sabato, Ottobre 24

Trump il keynesiano

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Come è noto, il presidente Donald Trump ha recentemente decretato ben 52 miliardi di dollari di incremento delle spese militari; una cifra pari al 10% del denaro complessivamente assorbito dalla difesa nel 2016 – nello stesso anno, la Russia ha speso in tutto 49 miliardi di dollari. I fondi derivano da un taglio dei budget dell’Agenzia per la Tutela dell’Ambiente, del Dipartimento di Stato e degli organismi che si occupano di cultura. Una cifra impressionante, che va a sommarsi ai quasi 10.000 miliardi di dollari stanziati al potenziamento della macchina tecnico-militare Usa dal 2001 al 2016. Molti osservatori hanno interpretato la cosa come un segnale bellicoso nei confronti dei nemici ed anche degli alleati, ma in realtà il significato profondo di una mossa del genere potrebbe essere squisitamente economico.

Un elemento fondamentale che emerge dallo studio della storia economica degli Stati Uniti è infatti l’evidentissimo nesso tra spese militari e crescita. Fin dai primissimi anni ’40, quando gli Usa erano ancora alle prese con gli effetti devastanti della Grande Depressione, l’aumento delle spese militari si è rivelato una forma di spesa a deficit grazie alla quale lo Stato stimola l’economia attraverso il debito pubblico. Un modus operandi che negli Usa è divenuto strutturale dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, per lanciarsi nella quale Washington favorì la creazione di un gigantesco complesso militar-industriale che da un lato determinò la crescita ipertrofica delle aziende operanti nel settore bellico, e dall’altro portò anche imprese tradizionalmente legate agli ambiti civili, come la General Motors, a convertirsi alla produzione militare sfornando navi, missili e mezzi corazzati. Siccome, a conflitto terminato, una ristrutturazione industriale volta a restaurare un sistema produttivo adatto ai tempi di pace avrebbe richiesto enormi costi economici e sociali, Congresso e amministrazioni evitarono di attuare le misure necessarie finendo per agevolare la formazione di una ‘economia di guerra permanente’ contro la quale per decenni si è scagliato l’economista Seymour Melman. Non stupisce quindi che, ad oggi, oltre 90.000 compagnie private statunitensi che impiegano milioni di lavoratori operino quasi esclusivamente per conto di Lockheed Martin, Raytheon, Boeing, General Dynamics e Northrop Grumman, vale a dire i cinque pilastri fondamentali del complesso militar-industriale. Si comprende quindi che, in una situazione del genere, a una diminuzione delle commesse militari corrisponderebbe inesorabilmente un aumento considerevole del tasso di disoccupazione e un altrettanto pesante scivolamento dei listini azionari.

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