giovedì, Dicembre 12

Trump e il New York Times: un film inchiesta nella trincea americana ‘The Fourth Estate’ della regista Liz Garbus, presentato in anteprima al Festival dei Popoli di Firenze, narra la lotta a difesa della democrazia durante i primi 100 giorni di presidenza Trump

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“Si è atteso l’esito delle  elezioni americane del Midterm  per presentare in anteprima per l’Italia  il documentario The Fourth Estate  che la regista Liz Garbus,  ha dedicato al lavoro dei giornalisti del New York Times durante i primi 100 giorni di presidenza di Donald Trump, perché ciò che accade nel film  animerà almeno in parte la scena politica e sociale apertasi col voto”. Un tempismo non casuale ma voluto come dichiarato  da Vittorio Iervese,  Presidente del Festival dei Popoli, la rassegna internazionale del  film documentario giunta alla 59° edizione e svoltasi a Firenze dal 3 al 10 novembre.  The Fourth Estate è stato uno degli eventi speciali  del Festival che ha presentato ben 89  documentari provenienti da varie parti del mondo. Quali i motivi di interesse di questo docu-film della regista candidata all’Oscar? Innanzitutto la presa in diretta, passo passo,  senza manipolazioni o interpretazioni fuori campo, del lavoro dei giornalisti del celebre giornale, visti dentro e fuori la sede, nelle riunioni di redazione, o in esterno alla caccia di  notizie e storie e anche alle prese con problemi familiari, i quali cercano di capire e raccontare, gli eventi che sembrano sommergerli. “Oggi” – dice il redattore capo Dean Banquet – “non si può attendere un giorno la pubblicazione di un articolo, di un’inchiesta come accadeva prima.  Incalzati dai social bisogna uscire subito con la notizia, in tempo reale. E subito vanno fatte le verifiche distinguendo tra  verità e fake news”. La comparsa  sulla scena mediatica dei social  ha dunque cambiato il modo di essere del giornalismo e ridotto il potere d’influenza sull’opinione pubblica della carta stampata: ridottosi ad un terzo. Filmando da vicino i reporter del The New York Times, la regista segue uno dopo l’altro gli eventi che caratterizzano la presidenza Trump e il modo in cui ognuno di questi eventi viene raccontato alla gente. Uno sguardo lucido sulle difficoltà del giornalismo di oggi e una riflessione sull’etica e l’onestà di chi ha l’enorme responsabilità di informare correttamente al tempo di Twitter, delle fake news… e di un Presidente che ama definire i giornalisti e i media ‘i nemici del popolo’.

Un documentario di grandissima attualità anche alla luce dei recenti eventi che stanno contrapponendo il Presidente degli Stati Uniti e il prestigioso quotidiano e parte dei media Usa. “L’episodio più recente” – ricorda  Roberto Festa, giornalista di Radio Popolare – “è quando è stata tolta la parola al corrispondente della CNN Jim Acosta durante la conferenza stampa di Trump, al quale chiedeva conto dell’uso elettoralistico del dramma dei profughi in marcia verso gli Usa. Ma la cosa ancor più grave è che è stato espulso dalla Casa Bianca col falso pretesto di aver aggredito la hostess avvicinatasi per togliergli il microfono e  la successiva diffusione di un video palesemente taroccato, secondo gli esperti. Siamo arrivati al punto che dalla Casa Bianca si diffondono video manipolati, cosa mai accaduta prima!” Il documentario della Garbus mostra la tensione continua per far luce sulla natura degli attacchi  presidenziali all’FBI, sui contatti con i funzionari russi, già durante la campagna elettorale dagli uomini del suo staff,  sulle inchieste rischiose e le tante discussioni per arrivare alla pubblicazione di ogni notizia. Un film eccezionale che ci porta senza filtri nella trincea americana, nella redazione del New York Times, tra necessità d’informare e difesa della democrazia. Un film amaro e agghiacciante che mostra in diretta gli inusitati attacchi del Presidente nei confronti dei media, accusati di diffondere  ( loro!) fake news, le campagne contro i migranti, la nomina di un giudice alla Corte Suprema contestata da migliaia di donne perché accusato di stupro e violenze, la sistematica distruzione del sistema sanitario, la trumpizzazione del partito Repubblicano, la cancellazione degli accordi internazionali sul clima e la sicurezza, la rivendicazione di essere un ‘nazionalista’. “Un repubblicano” – dice  Festa – “si sarebbe definito patriota, mai nazionalista che evoca altre cose”.  Una strategia  aggressiva, soffocante, che mette a dura prova i giornalisti del N.Y.T.  come di altre testate che di fronte a tanta aggressività appaiono fragili e isolati. Speriamo sia  un abbaglio. Ma è una strategia solo americana? Quante analogie con ciò che avviene anche qui in Italia e in Europa? E ora dopo il voto che succederà?  Perché non vi è nessuna energica reazione agli attacchi nei confronti dei giornali? Anche questo imbarbarimento fa parte della normalità? Queste erano – sono-  alcune delle domande e delle riflessioni del pubblico in sala. Può accadere – ecco le risposte – che alla Camera vengano aperte indagini su quanto di oscuro si nasconde all’ombra del potere trumpiano, a partire dai presunti affari personali con Mosca e  al Russiagate elettorale, fino ai sospetti su evasione fiscale e conflitti di interesse. E chissà cos’altro ancora. Certo è che – e il documentario lo dimostra – ci troviamo davanti ad uno scenario inedito nella storia americana e del giornalismo, celebrata dal grande cinema. “E’ la stampa bellezza, la stampa …e tu non ci puoi fare niente!”

