mercoledì, Marzo 20

Trump, Erdoğan e la ‘zona di sicurezza’ in Siria per salvare i curdi Intervista a Ugo Tramballi, Senior Advisor dell’ISPI

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Secondo quanto dichiarato dalla presidenza turca, in un colloquio telefonico svoltosi lo scorso 14 gennaio i presidenti Trump ed Erdoğan avrebbero avviato un confronto per la creazione di una ‘zona di sicurezza’ nel nord della Siria. Un progetto con cui i due leader potrebbero mettere fine alle crescenti tensioni sorte in seguito all’annuncio del completo ritiro delle truppe americane dal teatro del conflitto siriano e alla relativa minaccia di un’offensiva turca ai danni dei curdi, decisivi alleati degli Stati Uniti nella lotta contro le milizie dello Stato islamico. Solo la scorsa domenica Trump aveva dichiarato di essere pronto a “devastare economicamente” la Turchia qualora Ankara intendesse inviare il suo esercito contro le Unità di protezione popolare curde (YPG) dopo il ritiro delle forze statunitensi. Un avvertimento cui il governo turco aveva subito risposto dichiarando di non ‘lasciarsi intimidire’ dalla minaccia di Trump, riaffermando così la volontà di procedere a un regolamento di conti conclusivo con quelle forze curde che la Turchia considera alla stregua di gruppi terroristici, in quanto braccio armato del partito dei lavoratori del Kurdistan, messo fuorilegge. Trump e il dipartimento della Difesa americano spingono così per l’istituzione di una ‘zona protetta’ di 30 chilometri nei punti più caldi del confine nord-est fra Siria e Turchia che serva a tutelare l’alleato curdo da Ankara, garantendo allo stesso tempo la sicurezza delle frontiere turche. Come dichiarato dal segretario di Stato Mike Pompeo, l’impegno degli Stati Uniti è far sì che «i popoli che hanno combattuto con noi per abbattere lo Stato islamico abbiano sicurezza», facendo anche in modo che i terroristi «non possano attaccare la Turchia». Una simile zona di sicurezza potrebbe davvero mettere fine alle tensioni fra Stati Uniti e Turchia, assicurando l’incolumità delle popolazioni curde? Ne abbiamo parlato con Ugo Tramballi, Senior Advisor dell’ISPI ed esperto di Medio Oriente.

 

In che modo l’istituzione di una zona di sicurezza potrebbe sbloccare l’impasse sorto fra Stati Uniti e Turchia?

Nello stile politico di Donald Trump, che peraltro è anche lo stile di Erdoğan, secondo cui un giorno c’è la rissa e il giorno dopo la telefonata conciliatoria, non è facilissimo capire cosa stia accadendo realmente riguardo ala Siria e in particolare in quella zona dove sono al momento di stanza duemila soldati americani. La mia opinione è che gli americani non lasceranno davvero quella regione e se lo faranno non potranno comunque abbandonarla del tutto. Del resto duemila soldati non erano fondamentali dal punto di vista tattico, sul campo: erano importanti dal punto di vista delle deterrenza che garantivano. Non solo quindi la sicurezza per gli alleati curdi, contro le smodate ambizioni turche, ma allo stesso tempo per controllare e limitare le ambizioni russe, iraniane e dello stesso regime di Assad. Poche centinaia di uomini potrebbero essere più che sufficienti per assolvere a questo compito. Quindi non si capisce quale sia esattamente l’idea del Presidente americano. Come è noto, Trump ha informato del ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria con un tweet, provocando le dimissioni del suo ministro per la difesa James Mattis e mettendo in subbuglio l’intero apparato della difesa e gli stessi repubblicani, che hanno iniziato a fare forti pressioni sul Presidente per correggere il tiro. In questo momento quindi regna la piena incertezza e ambiguità: la stessa che osserviamo sulla questione del muro al confine col Messico. Trump parte in quarta, ma poi non si capisce bene se quello che ha annunciato sarà più o meno applicato. Dall’altra parte abbiamo Erdoğan che ha un atteggiamento molto simile. Per questo la Siria e in particolare i curdi continuano a vivere nell’incertezza, minacciando la stabilità della regione.

Una simile zona di sicurezza potrebbe davvero tutelare i curdi dall’esercito turco nell’eventualità di un totale disimpegno americano nello regione?

