giovedì, Maggio 23

Trump-Cuba: davvero un passo indietro?

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Oggi Trump terrà un discorso a Miami per spiegare cosa comporterà il riassetto dei rapporti fra USA e Cuba. Dopo il ritiro degli USA dall’accordo di Parigi oggi assisteremo ad un potenziale punto di svolta di Trump rispetto all’Amministrazione Obama che, il 17 dicembre 2014, aveva dato il via ad un avvicinamento diplomatico per la normalizzazione dei rapporti fra Cuba e Stati Uniti.

Al momento non sappiamo ancora come e a quale ʹproʹ muterà l’economia statunitense e cubana: però potrebbe essere plausibile un rafforzamento delle Cina nell’area sudamericana, per avere più vantaggi possibili e continuare la propria politica di influenza anche nell’America centrale.

Ma in tutto questo l’Europa come s’inserirà? Anche l’UE potrebbe ottenere dei vantaggi a Cuba grazie al passo falso di Trump?

Per comprendere le dinamiche che scatteranno dopo questo ennesima conferenza stampa di Trump e, soprattutto, per sapere come e se l’Europa avrà la forza per inserirsi in tale contesto, abbiamo chiesto il parere di Davide Borsani, docente a contratto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore; Collabora con riviste e centri studio, tra cui l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano, dove è Associate Research Fellow per il programma Sicurezza e Studi Strategici, e l’Osservatorio di Politica Internazionale (OPI), presso cui è Research Fellow e responsabile dell’area USA e Americhe.

 

Secondo lei da cosa nasce e cosa prevede la mossa di Trump nei confronti di Cuba?

Per quanto riguarda l’imminente discorso che si terrà questo pomeriggio a Miami, possiamo dire che più di ʹcongelamentoʹ dei rapporti USA-Cuba dovremmo parlare di una revisione di alcune misure secondarie rispetto all’accordo che l’amministrazione Obama nel 2014 varò con la Repubblica di Cuba. In questa mossa dobbiamo tenere conto di due aspetti: quello diplomatico e quello economico. Per quanto riguarda la questione diplomatica al momento sembra che non cambierà nulla, dato che l’ambasciata americana a Cuba rimarrà attiva e continuerà il suo lavoro. Per quanto riguarda l’aspetto economico, l’embargo rimarrà e continuerà a danneggiare l’economia cubana, ma è doveroso ricordare che queste sanzioni sono state portate avanti anche dall’amministrazione precedente a quella di Trump. D’altra parte Trump non può chiudere gli investimenti economici che le grande aziende statunitensi hanno avviato a Cuba. insomma, in questa prospettiva che limita l’interventi di Trump, non parlerei di ʹcongelamentoʹ dei rapporti fra USA e Cuba, bensì di una minima revisione con un occhio all’elettorato della Florida, che per tradizione è destinazione di migranti cubani in fuga dal regime di Castro. Comunque Trump sta cercando, almeno a livello simbolico, di distanziarsi dai provvedimenti  varati da Obama. Nella forma Trump sembra voler fare il contrario del suo predecessore ma, nella sostanza, la volontà di andare contro la politica estera portata avanti da Obama è molto più difficile da attuare. In realtà sembra che la politica estera e di sicurezza di Trump sia portata avanti dal segretario di Stato Rex Tillerson e il segretario alla Difesa James Mattis più che dal Presidente stesso.

Una delle promesse che Trump aveva fatto in campagna elettorale era quella di ritornare sui suoi passi in merito all’accordo con Cuba, ma  l’opinione pubblica statunitense non sembra così favorevole alla revisione di questo accordo. Perché Trump si sta ostinando a mantenere le promesse fatte anche se sa di perdere molto del suo elettorato meno intransigente?

