venerdì, Novembre 15

Trump e la minaccia di espellere le aziende cinesi da Wall Street L'idea è quella di precludere all'ex Celeste Impero l'accesso al mercato dei capitali Usa

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Le estenuanti trattative che ormai da anni le leadership cinese e l’amministrazione Trump stanno portando avanti nel tentativo di raggiungere un accordo commerciale di ampio spettro sono appena state scosse dall’ennesimo colpo di scena. Nei giorni scorsi, infatti, il governo statunitense ha ventilato l’ipotesi, già accarezzata nei mesi precedenti, di precludere a Pechino l’accesso ai mercati di capitali più imponenti del mondo, vale a dire quelli statunitensi, facenti capo a Wall Street.

E conta di farlo adottando una strategia operativa da dispiegare su più livelli. In primo luogo, rimuovendo le aziende cinese dai listini azionari statunitensi. Attualmente, sul New York Stock Exchange sono quotate ben 156 imprese cinesi (di cui 11 sono direttamente controllate dallo Stato) che assommano una capitalizzazione di Borsa da oltre 1.200 miliardi di dollari e che, grazie ad acquisizioni ed investimenti negli Stati Uniti, hanno assunto una notevole capacità di accedere a informazioni ritenute sensibili dalle autorità Usa.

In forza di ciò, l’amministrazione Trump ha dapprima predisposto il potenziamento del Committee on Foreign Invertment in the United States (Cfius), l’agenzia incaricata di esaminare e bloccare gli investimenti stranieri nel caso in cui attentassero alla sicurezza nazionale Usa, e successivamente invocato il Foreign Investment Risk Review Modernization Act per varare un ulteriore giro di vite in materia. D’altro canto, gli strateghi di Washington hanno messo nel mirino Huawei e tutte le aziende Usa in affari con il colosso di Shenzen, nonché predisposto misure addizionali intese a limitare sensibilmente il  raggio d’azione dei fondi pensione e investitori istituzionali che investono su aziende cinesi. Ai fondi pensione, in particolari, potrebbe essere completamente proibita la possibilità di acquistare azioni di imprese cinesi.

A giugno, inoltre, il senatore repubblicano Marco Rubio si è fatto promotore di un disegno di legge inteso proprio ad autorizzare le autorità competenti a escludere istantaneamente le aziende cinesi da Wall Street nel caso in cui continuassero a richiamarsi a ragioni di sicurezza nazionale per eludere le supervisioni e i controlli previsti dai regolamenti nazionali. Nello specifico, il provvedimento accusa i cinesi di porre il segreto di Stato su tutta una serie di documenti di revisione contabile, e sostiene che questo meccanismo consenta a Pechino di occultare potenziali problemi nelle pieghe dei bilanci aziendali a discapito dei risparmiatori statunitensi.

La nuova offensiva finanziaria che l’amministrazione Trump si appresterebbe a sferrare si propone in realtà di intensificare le pressioni sulla Cina per costringerla ad accettare soluzioni di compromesso maggiormente favorevoli agli Usa, ma a livello strategico il fine ultimo consiste nell’impedire che capitali statunitensi vadano a finanziare i grandi progetti messi in cantiere da Pechino, a partire dalla Belt and Road Initiative e dal programma Made in China 2025.

Il pericolo, hanno rilevato numerosi addetti ai lavori, è che l’entrata in vigore di misure così stringenti finisca anzitutto per ledere irrimediabilmente la reputazione e il prestigio dei mercati di capitali statunitensi. I quali, come si legge in un comunicato diramato dal Nasdaq, hanno uno dei loro principali punti di forza proprio nella «capacità di fornire un accesso non discriminatorio a tutte le società accreditate. L’obbligo statutario a cui tutte le piazze azionarie statunitensi sono chiamate a conformarsi consiste nel garantire il funzionamento di un mercato vitale in grado di offrire diverse opportunità agli investitori statunitensi».

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