sabato, Dicembre 5

Trump ha paura della Corte Penale Internazionale La CPI sta indagando su eventuali crimini commessi dalle forze armate americane nel corso della guerra in Afghanistan, e Pompeo ha annunciato sanzioni contro i suoi vertici

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La scorsa settimana ha preso forma un ordine esecutivo di Donald Trump di giugno scorso che prevede sanzioni contro gli alti funzionari della Corte penale internazionale (CPI). E’ l’ennesimo colpo di Trump a una organizzazione internazionale. Da quando è in carica, Trump ha lavorato per indebolire varie agenzie internazionali, così come ha abbandonato vari trattati internazionali, ora è la volta della CPI. Il tribunale internazionale che indaga e persegue crimini di guerra, tortura e genocidio.

La motivazione che ha scatenato l’ira della Casa Bianca è che la CPI sta indagando su eventuali crimini commessi dalle forze armate americane nel corso della guerra in Afghanistan, e secondo l’ordine esecutivo di Trump tale indagine rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale

Scorsa settimana il segretario di Stato Mike Pompeo ha accusato la corte di «tentativi illegittimi di sottoporre gli americani alla sua giurisdizione».

L’ordine di Trump consente agli Stati Uniti di bloccare i beni dei dipendenti della Corte penale internazionale e impedire loro di entrare nel Paese. Pompeo ha annunciato la scorsa settimana che le sanzioni colpiscono il procuratore capo Fatou Bensouda e Phakiso Mochochoko, capo della divisione giurisdizione, complementarità e cooperazione. Il dipartimento di stato americano ha anche limitato il rilascio di visti per il personale della CPI coinvolto negli «sforzi per indagare sul personale statunitense». Gli avvocati, i giudici, iricercatori sui diritti umani e tutto l’altro personale della CPI potrebbero ora vedersi congelare i loro conti bancari statunitensi, revocare i visti statunitensi e negare il viaggio negli Stati Uniti.
L‘ordine esecutivo non si rivolge ai cittadini statunitensi. Ma gli americani possono essere sanzionati se «sostengono materialmente» la CPI, ad esempio, presentando un amicus brief per sostenere un caso.

Pompeo ha definito la Corte penale internazionale come «un’istituzione completamente distrutta e corrotta».
«Tale linguaggio di solito si applica alle organizzazioni terroristiche straniere e ai loro promotori, non agli avvocati dei diritti umani»,afferma Susan M. Akram, docente all School of Law della Boston University, esperta in diritti umani internazionali, che ha difeso e sostenuto le vittime di gravi violazioni dei diritti umani nei tribunali americani e presso le Nazioni Unite. Per le vittime, dice Akram, la CPI« è l’unico vero mezzo per ritenere responsabili i loro persecutori, anche se pochi di loro metteranno mai piede in tribunale».

Al centro delle indagini della Corte un rapportodel 2016 della Corte penale internazionale nel quale si affermava che c’erano basi ragionevoli per credere che l’Esercito americano avesse commesso torture in luoghi di detenzione segreti gestiti dalla CIA. Le azioni dei talebani, del Governo afghano e delle truppe statunitensi dal maggio 2003 dovrebbero essere esaminate dal tribunale. Le indagini sono iniziate quest’anno.

Human Rights Watch, ha condannato le sanzioniparlando di «uso perverso delle sanzioni da parte dell’amministrazione Trump», di una iniziativa che «amplifica il fallimento degli Stati Uniti nel perseguire la tortura». Mentre a giugno, la CPI aveva definito come ‘minacce’ l’ordine di Trump, «un’escalation e un tentativo inaccettabile di interferire con lo Stato di diritto e i procedimenti giudiziari della Corte», con «l’obiettivo dichiarato di influenzare le azioni dei funzionari della CPI nel contesto delle indagini indipendenti e obiettive della Corte e dei procedimenti giudiziari imparziali», ricordando che questo è solo l’ultimo di «una serie di attacchi senza precedenti alla CPI, un’istituzione giudiziaria internazionale indipendente, nonché al sistema di giustizia penale internazionale dello Statuto di Roma».

In effetti non da oggi la CPI è sotto attacco, in particolare da parte degli Stati i cui vertici sono al centro delle inchieste della Corte.
Come ricorda Akram, «la Corte penale internazionale ha perseguito quasi esclusivamente individui provenienti dalle Nazioni più deboli, principalmente in Africa. Alcuni critici l’hanno soprannominato il ‘tribunale penale africano».
Nel 2017 l’attacco alla CPI era arrivato proprio dall’Africa, con l’Unione africana che aveva chiesto il ritiro di massa degli Stati membri dalla Corte penale internazionale, poco dopo il ritiro deciso da Sudafrica e Burundi, che avevano accusato la Corte di minare la loro sovranità e di prendere di mira solo gli africani, e dopo anni (almeno dal 2008) di critiche rivolte alla Corte.

