sabato, Agosto 8

Trump e i media: il caso #freepress e la presidenza ‘post-fattuale’ Forse, una volta di più, la dimostrazione di come le coordinate della vita politica statunitense stiano cambiando

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I rapporti di Donald Trump con i media statunitensi non sono mai stati davvero buoni. Già in campagna elettorale, larga parte dei media ‘mainstream’ aveva preso apertamente posizione a favore della sua avversaria, Hillary Clinton, in taluni casi (per esempio in quello della prestigiosa rivista Foreign Policy) rompendo una rigorosa tradizione di neutralità politica. La recente campagna #freepress, promossa dal Boston Globe e sostenuta da oltre trecento testate in difesa della libertà di stampa e contro gli attacchi lanciati dal Presidente a giornalisti e mezzi di informazione, è tuttavia indicativa di una situazione sempre più deteriorata. Negli ultimi tempi, la posizione del Presidente verso i giornalisti si è irrigidita e sempre più frequente è stata l’accusa loro rivolta di propalare notizie non vere o comunque una visione artefatta della realtà. Il tutto in un clima che ha finito per esacerbare il dibattito intorno al ruolo che svolge l’informazione all’interno di una società democratica. Non a caso, da una parte e dell’altra l’opinione pubblica è vista come l’arbitro ultimo della posizione assunta, un arbitro cui Trump, sin dai primi giorni della sua avventura politica, ha scelto di rivolgersi fuori da tutte le forme di mediazione tradizionale.

Per certi aspetti, non è una situazione nuova. Molti presidenti, in passato, hanno scelto di instaurare una relazione diretta con l’opinione pubblica, attraverso canali diversi da quelli formalizzati; ciò soprattutto nel caso di Presidenti fortemente carismatici. Gli esempi di Theodore e Franklin D. Roosevelt sono ben noti: il primo per l’utilizzo della stampa a sostegno della sua azione modernizzatrice e contro le resistenze del Congresso, il secondo per le sue ‘chiacchiere a caminetto’, che, trasmesse per radio, sono state un potente mezzo di costruzione di consenso rispetto alle politiche dell’amministrazione sin dai tempi del ‘primo New Deal’. In tempi più recenti, Ronald Reagan è stata un’altra figura che – sul piano comunicativo – si è messa spesso ‘sopra le righe’, soprattutto nei primi anni del primo mandato, quando la posizione dei mezzi d’informazione nei suoi confronti rifletteva la sfiducia dell’establishment verso un outsider considerato privo di vera esperienza politica; mentre non si può non ricordare il cattivo rapporto che, con i media, ha avuto Richard Nixon, rapporto aggravato dal ruolo che proprio i media hanno svolto nell’alimentare la sua impopolarità e nell’evidenziare il suo coinvolgimento nella vicenda Watergate.

Tuttavia, da almeno un punto di vista la vicenda di questi giorni segna un salto di qualità rispetto al passato. In nessuno dei casi ricordati — nemmeno in quello politicamente più acceso di Richard Nixon — si è assistito a una polarizzazione marcata come l’attuale. La querelle che ruota oggi intorno a Donald Trump riflette, infatti, quella che, in generale, è la crescente polarizzazione della vita politica statunitense. L’avvicinarsi delle elezioni di midterm (che si terranno il 6 novembre e il cui esito è tutt’altro che scontato) accentua questa polarizzazione, portando da un lato il Presidente a enfatizzare i tratti più populisti della sua retorica (primo fra tutti la critica all’establishment, del quale i media sono visti come parte integrante), dall’altra i media (in particolare quelli più vicine alle posizioni del Partito democratico come il New York Times, il Washington Post e lo stesso Boston Globe) a intensificare le loro critiche a una figura che, per molti aspetti, a tali critiche presta il fianco. Il tutto su uno sfondo in cui il proliferare delle fonti d’informazione e la facilità con cui possono essere manipolate ne mette sempre più a rischio la credibilità, alimentando dibattiti come quello sulle c.d. ‘fake news’ tanto vivaci quanto, spesso, poco concludenti.

Anche in questo caso, ci troviamo di fronte alle ricadute tossiche della campagna che, nel 2016, ha portato Donald Trump alla Casa Bianca. Ci sono, però, anche altri aspetti da tenere in considerazione; primo fra tutti, le difficoltà che sembrano trovare sia il Partito democratico, sia quello repubblicano a staccarsi da un dibattito monopolizzato dalla figura di Trump. In questo senso, il Presidente appare, oggi, l’unico soggetto in grado di dettare — nel bene e nel male – l’agenda politica statunitense; una condizione, questa, che impone ai suoi avversari (dentro e fuori il partito) di giocare quasi sempre ‘di rimessa’, affrontando ogni dibattito sul terreno che lo stesso Presidente ha scelto. Anche un indice di gradimento che continua a rimanere basso (intorno al 40% secondo gli ultimi dati Gallup), non rappresenta una difficoltà particolare per Trump. Piuttosto, esso rappresenta – nella narrazione dell’amministrazione – la prova dell’efficacia della sua azione e la misura dell’incapacità delle rilevazioni di cogliere il vero polso del Paese. Un dialogo fra sordi? Forse, una volta di più, la dimostrazione di come le coordinate della vita politica statunitense stiano cambiando di come sia difficile interpretare la presidenza ‘post-fattuale’ di Donald Trump secondo le categorie utilizzate con i suoi predecessori.

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