lunedì, Maggio 27

Trump, Kurz e i limiti dell’‘internazionale sovranista’ Viene messa in discussione l’idea a lungo coltivata di Donald Trump di essere campione di questo movimento

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L’incontro del Presidente Trump con il Cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha messo in luce ancora una volta le ambiguità del rapporto che oggi esiste fra Stati Uniti ed Europa. Kurz (da alcuni indicato come una sorta di ‘Macron austriaco’) guida il governo di Vienna dalla fine del 2017 e viene da un semestre di presidenza UE (chiuso il 31 dicembre scorso) durante il quale si è impegnato attivamente per rilanciare il profilo internazionale di un Paese tradizionalmente ritenuto ‘di secondo piano’ rispetto alle dinamiche dell’Unione. Nonostante le critiche raccolta per iniziative talora considerate ‘poco ortodosse’ (come l’intenzione annunciata di concedere la cittadinanza austriaca agli abitanti germanofoni dell’Alto Adige italiano o la normativa adottata lo scorso ottobre, che limita gli assegni familiari ai cittadini UE che lavorino in Austria ma i cui figli risiedano in un altro Paese), Kurz è stato da più parti presentato come l’esponente di punta di un nuovo populismo buono’, in qualche modo capace di imbrigliare (e forse anche normalizzare) un alleato difficile come il Partito della libertà (FPÖ – Freiheitliche Partei Österreichs) del Vicecancelliere Heinz-Christian Strache.

Anche per questo, le attese della vigilia erano alte. Le somiglianze fra Trump e Kurz sono, per molti aspetti, parecchie. Sui temi dell’immigrazione entrambi sono considerati campioni di una linea dura’ che i risultati elettorali confermano essere pagante; una linea dura che Kurz, durante il semestre di presidenza austriaco, ha cercato di promuovere anche a livello UE. Il rinnovato attivismo austriaco nei Balcani (una politica ‘neo-asburgica’ secondo qualche osservatore) sembra rispecchiare a livello regionale le ambizioni sottese alla politica trumpiana dell’‘America first’. Anche su alcuni grandi temi internazionali Kurz ha avvicinato le posizioni di Vienna a quelle di Washington, ad esempio abbandonando la vecchia ‘dottrina Kreisky’ di neutralità sulle questioni mediorientali, definendo esplicitamente ‘non negoziabile’ la sicurezza dello Stato di Israele e qualificando quest’ultima come un ‘interesse nazionale’ dell’Austria. Gli stessi screzi fra Kurz e l’Europa sono stati visti come il segno di una certa comunanza con le posizioni statunitensi di rigetto delle ‘vecchie’ istituzioni multilaterali e di ‘riscoperta’ della dimensione nazionale come centro dell’azione politica.

Tuttavia, i risultati dell’incontro e l’impressione di simpatia reciproca che le immagini di questo hanno cercato di trasmettere hanno confermato solo in parte l’immagine appena tratteggiata. Piuttosto, dietro le convergenze di facciata, quelle che sono emerse sono state soprattutto le divergenze su questioni come quelle dei rapporti commerciali USA-Europa (che interessa molto Vienna, che in Washington trova il suo secondo partner commerciale dopo la Germania) e della realizzazione del gasdotto Nord Stream 2, la cui costruzione è sostenuta da Vienna (nel progetto è coinvolta anche la società austriaca OMV) e osteggiata dalla Casa Bianca perché rafforzerebbe la presa di Mosca sul mercato energetico europeo. Si tratta, in entrambi i casi, di questioni dalla forte valenza politica e rispetto alle quali le posizioni sulle due sponde dell’Atlantico sono difficilmente conciliabili. Per l’Austria, la possibilità di ritagliarsi il ruolo di primo piano cui Kurz sembra aspirare dipende, infatti, in buona parte dalla capacità di tenersi in equilibrio fra le molte dimensioni in cui è stata posta dalla storia e della geografia e rispetto cui Bruxelles e Mosca sono punti di riferimento imprescindibili.

A suo tempo, l’arrivo di Kurz alla Cancelleria era stato salutato con soddisfazione da quella che è comunemente definita l’‘internazionale sovranista’. Negli Stati Uniti, il suo successo era stato applaudito, fra gli altri, da Steve Bannon, che aveva parlato del nuovo Cancelliere come di ‘uno degli astri nascenti del movimento sovranista’. Questa lettura ha avuto il suo peso nel favorir l’accostamento di Kurz a Donald Trump, nonostante le differenze che esistono fra i due. La realtà è, però, forse più complessa. Al di là delle etichette, il sovranismo – proprio per l’enfasi che pone sulla dimensione della sovranità nazionale – guarda con diffidenza qualsiasi convergenza possa intaccarla nella sua essenza. Le dichiarazioni di Kurz sul tema di Nord Stream 2 (‘Comprare gas dagli Stati Uniti non sarebbe un problema. Ma, finché il prezzo del gas russo resterà migliore di quello degli Stati Uniti, la Russia rimarrà un partner più attraente’) sono indicative di questo atteggiamento. Un atteggiamento che mette in discussione la possibilità stessa di una ‘internazionale sovranista’ come soggetto politico coeso che, in ultima analisi, mette in discussione l’idea a lungo coltivata di Donald Trump come campione e punto di riferimento di questo ipotetico movimento.

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