venerdì, Settembre 18

Trump, incubo dei neoconservatori?

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Nel febbraio dello scorso anno, quando le possibilità di successo elettorale di Donald Trump cominciava ad apparire molto più consistenti di quanto tutti i maggiori addetti ai lavori si aspettassero, dallo schieramento intellettuale tradizionalmente vicino al Partito Repubblicano si levò imponente la voce di Robert Kagan, influente stratega e politologo. Sulle colonne del ‘Washington Post’, Kagan scrisse che: «quando la peste cominciò a diffondersi a Tebe, Edipo inviò suo cognato dall’oracolo di Delfi per scoprirne la causa. Si accorse subito che il crimine per il quale Tebe veniva punita era il suo. Il Partito Repubblicano di oggi rappresenta il nostro Edipo. Una piaga si è abbattuta sul partito sotto forma di successo del maggior demagogo-ciarlatano nella storia della politica degli Stati Uniti [Donald Trump]. Il partito cerca disperatamente la causa e il rimedio senza rendersi conto che, come Edipo, è il partito stesso che ha prodotto questa piaga. I tremendi errori politici del partito sono stati puniti con una sorta di giustizia cosmica, come accade nella tragedia greca».

Con un incipit tanto incisivo, l’autore ha inteso richiamare l’attenzione sull’attrito che si era venuto a creare tra l’apparato dirigenziale del Partito Repubblicano e Donald Trump, confermatosi da poco il candidato dotato delle maggiori chance di vittoria.  Come Frankenstein, il magnate di New York rappresenterebbe la nemesi per coloro che lo hanno creato e che attualmente non sanno come fermarlo, spingendo quindi l’intellettuale neocon a giungere alla conclusione che «l’unica scelta, anche per un ex repubblicano come me, sarà quella di votare per Hillary Clinton. Il partito non può essere salvato, ma il Paese ancora sì».

A cosa si deve una presa di posizione tanto radicale? La risposta va ricercata nella visione insularista e neo-isolazionista propugnata da Trump, che ammicca ai principi ispiratori originari del Grand Old Party e risulta profondamente indigesta sia a diversi centri di potere – Wall Street e complesso militar-industriale in primis – annidati nello ‘Stato profondo’ che all’establishment di entrambi i maggiori partiti. Al confronto con le potenze rivali, il tycoon newyorkese dichiara di prediligere un progressivo disimpegno che consenta agli Stati Uniti di trovare una soluzione di compromesso con gli altri grandi attori internazionali e di impiegare le risorse a disposizione per correggere i propri scompensi strutturali. La campagna elettorale condotta dall’attuale presidente era infatti orientata a favorire un ripiegamento sulla politica interna mirato a generare occupazione e ridare vigore alla sofferente middle-class (ormai in via di estinzione), attraverso lapplicazione di calibrate misure protezionistiche, nonché a ricostruire le logore infrastrutture del Paese con i fondi ricavabili da un progressivo disimpegno imperiale (ripensamento della Nato e dell’alleanza strategica con Giappone e Corea del Sud) e da un sensibile ridimensionamento delle spese militari.

Un programma politico che Kagan considera l’anticamera di un crollo paragonabile a quello dell’Impero Romano, conformemente alla concezione cosiddetta neoconservatrice che attribuisce agli Stati Uniti il compito di sfruttare la supremazia militare per imporre non solo gli interessi, ma anche i valori tradizionali Usa in tutto il mondo attraverso un approccio unilaterale e il rafforzamento dell’alleanza con Israele. Un approccio piuttosto radicale, che si rifà alle idee del filosofo Leo Strauss e scaturisce dal trasferimento all’interno del Grand Old Party, tradizionalmente votato al realismo politico e all’utilitarismo economico, dell’idealismo tipico dei movimento trotzkisti che negli Stati Uniti avevano cominciato a svilupparsi fin dagli anni ’70. I neoconservatori tentarono di promuovere la propria visione strategica sia sotto l’amministrazione Reagan che sotto quella Bush sr., rimediando un sostanziale insuccesso che rischiò di farli scomparire definitivamente dalla vita politica del Paese. Le cose cambiarono sensibilmente durante i due mandati di Bill Clinton, in virtù del fatto che l’attivismo in materia di politica estera predicato dai neocon si sposava sotto alcuni aspetti con l’idealismo interventista di stampo wilsoniano propugnato dal presidente democratico.

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