lunedì, Ottobre 14

Trump e Kim: questione di chimica o di geoeconomia? Stati Uniti e Corea del Nord sembrano pronti per un nuovo vertice su nucleare e sanzioni economiche, ne parliamo con Andrew Spannaus

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A febbraio, Donald Trump e Kim Jong-Un si erano incontrati ad Hanoi (Vietnam) per discutere della denuclearizzazione della penisola coreana e delle sanzioni economiche imposte a Pyongyang. Dopo il fallimento di quel vertice, la Casa Bianca, lo scorso 11 aprile, ha ospitato il Presidente sudcoreano, Moon Jae-In. In quell’occasione, Trump ha rinnovato l’apertura degli Stati Uniti ad un’intesa con la Corea del Nord. Due giorni fa, Kim apre ad un terzo vertice, a patto che «l’atteggiamento degli Stati Uniti sia diverso» da quello di Hanoi.

Donald Trump scrive su Twitter che un terzo vertice «sarebbe una buona cosa», e continua: «La relazione tra me e Kim rimane molto buona, anzi ottima».  E si spinge oltre: «la Corea del Nord ha un potenziale immenso (…), non vedo l’ora di vedere la Corea del Nord tra le Nazioni più di successo al mondo, dopo che sanzioni economiche ed armi nucleari saranno tolte dalla penisola». Insomma, a dire di Donald Trump, le relazioni personali tra i due leaders sono eccellenti e la Corea del Nord potrebbe diventare la quinta tigre asiatica, se dovesse accettare di abbandonare il nucleare. In quel caso, gli Stati Uniti revocherebbero le sanzioni economiche.

Intanto, Kim Jong-Un risponde: «Se gli Stati Uniti saranno rispettosi e propositivi, potremmo partecipare ad un nuovo incontro», ma se «continuano sulla linea di Hanoi, la prospettiva per la risoluzione dei problemi si fa cupa e molto preoccupante».

Le parole del despota nordcoreano seguono quelle del Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, che in un’intervista a CBS News afferma: «Siamo usciti da Hanoi con una comprensione più profonda l’uno dell’altro. I due leaders sono stati in grado di fare progressi per quanto riguarda le proprie posizioni, mentre non abbiamo accontentato le richieste internazionali per quanto riguarda le sanzioni alla Corea del Nord».

Ma non è sfuggita, agli occhi degli osservatori internazionali, l’esercitazione congiunta, tra Stati Uniti e Corea del Sud, pochi giorni dopo l’incontro ad Hanoi. Gli esperti sostengono che esercitazioni militari congiunte su larga scala sono un fattore chiave per mantenere la deterrenza, la preparazione per i conflitti, l’interoperabilità e la preparazione militare generale. Non serve sottolineare, poi, che queste esercitazioni congiunte sono ritenute una grave provocazione da Pyongyang, che intanto continua i suoi progetti militari sul nucleare.

Se da una parte il Presidente statunitense ha già aperto la sua raccolta fondi per le prossime presidenziali del 2020, il partito unico di Kim Jong-Un è stato da poco riconfermato alle elezioni ‘farsa’ del 10 marzo 2019. Alle elezioni passate del 2014, l’affluenza era stata del 99,7%: il 0,3% si era giustificato perché malato o impossibilitato dal lavoro. In Corea del Nord il voto è obbligatorio, i votanti non possono astenersi e devono accettare o rifiutare il nome del candidato proposto. I 687 deputati all’Assemblea Popolare Suprema (SPA) sono sempre eletti con il 100% dei voti a favore.

Ma se dal punto di vista politico la Corea del Nord può sembrare più ‘serena’, i problemi giungono dal punto di vista economico e geopolitico (oltre che strategico). L’11 aprile 2019, nella prima sessione del rinnovato parlamento SPA nordcoreano, si è discusso del potere politico interno e delle condizioni economiche del Paese. Kim Jong-Un è stato elevato a «Supremo Rappresentante di tutti i coreani» con l’intento di proporre la unificazione della penisola coreana sotto la sua guida.

I dati economici, però, sono quelli che più preoccupano Pyongyang: la crescita economica ha toccato il suo valore minimo dal 2006 ad oggi. E ricordiamoci che i dati forniti dalla Repubblica Popolare Democratica della Corea del Nord risentono spesso di approssimazioni ed inesattezze. Il quadro generale che ne esce dalla prima sessione della SPA, è una Corea del Nord che fatica sempre di più nel suo disegno economico di ‘autarchia’. L’economia nordcoreana dà segni di stagnazione, le sanzioni economiche imposte per prime dagli Stati Uniti pesano sempre di più.

Dal punto di vista geopolitico, invece, lo Stato nordcoreano si è impegnato ad investire in una maggiore collaborazione militare con le forze cinesi. Decisione che conferma un miglioramento netto della relazione tra i due Paesi e che rafforza l’idea di una Cina pronta a supportare la Corea del Nord in caso di mancata intesa con gli Stati Uniti.

In questo momento i due leaders sembrano aprire nuovamente al dialogo, ma qualcosa preoccupa entrambe le Nazioni. Per capire meglio cosa potrebbe essere, abbiamo intervistato Andrew Spannaus, giornalista e scrittore americano, Consigliere Delegato dell’Associazione Stampa Estera di Milano, ed a breve in uscita con il suo ‘Original Sins: Globalisation, Populism and Six Contradictions facing the European Union’, per Mimesis International.

 

Rispetto all’ultimo incontro ad Hanoi, cosa è cambiato tra Trump e Kim, tra Stati Uniti e Corea del Nord?