Vero è che, come ricorda Trump nel suo ordine di giugno, gli Stati Uniti non ne fanno parte. Gli Stati Uniti sono stati «coinvolti nei negoziati delle Nazioni Unite sullo Statuto di Roma, il trattato che ha creato la CPI. Ma nel 1998 il Presidente Bill Clinton decise di non chiedere al Congresso di ratificare lo Statuto di Roma, sostenendo che non vi era alcuna protezione contro le ‘azioni penali politicizzate’» ricostruisce Akram.
E però, nonostante non siano uno dei 123 Paesi membri della Corte, «gli Stati Uniti hanno spesso facilitato il lavoro della Corte penale internazionale. Le successive amministrazioni statunitensi hanno imposto una serie di sanzionicontro le persone sotto inchiesta CPI, inclusi membri del regime di Assad sospettati di aver commesso crimini di guerra in Siria.
Gli Stati Uniti
hanno anche sostenuto l’esame in corso della Corte penale internazionale sui crimini commessi dai talebani in Afghanistan e le sue indagini sul Myanmar per un possibile genocidio contro i musulmani Rohingya. Gli Stati Uniti sono stati anche coinvolti nella caccia al famigerato leader della guerriglia ugandese Joseph Kony, che è stato incriminato dalla Corte penale internazionale nel 2005 per aver utilizzato bambini come schiavi del sesso e ribelli».

Ora però la Corte, afferma Akram, sta colpendo vicino a casa.
Due sono le indagini che la Casa Bianca non può mandare giù.
Una è l’indagine al centro dell’ordine di Trump sulle azioni militari americane in Afghanistan tra il 2003 e il 2004.
«Decine di persone affermano di essere state torturate durante gli interrogatori della CIA in ‘siti neri’ creati dall’Amministrazione Bush. Due attuali detenuti di Guantanamo, Sharqawi Al Hajj e Guled Duran, che sono rappresentati da un consulente legale, hanno fornito testimonianze dettagliate alla CPI», spiega Akram.
L’altra
è l’indagine della Corte penale internazionale su possibili crimini di Israele «relativi agli insediamenti ebraici in Cisgiordania e Gerusalemme est». Per certi versi, per Trump, l’inchiesta più fastidiosa è proprio questa su Israele,che, come gli Stati Uniti, non è membro della Corte penale internazionale, considerato tutto l’investimento politico che Trump ha fatto sulla sua nuova politica americana in Israele.
Poche settimana prima dell’ordine di Trump, Pompeo aveva avvertito la Corte penale internazionale di terminare le sue indagini ‘illegittime’ negli Stati Uniti e in Israele, altrimentidovrà affrontare le ‘conseguenze. Le conseguenze sarebbero quelle annunciate scorsa settimana.

A giugno, come ricostruisce Akram, la Corte penale internazionale, attraverso il suo presidente, Eboe-Osujiin, intervenuto in un editoriale del New York Times , aveva detto che gli Stati Uniti potrebbero respingere la Corte penale internazionale indagando direttamente sui presunti crimini di guerra. «La Corte penale internazionale non è intenzionata a ‘trascinare’ gli americani a processo»Akram. «Ma gli Stati Uniti, come Israele, hanno rifiutato di riconoscere che potrebbero essere stati commessi crimini di guerra. Tali situazioni di stallo innescano il coinvolgimento della CPI come tribunale di ultima istanza».

Il generale in pensione Wesley Clark ha definito l’ordine di Trump un ‘tragico errore’ in politica estera. Secondo Clark, gli Stati Uniti «non hanno nulla da temere dalla Corte penale internazionale», che esiste per scoraggiare e punire il tipo di atrocità commesse dalla Germania e dal Giappone durante la seconda guerra mondiale.

L‘importanza della CPI, afferma Akram, «va oltre i suoi verdetti. Senza il suo occhio vigile e il suo lungo braccio, i criminali di guerra vagherebbero liberi. Minando il suo lavoro, l’Amministrazione Trump afferma di proteggere la sicurezza americana. Ma se gli Stati Uniti non collaboreranno con la CPI nelle indagini penali internazionali sui propri cittadini, è meno probabile che altri paesi aiutino quando gli Stati Uniti vogliono che terroristi e criminali di guerra siano assicurati alla giustizia».

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