martedì, Agosto 4

Trump in Arabia Saudita: un viaggio d’affari con risvolti religiosi

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Si è conclusa proprio oggi l’attesissima visita del Presidente statunitense Donald Trump nella capitale saudita di Riyad. Le aspettative non sono state affatto deluse, e l’inquilino della Casa Bianca sembra aver decisamente preso una posizione ben diversa da quella del suo predecessore.  L’incontro durato tre giorni ha infatti dimostrato la sua intenzione di riavvicinarsi al mondo musulmano e di ristabilire la storica alleanza tra il suo Paese e l’Arabia Saudita.
I due leader hanno firmato un accordo sulla vendita di armi, secondo il quale Riyad comprerà sistemi di difesa e armamenti dagli Usa per 110 miliardi di dollari, con l’obiettivo di arrivare alla cifra di 350 miliardi di dollari in dieci anni.

Questo però non è l’unico accordo che è stato raggiunto durante l’incontro. L’Arabia Saudita si è inoltre impegnata a investire circa 20 miliardi di dollari in infrastrutture di vario tipo da realizzarsi soprattutto negli Stati Uniti.

Ma c’è una sorta di baratto al centro della proposta statunitense? Sembra che gli USA si siano astenuti dalle critiche sui diritti umani, come per esempio i diritti civili o politici, in cambio di un totale supporto e di una completa adesione nella lotta al terrorismo di matrice islamica da parte dell’Arabia Saudita. Questo stratagemma, seppur di dubbia veridicità, sembra aver riscosso però successo, tanto che circa 50 Paesi presenti all’incontro hanno posto la loro firma sull”accordo-baratto’.

Quello che però lascia forse qualche dubbio è il discorso del Presidente USA pronunciato in merito all’Islam e al mondo musulmano. Il premier statunitense ha infatti preso le difese dell’Islam sunnita, acquisendo una posizione netta e decisiva per l’eterna disputa tra sunniti e sciiti. Il discorso sembra inoltre aver marcato un netto cambio di rotta di Donald Trump rispetto alle posizioni prese durante la sua campagna elettorale, pronunciando a Riyad parole che all’inizio della sua campagna sembravano impensabili, ma che oggi, a soli 4 mesi dall’inizio del suo mandato, ha pubblicamente proferito davanti ai vertici religiosi musulmani di circa 50 Paesi. Lascia inoltre qualche perplessità il fatto che sia Stephen Miller l’autore del discorso di Trump in merito al riavvicinamento degli USA all’Islam sunnita. E’ infatti lo stesso Miller ad aver scritto il ‘Muslim ban’, il divieto statunitense in merito all’accesso di immigrati provenienti da nazioni a maggioranza musulmana nel Paese.

Per comprendere quali possano essere le future conseguenze regionali e nazionali statunitensi abbiamo intervistato Giampiero Gramaglia, ex direttore dell’Ansa, membro del direttivo dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma ed esperto di politica USA.

Si può dire che, con la visita che si è conclusa oggi, Donald Trump ha preso una posizione ben precisa e decisamente lontana dall’Iran. Perché una scelta simile?

La presa di distanza dall’Iran del presidente Trump non è affatto sorprendente perché è in linea con le riserve manifestate dalla sua Amministrazione e da lui stesso ancora in campagna elettorale nei confronti dell’accordo sul nucleare concluso con Teheran dal suo predecessore, Barack Obama. La scelta di marcare questa distanza in coincidenza con le elezioni iraniane, che invece confermano un’apertura e una disponibilità al dialogo dell’Iran, appare decisamente intempestiva. La scelta di farlo, incontrando i leader arabi nella capitale più significativa del sunnismo, suona invece come una chiamata a un’alleanza con l’Islam sunnita nei confronti dell’Islam sciita, il che può essere più foriero tensioni che di pacificazione nell’area.

Perché il Presidente statunitense ha deciso di schierarsi così apertamente con l’Islam sunnita?

Io penso che il presidente Trump usa già di per sé tantissimi di slogan e non gliene attribuirei di più di quelli che si conia lui stesso. Mi pare che la scelta dell’Arabia Saudita come interlocutore, oltre che rispettare alcune scelte tradizionali della diplomazia americana, che ha sempre avuto nel Paese saudita un interlocutore privilegiato nella regione, segue anche logiche di affari e di flussi energetici che appartengono più all’economia e al commercio che alla politica. Non leggerei un disegno di carattere o di riferimento religioso in quello che sta facendo il presidente degli Stati Uniti. Non penso che questo viaggio abbia una chiave di lettura religiosa, al di là di alcune affermazioni estremamente generiche sul fatto che le religioni unite faranno la pace, e alcuni inviti, anche questi estremamente generici e scontati, a unire le forze contro il terrorismo. E’ un viaggio politico, ma è stato anche un viaggio di affari, almeno nella tappa a Riyad.

Che ne sarà degli accordi nucleari raggiunti da Obama con l’Iran? Gli Usa decideranno di imporre di nuovo le sanzioni?

L’imprevedibilità e spesso la contraddittorietà dei comportamenti di Donald Trump e della sua Amministrazione rende effimera qualsiasi previsione.

Secondo lei, si può dire che il terrorismo è stato uno ‘ strumento politico’ che ha fornito agli Usa un terreno comune di riavvicinamento all’Arabia Saudita e ai Paesi del Golfo?

