prodotto, tuttavia, i suoi effetti su un mercato già indebolito da dinamiche di più lungo periodo. Il recente ritorno degli Stati Uniti al ruolo di esportatori netti; l’indebolimento relativo della posizione dell’OPEC sul mercato internazionale; le fluttuazioni del prezzo del dollaro e l’andamento di una domanda globale che complici i timori sul cambiamento climatico, le politiche di decarbonizzazione adottate da molti Paesi consumatori e le tensioni commerciali fra Stati Uniti e Cina sembra crescere meno del previsto sono i principali fattori che concorrono a spiegare questo stato di cose. Da ultimo, la guerra dei prezzi divampata fra Russia e Arabia Saudita a causa della decisione di Mosca di non allinearsi al taglio della produzione concordato dall’OPEC durante il vertice straordinario del 5 marzo, ha impresso a queste dinamiche un’ulteriore accelerazione, che a sua volta ha portato al crollo delle quotazioni registrato nelle ultime settimane.

L’impatto di questo stato di cose sugli Stati Uniti è considerevole. Sommandosi a quello di COVID-19, esso concorre a spiegare le difficoltà che Wall Street sta sperimentando dagli inizi di marzo. Esso impatta, inoltre, sulle dinamiche di un settore energetico che, negli ultimi anni, è stato uno dei motori dell’economia nazionale e che ancora qualche mese fa sembrava destinato in breve tempo ad affiancare quello saudita ai vertici dei ranking mondiali dell’export. La condizione perché queste previsioni potessero concretizzarsi era, tuttavia, il permanere sul mercato di prezzi sufficientemente alti da rendere competitive risorse non convenzionali gli investimenti per la cui estrazione rimangono sensibilmente superiori rispetto a quelli delle loro alternative convenzionali. Esploso intorno al 2014, in una fase di prezzi alti ed elevata volatilità, l’‘unconventional USA è andato infatti incontro, negli ultimi tempi, a significativi processi di razionalizzazione che ne hanno fatto il pilastro del comparto petrolifero nazionale, con 7,7 milioni di barili/giorno estratti nel 2019, pari al 63% della produzione totale, ma che solo in minima parte ne hanno intaccato le sfavorevoli strutture di costo.

E’ quindi comprensibile il favore con cui le Borse hanno reagito al recente annuncio del Presidente Trump di un possibile accordo fra Mosca e Riyadh per un taglio concordato alla produzione, così come è comprensibile che, di fronte a tale annuncio, i prezzi del greggio abbiano sperimentato un significativo rimbalzo. D’altra parte, sulla sostenibilità di un eventuale accordo (la cui stessa esistenza alcune fonti hanno messo in dubbio) non mancano le riserve. Agli occhi di molti, esso potrebbe,infatti, essere visto un cedimento russo alla pressione esercitata dalla controparte con la sua strategia di produzione indiscriminata. Inoltre, il raggiungimento di un accordo fra i due contendenti non offrirebbe alcuna garanzia di lungo termine, in particolare per quanto riguarda le scelte degli altri Paesi del sistema ‘OPEC+’, che a fronte di prezzi ‘garantiti’ dall’accordo russo-saudita, potrebbero essere indotti ad accrescere i loro introiti sforando in modo più o meno ampio le soglie di produzione stabilite. In uno scenario in cui le tensioni non mancano, Riyadh per prima avrebbe, infine, pochi incentivi a rispettare un accordo che, in una fase di contrazione della domanda globale come quella odierna, le impedirebbe di sfruttare appieno i vantaggi dei quali gode in termini di costi di produzione.

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