Difficile dirlo. La mia impressione è che non ci sarà alcun vero ritiro o quantomeno sarà fortemente ridimensionato, visti i proclami di Trump. Il ruolo degli americani in Siria non riguarda chiaramente soltanto i curdi. Certo, nei confronti dei curdi, con i quali gli Stati Uniti hanno combattuto per sconfiggere l’ISIS, non solo gli americani ma tutti noi dovremmo avere una forma di rispetto e riconoscenza. Di fronte all’avanzata dello Stato islamico l’esercito iracheno è scappato a gambe levate, lasciando nelle mani dell’ISIS decine e decine di carri armati e mezzi cingolati che erano stati forniti dagli americani; sono scappati anche gli iraniani, i siriani stessi: gli unici a combattere sin dall’inizio e a non darsela a gambe sono stati proprio i curdi. Ma per gli Stati Uniti il vero problema dietro la proposta di una zona di sicurezza non sono tanto i curdi – per quanto nei loro confronti vi sia senz’altro un obbligo “morale”, per quanto si possa utilizzare questo termine a proposito di un presidente come Trump. La questione è però più geopolitica: la presenza americana serve a controllare e contenere l’influenza russa e iraniana sulla regione, e quindi assicurare Israele. Quindi gli interessi in gioco vanno ben al di là della questione curda. Questa è la ragione per cui gli Stati Uniti non possono davvero ritirarsi del tutto da quella regione. Non a caso un personaggio come Bolton (consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, N.d.A.) ha chiarito che gli Stati Uniti non se ne andranno fino a che gli iraniani non toglieranno i loro scarponi dal suolo della Siria: cosa che gli iraniani non hanno intenzione di fare, evidentemente. E’ quindi a mio avviso irrilevante da un certo punto di vista che si crei questa zona cuscinetto: la cosa fondamentale è che gli americani, in un modo o in un altro, non possono davvero abbandonare di punto in bianco la Siria.  

Quindi questa zona di sicurezza potrebbe essere il pretesto o la forma con cui di fatto mantenere un presidio americano nel nord-est della Siria?

Esatto, è possibile. Come però è possibile che questa idea della ‘zona cuscinetto’ scompaia dall’agenda con la stessa rapidità con cui è stata annunciata. In questo senso è irrilevante. Ciò che conta per Trump è trovare un modo per rimediare alla balla inziale del ritiro totale dell’esercito americano dalla Siria. Di fatto con la presenza americana in quella zona c’è già una “zona cuscinetto”: bisogna solo convincere i turchi del fatto che non potranno avere mano libera contro i curdi. In questo senso è altrettanto curioso l’atteggiamento del presidente turco: un giorno annuncia l’imminente offensiva contro i “terroristi” del Kurdistan e il giorno dopo si dice pronto a un accordo con Trump. Turchia e Stati Uniti per quanto diventino sempre più diversi, la prima è pur sempre la principale potenza armata della NATO dopo gli Stati Uniti. Quindi non possono fare a meno gli uni degli altri.

Proprio a partire da questa sua ultima affermazione:  a suo avviso le minacce fatte da Trump di ‘devastare’ economicamente la Turchia nel caso in cui Erdoğan dovesse attaccare i curdi sono credibili?

Simili dichiarazioni sono conseguenza del fatto che in questi ultimi anni,  seguito dell’affermazione di personaggi politici, appunto come Trump ed Erdoğan, nazionalisti ed estremi, la diplomazia ha assunto un linguaggio e dei toni del tutto impensabili fino a non troppo tempo fa. Simile minacce dal presidente degli Stati Uniti, dello stesso tenore di quelle fatte a Kim in Corea del Nord, sono dei virgolettati che qualche anno fa non si sarebbero mai usati, perché avrebbero comportato conseguenze molto gravi, come la rottura delle relazioni diplomatiche, il richiamo dell’ambasciatore turco a Washington, il corrispettivo americano ad Ankara. E invece oggi non accade nulla di tutto questo, perché ormai le parole – nella politica e nella diplomazia internazionali – sono usate in assoluta libertà. Io la definirei la diplomazia degli sbruffoni: perché anche loro alla fine non possono che tornare alla realtà e fare passi indietro rispetto alle iniziali dichiarazioni roboanti. Sono quindi tutte minacce che lasciano il tempo che trovano. Anche il presidente turco ha già minacciato diverse volte di uscire dalla NATO: dopodiché sa benissimo di non poterlo fare. Se la Turchia uscisse dalla NATO diventerebbe una forza militare di medio-basso livello, perché non avrebbero più gli armamenti e dovrebbe investire tutto il loro PIL per ricomprare dai russi tutto il sistema di difesa e armamento fornito dagli Stati Uniti.

Quale il futuro di una simile zona di sicurezza nel quadro degli equilibri della regione?

La Siria versa ancora in una situazione di frammentazione. Vero è che Assad ha riconquistato ampie fette del Paese, ma quello che non ha conquistato adesso difficilmente potrà recuperarlo più avanti. Che si istituisca una zona di sicurezza è piuttosto irrilevante in questo quadro perché verrebbe istituita in un’area fuori dal controllo di Damasco. In realtà tutti i Paesi arabi, nonostante gli accordi Sikes-Picot del 1916 fossero una delle forme più alte del colonialismo occidentale, credono ancora in quel sistema di frontiere, perché è l’unico elemento di sicurezza e stabilità che vi  è nella regione. Tanto è vero che, se togliamo Erdoğan e le sue ambizioni neo-ottomane e se togliamo l’ISIS, nessuno in quella regione ha mai pensato di cambiare quelle frontiere. Persino Hezbollah non ha cercato di conquistare tutto il Libano, ma solo il governo libanese, senza volerne cambiare i confini territoriali. All’interno di queste frontiere, che non saranno toccate, il punto è chiedersi cosa accadrà al loro interno. Di sicuro però una simile zona di cuscinetto non sarà in grado alterare significativamente gli equilibri in gioco a livello di frontiere. Il punto vero è la forma che prenderà il non-disimpegno americano in Siria per assicurare il mantenimento del controllo nella regione rispetto alle ambizioni di Russia e Iran.

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