La guerra contro il terrorismo è un tema che a parole unisce facilmente tutti. Dopo di che, fra i leader del Mondo arabo che hanno ieri ascoltato il discorso del Presidente, ve ne sono alcuni di Paesi che più o meno surrettiziamente sostengono, o almeno riforniscono o foraggiano, i movimenti integralisti jihadisti sunniti.

Gli accordi firmati con l’Arabia Saudita che influenza avranno sugli equilibri regionali? Cosa ci dobbiamo aspettare operativamente da questi accordi?

Senz’altro il rapporto Stati Uniti- Arabia Saudita appare in questo momento risaldato, sia pure con probabili persistenti e reciproche diffidenze, rispetto alle preoccupazioni saudite emerse dopo l’accordo sul nucleare con l’Iran. Probabilmente in generale questo vale anche per le monarchie del Golfo nel loro complesso, forse con qualche distinguo per gli Emirati Arabi Uniti e senz’altro per il Qatar. L’Iraq è un terreno di divisione e di scontro tra sciiti e sunniti, la Siria è un terreno invece di scontro fra un’ampia gamma di protagonisti.
Certo, il rapporto con l’Arabia Saudita mi sembra più solido oggi che qualche mese or sono. Ma la situazione, le alleanze e l’intreccio di rapporti nella regione mi sembrano sempre molto fluidi e poco sicuri. Operativamente, da questi accordi ci dobbiamo aspettare che arrivi una grande quantità di armi in Arabia Saudita e che i sauditi le usino contro i loro nemici, che non sono necessariamente e non sono sempre i nemici del Presidente Trump.

Secondo lei, è corretta l’impressione che con questi accordi, specialmente quello di armamenti, si stia gettando benzina sul fuoco, ovvero che si stia contribuendo a un’ulteriore destabilizzazione di un’area già in balia del caos?

Tutti gli accordi che prevedono la concentrazione di armamenti in una regione sono una garanzia di pace molto labile e un presupposto di guerra molto forte, ma questo vale in assoluto e non solo per questo accordo.

Come invece reagirà l’opinione pubblica statunitense a riguardo?

Penso che l’opinione pubblica statunitense sia in larga misura indifferente a quello che è successo in Arabia Saudita. In particolare, coloro che hanno eletto Donald Trump fanno probabilmente fatica a situare l’Arabia Saudita sulla cartina geografica. Quindi, saranno magari interessati e coinvolti solo se questo dovesse innescare più posti di lavoro e più ricchezza negli Stati Uniti.

Sul tema Islam, il discorso pronunciato da Trump potrebbe suonare ipocrita, vista la sua campagna elettorale. Si tratta di un cambio di rotta o di un discorso dettato solo dalla suggestione?

Perché ipocrita rispetto alla campagna elettorale? Trump ha detto all’Islam, e al mondo arabo che ha incontrato, di distinguere tra i buoni e i cattivi e di cacciare i terroristi, pur senza usare la locuzione ‘terrorismo integralista islamico’, che rimproverava sempre a Obama di non utilizzare. Non mi è sembrato un discorso in dissintonia con la campagna elettorale, certo meno divisorio nei confronti del mondo arabo, ma divisorio all’interno del mondo islamico quando addita dalla capitale del modo sunnita il maggior Paese sciita come nemico.

Quindi lei non intravede una discontinuità tra il discorso fatto a Riyad e la campagna elettorale di Trump?

Vedo una moderazione dei toni opportunistica, ma non un segnale di discontinuità.

Non pensa che ci possa essere una reazione da parte dell’elettorato che l’ha votato?

Gli elettori di Trump sono quasi del tutto indifferenti alle notizie che stanno arrivando negli Stati Uniti dall’Arabia Saudita.

Stephen Miller è l’autore del discorso pronunciato a Riyad e del ‘Muslim Ban’. Ci può commentare questo particolare aspetto?

Questo sinceramente non mi sembra molto significativo. L’autore di un testo non è il politico che l’ha pensato. A miller o chi per lui è stato chiesto semplicemente di scrivere dei testi. Il ‘Muslim Ban’, che comunque l’Amministrazione ha in qualche modo abiurato, visto che dopo che è stato respinto due volte dai giudici federali non l’ha più riproposto, era l’espressione della difesa degli Stati Uniti da infiltrazioni terroristiche, per quanto assurdo come strumento e probabilmente inefficace. Quello pronunciato a Riyad è invece un discorso di sollecitazione ai Paesi arabi a respingere le presenze terroristiche al loro interno. Non mi pare che ci sia da scandalizzarsi che l’autore dei due testi sia lo stesso.

Accordo-baratto: no critiche sui diritti umani in cambio di un reciproco supporto nella lotta al terrorismo. Secondo lei, è un accordo giusto in un ‘ottica democratica?

Non so se sia stato un accordo-baratto. Però è evidente che l’attenzione data ai diritti dell’uomo e al ruolo della donna, ad esempio, è molto inferiore nel discorso di Trump rispetto a quella che c’era nel discorso di Obama nel Giugno 2009 al Cairo al mondo musulmano. Il fatto che Trump non parli di un tema, affrontandone un altro, non è però di per sé un baratto. Il Presidente statunitense sceglie di non irritare l’interlocutore per avere in cambio qualcosa che non è però sicuro di avere. Non sappiamo se l’interlocutore gli abbia chiesto di non affrontare determinati argomenti. Io constato che oggettivamente l’attenzione prestata da Trump sui diritti dell’uomo è molto minore di quella prestata da Obama. Se questo l’abbia fatto per un baratto o meno, non lo so. In un’ottica occidentale, non credo che sia giusto che Trump abbia parlato poco o punto dei diritti umani.

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