giovedì, Dicembre 12

Trump in Asia e le sfide di una politica ‘a tutto campo’ Un appuntamento importante per un’amministrazione che fino a oggi, in questo come in altri campi, non ha brillanto né per attivismo, né per risultati

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La prossima visita di Donald Trump in Asia costituisce un appuntamento importante per un’amministrazione che fino a oggi, in questo come in altri campi, non ha brillanto né per attivismo, né per risultati. Anche se la minaccia nucleare nordcoreana è destinata a giocare un ruolo importante nelle conversazioni con gli alleati tradizionali (Giappone e Corea del Sud), essa non costituisce la unica (né, per certi aspetti, la più importante) fra le questioni sul tavolo.

Più che Kim Jong-un, il convitato di pietra negli appuntamenti che il Presidente avrà con i suoi interlocutori sarà, con ogni probabilità, il leader cinese Xi Jinping. Dopo gli attacchi che hanno punteggiato la campagna elettorale, il vertice di Mar-a-Lago, lo scorso aprile, sembra avere aperto inattesi scenari di convergenza fra le posizioni di Stati Uniti e Cina, scenari che (come ogni segno di avvicinamento fra i due Paesi) non mancano di destare la preoccupazione di Tokyo e di Seoul. D’altro canto, la definizione un modus vivendi con Pechino appare, oggi, ‘la’ priorità della politica estera statunitense, sia per il livello di interdipendenza che si è instaurato fra le due economie, sia per il contributo che la RPC può offrire alla stabilità e alla sicurezza regionale in un momento in cui Washington – nonostante tutto – sembra avere abbracciato la scelta del ripiegamento.

Ovviamente, ciò non significa la fine dalla competizione esistente fra i due Paesi. Negli ultimi anni, il focus della politica estera statunitense si è chiaramente indirizzato verso il Pacifico, regione che Pechino considera proprio spazio di espansione naturale. A questa rivalità geopolitica si aggiungono, poi, le tensioni economiche e commerciali, legate da una parte al ruolo che la Cina svolge come fornitore sul mercato statunitense, dall’altra al suo essere sede principale delle attività (delocalizzate) connesse alla loro produzione. Dietro al progetto obamiano di una Partnership transpacifica (TPP) si collocava proprio il tentativo di rafforzare la posizione di Washington rispetto a queste due dimensioni. La scelta di assumere rispetto al TPP una posizione più defilata, pone oggi Trump di fronte alla necessità di trovare altre forme di gestione delle ambizioni cinesi. L’asset principale nella mani del Presidente è il grado di dipendenza reciproca che si è instaurato fra Stati Uniti e Cina e che rende la vulnerabilità dei primi il principale fattore di debolezza della seconda. Si tratta, tuttavia, di un’arma pericolosa, specialmente in mano a un Presidente come Donald Trump, che ha fatto del rilancio della posizione internazionale degli Stati Uniti (incarnato nel mantra ‘make America great again’) uno degli elementi qualificanti delle sua amministrazione.

Cosa riuscirà, quindi, a ‘portare a casa’ davvero, Trump, della settimana che trascorrerà nel Pacifico? Difficile dare una risposta precisa, anche perché la sua visita cerca a fatica di tenere insieme opposti difficilmente conciliabili. Se la tappa a Pechino rappresenta il vero ‘core’ del viaggio, gli appuntamenti a Tokyo e Seoul non sono meno importanti, se non altro perché permetteranno di comprendere se il rapporto di Washington con i suoi alleati asiatici si articolerà sulle stesse basi competitive di quello con gli alleati europei. Il Vietnam e le Filippine di Rodrigo Duterte (che Trump visiterà in occasione del vertice ASEAN di Manila) costituiscono anch’essi appuntamenti importanti per comprendere se e quanto l’appeal di Washington sopravviva alla fine dell’‘era Obama’ e alla nuova fase di ‘egoismo’ avviata dall’arrivo alla Casa Bianca dell’amministrazione repubblicana. La posta in gioco non è irrilevante. La credibilità di Washington a livello regionale costituisce, al momento, la principale leva negoziale che gli Stati Uniti hanno verso la Cina; una leva che il successo di Trump ha indebolito molto, come dimostrano, ad esempio, le avances di Rodrigo Duterte per comporre amichevolmente i contenziosi territoriali che dividono Manila da Pechino nonostante il giudizio favorevole alla prima espresso dal tribunale arbitrale de L’Aia.

A quasi un anno dell’elezione, altri nodi della politica estera trumpiana sembrano, così, essere giunti al pettine e non è un caso che ciò accada nel teatro dell’Asia/Pacifico. E’ un altro segno di come, al di là dei cambiamenti di cifra stilistica, esista una continuità di fondo nell’azione internazionale degli USA. E’ una continuità che – per molti aspetti – travalica il passaggio (comunque importante) dal mondo della guerra fredda a quello del post-guerra fredda. L’Asia/Pacifico rappresenta storicamente uno dei primi spazi di espansione degli Stati Uniti e anche negli anni del confronto più acceso con l’URSS ha comandato un’attenzione particolare da parte di Washington. Sul medio/lungo periodo, la questione riguarda, piuttosto, la posizione di un’Europa sempre più ai margini dello spettro visivo americano. La presidenza di Donald Trump ha esacerbato un problema di relazione le cui radici risalgono almeno alla presidenza (democratica) di Bill Clinton. Il rischio è che un successo in Asia promuova un ulteriore ‘inorientamento’ degli USA, a scapito del loro impegno ‘dell’altra parte dell’Atlantico’. Una possibilità, quest’ultima, con la quale gli alleati europei degli Stati Uniti dovrebbe cominciare a fare i conti, più che continuare a guardare alle ‘intemperanze’ di Donald Trump come il segnale di una semplice perturbazione passeggera.

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