Entrambi i leaders mantengono posizioni diverse. Donald Trump lavora per raggiungere un accordo generale – ed ha i suoi buoni motivi. Ma la situazione americana è complicata. All’interno dell’Amministrazione Trump c’è un ‘rottura’ tra il Presidente e due figure importanti: il Consigliere per la sicurezza nazionale, John R. Bolton, ed il Segretario di Stato, Mike Pompeo. Bolton e Pompeo lavorano per Trump, ma sono fautori di una linea dura nelle trattative con la Corea del Nord, una linea che non vuole cedere nulla. Le trattative ad Hanoi sono fallite anche grazie alla loro influenza. Donald Trump è sempre rimasto di una linea più propositiva, ma non si può ancora definire costruttiva. Anche Kim mantiene il dialogo aperto, non cambia la comune volontà di arrivare ad un accordo. L’incontro di Hanoi è fallito perché gli Stati Uniti non hanno ceduto niente sulle sanzioni economiche e le richieste sul nucleare erano troppo ‘pretenziose’.

Allora, quali sono i motivi che spingono Trump a ricercare un accordo?

Innanzitutto, concludere un accordo con Pyongyang rappresenterebbe un grande successo per il suo metodo di politica estera. Poi, gli Stati Uniti hanno interessi economici nella penisola coreana: sostenere lo sviluppo nordcoreano potrebbe aprire a rapporti commerciali forti. Inoltre, questo significherebbe sottrarre un potenziale alleato economico e commerciale alla Cina. Infine, un motivo è quello di evitare il conflitto armato tra le due Coree: conflitto che, nell’eventualità, vedrebbe schierarsi anche l’esercito degli Stati Uniti.

Per quanto riguarda il lato economico e politico, cosa è cambiato nei due Paesi?

Il Nord Corea vive un momento delicato e turbolento economicamente, mentre per Donald Trump sarebbe molto positivo un successo in politica estera. Ma la questione cardine – che molto spesso viene trascurata – è quella della geopolitica economica. Nel lungo termine, la proposta di Trump di sostenere lo sviluppo economico in Corea del Nord è allettante per Kim. Meno lo sono le richieste sul nucleare e la chiusura sulle sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti. Kim vuole essere un riformatore economico per il suo Paese, che da tempo vive una crisi socio-economica preoccupante. Dall’altre parte, Trump è conscio che un fallimento definitivo nelle trattative significherebbe lasciare Pyongyang a Mosca e Pechino. La Corea del Nord è importante nella regione: i cinesi e i russi hanno interessi nella sua stabilità e nel suo sviluppo. Trump si dimostrerebbe intelligente (politicamente) se dovesse raggiungere accordi positivi con Kim.

I rapporti tra Washington e Pechino hanno molta influenza nella questione nordcoreana?

Le trattative tra Stati Uniti e Cina sulle questioni commerciali hanno un riflesso nelle trattative con la Corea del Nord. La Cina non vuole uno scontro tra Trump e Kim, perché significherebbe la destabilizzazione nella regione. Il Presidente cinese, Xi Jinping, attua pressioni limitate su Pyongyang, anche quando la comunità internazionale richiede ulteriori sanzioni economiche. L’atteggiamento cinese è costruttivo nella questione nordcoreana. In ogni caso, Pechino e Washington sono accomunati dalla volontà di non cedere la Corea del Nord, da un punto di vista geopolitico economico. Ricordiamoci, poi, che l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) ha disposto sanzioni economiche contro armatori cinesi, accusati di armare in modo illecito il regime nordcoreano di Kim. Insomma, lo scontro tra Pechino e Washington è in atto, e non solo nell’ambito commerciale.

L’Amministrazione Trump come dovrebbe muoversi per rendere possibile un accordo con il Leader Supremo nordcoreano?

Kim Jong-Un richiede maggiore prevedibilità delle azioni diplomatiche statunitensi, oltre che ad una attenuazione delle richieste americane. Il regime di Kim richiede una linea più ‘morbida’ per quanto riguarda le sanzioni economiche e la denuclearizzazione: le sanzioni dovrebbe essere attenuate per evitare un collasso dell’economia, mentre il processo di denuclearizzazione dovrebbe iniziare dopo la revoca delle sanzioni e non dovrebbe essere preteso un processo immediato, bensì graduale.

In caso di accordo, si può pensare alla riunificazione della penisola coreana?

Se il vertice, che si profila, dovesse essere costruttivo, magari sì. Ma è una questione che necessiterebbe di molto tempo. Nel lungo periodo potrebbe essere possibile.

In conclusione, quali sono i punti di forza dei due leaders? che compromesso possono raggiungere?

Kim Jong-Un è trattato alla pari da Trump, questo lo ha investito di legittimità agli occhi della comunità internazionale. La sua credibilità è aumentata negli ultimi mesi. Trump, invece, è forte del suo compito nazionale: lavora per proteggere gli interessi degli americani, ma si sta rivelando aperto alla diplomazia – cosa che, ad inizio Presidenza, non sembrava possibile. Poi, il vertice di Hanoi non è stato un fallimento completo. Gli Stati Uniti stanno portando avanti un gioco diplomatico prudente, che nel futuro potrebbe portare ad una soluzione. La linea dura di John R. Bolton e Mike Pompeo rimane un freno per le trattative, ma credo che un accordo si potrà trovare. Donald Trump e Kim Jong-Un potrebbero accordarsi come in passato successe con l’Iran, ovvero concedere l’uso del nucleare a scopo energetico e abbandonare quello a scopo militare, in cambio di sostegno economico. Tutto rimane sulla scrivania della Casa Bianca.

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