Anche in campagna elettorale Trump ha avuto alti e bassi, ovviamente non solo in merito al rapporto Usa-Cuba, ma un po’ su tutte le questioni affrontate nei dibatti pre-elettorali. Su Cuba è stato molto ambiguo, mostrandosi titubante rispetto all’accordo da mantenere o meno, ovviamente molte delle sue dichiarazioni dipendevano anche dal pubblico che aveva difronte. Su Cuba già durante la precedente amministrazione Obama molti americani sostenevano questo tentativo di apertura e scongelamento dei rapporti fra i due Paesi, che simbolicamente avrebbe chiuso una parentesi ereditata dalla Guerra fredda. Il problema, però, è che la Florida è uno Stato decisivo per le elezioni presidenziali; questo tentativo di rivedere almeno in parte l’accordo con il Regime di Castro va inserito proprio nel contesto interno statunitense. Bisogna ricordare che al momento Trump, come ha fatto Obama, intende distinguere i rapporti con il regime di Castro da quelli che intercorrono con la popolazione cubana che subisce la mancanza di libertà e democrazia imposta dal sistema politico non democratico. L’obiettivo dell’amministrazione Trump, coerentemente con quelli di Obama, è venire incontro alla popolazione in termini di diritti umani e libertà senza, però, sostenere il Regime autoritario cubano.  Trump sta affermando che secondo lui l’accordo portato avanti da Obama avrebbe favorito il Regime e, per questo, vuole intervenire su alcuni punti. Nella retorica di Trump verità e post-verità comunque non sono ben distinguibili: per adesso, però, mi aspetto un intervento sull’accordo poco invasivo che non segnerà una totale inversione di marcia rispetto all’amministrazione precedente.

Questa mossa rispecchia la politica isolazionista portata avanti fino ad ora? Trump giustifica la sua chiusura nei confronti di Cuba con la messa in discussione delle libertà democratiche presenti nel territorio cubano. Ma questo non è un controsenso rispetto alla politica che sta portando avanti con l’Arabia Saudita, un Paese in cui la libertà e la democrazia sono molto minori rispetto a Cuba?

I rapporti fra Arabia Saudita e Stati Uniti sono molto differenti rispetto a quelli che intercorrono fra USA e Cuba. Cuba negli ultimi anni ha cercato un riavvicinamento con gli Sati Uniti, sganciandosi dall’alleanza anti-Yankee con il Venezuela. In più, in questo scacchiera, si è inserito un nuovo player: la Cina, che sta penetrando con sempre più forza anche in America Latina sfruttando alcuni punti deboli della politica estera americana; ad esempio, l’intromissione della Cina è osservabile nella recente questione riguardante Panama, che ha rotto i rapporti diplomatici con Taiwan per incrementare quelli con la Cina. Per quanto riguarda la coerenza di Trump nei confronti del rispetto dei diritti umani da parte degli Stati con cui Washington ha forti interessi nazionali possiamo dire che, effettivamente, molto dipende dall’importanza geopolitica della controparte. Durante il discorso che ha fatto in Arabia Saudita Trump ha detto che i diritti umani non dovrebbero essere il punto di riferimento della politica estera americana; qui torniamo al discorso della differenza di contesto. Cuba non è più sotto influenza dell’Unione Sovietica, sta a pochi km dalla costa americana, non è rilevante com’è l’Arabia Saudita per tutta una serie di discorsi, per cui, su Cuba, Trump può fare più discorsi in difesa dei diritti umani, anche con un occhio di riguardo verso l’elettorato della Florida. Con l’Arabia Saudita Trump non può intervenire allo stesso modo, perché, pur con tutte le sue contraddizioni, l’Arabia è un partner fondamentale per USA in termini di sicurezza, economia e energetici. La politica estera americana, da sempre, ha cercato un equilibrio tra l’esportazione della democrazia e dei diritti umani e, dall’altro, la ricerca di stabilità politica ed economica. Nel momento in cui si persegue la retorica dei diritti umani, può succedere che il dittatore di turno filostatunitense cada per lasciare il posto ad un Regime nemico: la rivoluzione in Iran del 1979 è il caso più emblematico.

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