Chi, fra coloro che si occupano di giornalismo,  non ricorda la memorabile battuta di Humphrey Bogart nel finale del film ‘L’ultima minaccia’, il capolavoro di Richard Brooks?  Quella frase ha sintetizzato non solo l’orgoglio e l’autocompiacemento del giornalista verso la propria  professione ma anche la fascinazione che per lunghi anni il giornalismo d’inchiesta ha esercitato sull’opinione pubblica, in quanto ritenuto cane da guardia contro gli abusi, le nefandezze, la corruzione dei poteri forti, quindi baluardo dell’interesse comune. Fin dai tempi della Golden Age del cinema americano, decine di film hanno raccontato il quotidiano  eroismo del ‘cronista d’assalto’ alla ricerca della verità, contro le manipolazioni dei potenti. Certo, c’è giornalismo e giornalismo, quello d’assalto e  di parte, supino al potere, e quello cinico, privo di scrupoli morali e di valori deontologici che altri film hanno raccontato. Ma nella narrazione cinematografica è prevalso il primo, volto a smascherare gli scandali che costituiscono una minaccia per la democrazia e per la società: dal mitico ‘Tutti gli uomini del Presidente’ di Alan J. Pakula (1976), con la vera storia  dello scoop del Washington Post che portò alle dimissioni del presidente Nixon – e da una serie di attori formidabili, a cominciare da Robert Redford e Dustin Hoffman, fino al recente ‘Spotlight’, di Tom McCarthy (2015), che descrive come il Boston Globe rivelò – con un’inchiesta alla vecchia maniera, forse l’ultima del suo genere già nell’epoca digitale – lo scandalo dei preti pedofili a Boston. Ma anche la storia di come lo stesso giornale l’avesse trascurata. Film premiato con due Oscar. Anche i giornalisti del N.Y.T si domandano ad un certo punto  se non abbiano sottovalutato il pericolo Trump e ignorato l’entusiasmo che i suoi slogan divisivi nazionalistici e populisti accendevano nelle fasce basse disagiate e impaurite della popolazione. E noi ci domandiamo invece, dopo aver visto questo documentario, se il Quarto Stato conservi ancora il suo antico prestigio e la sua presa sull’opinione pubblica: certo è che la funzione di controllo democratico cui è storicamente chiamato appare sempre più insidiata.   

E se lontano appare il tempo di quel grande giornalismo d’inchiesta che portò alle dimissioni di Nixon, abissale appare la distanza dai principi sostenuti da Thomas Jefferson, uno dei grandi protagonisti dell’Indipendenza americana:  “Fondandosi la base stessa del nostro governo sull’opinione del popolo, il nostro scopo preminente e principale deve essere quello di garantirla;  e se spettasse a me di scegliere se si debba avere un Governo senza giornali o giornali senza un governo, io non esiterei un istante nel preferire la seconda soluzione.” Questo diceva Jefferson. Per Trump invece i giornali sono ‘i nemici del popolo’. Mala tempora currunt. Gli altri eventi speciali erano i documentari su John Mcenroe, su Mandela, sul processo a Dilma Roussef e  sulle vittime della dittatura franchista, ma quello di  stringente attualità era appunto The Fourth Estate.  Il film andrà presto nelle sale mentre la regista Liz Garbus sta preparando altri episodi.  

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