domenica, Dicembre 8

Trump, il Congresso e i ‘Gold codes’: la nuova puntata di uno scontro già visto Sembra essersi nuovamente coagulata la volontà bipartisan di limitare i poteri di un Presidente ritenuto a torto o a ragione 'difficile da controllare'

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Il dibattito che si è aperto al Congresso intorno all’opportunità che il Presidente abbia libero accesso ai codici d’uso delle armi nucleari statunitensi (‘Gold codes’) è un’altra prova delle tensioni che – a oltre un anno dall’elezione – continuano a ruotare intorno alla figura di Donald Trump. Già durante l’estate, l’ex capo dell’intelligence nazionale, James Clapper, aveva messo in dubbio l’opportunità che un Presidente (il cui operato aveva definito ‘erratico’) avesse accesso a tali codici. Nei mesi successivi, le crescenti tensioni con la Corea del Nord e le ripetute minacce, da parte di Trump, di impiegare tutti i mezzi disponibili per ridurre Pyongyang a più miti consigli hanno alimentato il dibattito sfociato in Congresso, al momento con la richiesta di una serie di audizioni volte a comprendere con esattezza i limiti dei poteri presidenziali.

Non si tratta di una questione totalmente infondata. Intorno alle modalità per l’uso dei Gold codes vi sono, infatti, vari margini di incertezza, ad esempio riguardo al grado di coinvolgimento che ci deve essere delle figure-chiave dell’amministrazione nella decisione di procedere a un attacco con armi nucleari.

Al di là dell’aspetto formale, tuttavia, la natura ostile di queste audizioni è evidente. Il presidente della commissione affari esteri del Senato, il repubblicano Bob Corcker, che presiederà le sedute, si è già espresso più volte in modo fortemente critico riguardo alle competenze di Trump e alla sua idoneità generale a sedere alla Casa Bianca. La stessa convinzione è stata espressa (in maniera più o meno edulcorata) anche da altri membri congressmen, sia democratici che repubblicani. Da questo punto di vista, intorno alla issue nucleare sembra essersi nuovamente coagulata la volontà bipartisan già vista in altre occasioni di limitare i poteri di un Presidente ritenuto a torto o a ragione ‘difficile da controllare’. Le implicazioni della vicenda sono, tuttavia, più ampie. La proposta di alcuni congressmen democratici di subordinare la possibilità per il Presidente di fare ricorso all’arsenale nucleare solo in presenza di un atto del Legislativo che dichiari la presenza dello stato di guerra implicherebbe, infatti, un’importante rimodulazione del potere all’interno del sistema istituzionale statunitense, in questo momento fortemente sbilanciato a favore dell’esecutivo.

E’ forse questa la vera posta in gioco. Da questo punto di vista, non appare un caso che il tema dei poteri del Presidente in materia nucleare sia già stato affrontato negli anni della presidenza di Gerald Ford (1974-77), periodo in cui l’esperienza del Vietnam da una parte, la vicenda Watergate poi avevano innescato un acceso dibattito riguardo ai limiti dell’Esecutivo. Anche all’epoca (marzo 1976), la forma assunta dal dibattito era stata quella delle audizioni, che avevano portato alla produzione di un rapporto (‘First Use of Nuclear Weapons: Preserving Responsible Control’) destinato, tuttavia, a non trovare concreti sbocchi legislativi. Anche oggi, nonostante il rilevo mediatico assunto, sembra difficile che le audizioni volute dal Senato si traducano in limitazioni concrete dei poteri della Casa Bianca, anche perché le proposte di legge avanzate sinora a questo fine non sembrano possedere il necessario supporto. D’altra parte, esse portano un altro vulnus all’immagine e all’autorità di un Presidente che fa ancora fatica a imporre la sua credibilità e che continua a trovare l’opposizione più forte dentro a quello che dovrebbe essere il suo partito di riferimento.

Al di là della questione che l’ha scatenata, quella di questi giorni appare quindi, più che altro, una nuova puntata dello scontro fra Presidente e Congresso, scontro che lo stesso Trump ha aperto, nei mesi della campagna elettorale, con i suoi attacchi alla ‘politica di Palazzo’ e alle logiche ‘di potere’ che regolano la vita il Partito repubblicano. Gli effetti di questo scontro (che è entrato nella sua fase acuta dopo l’insediamento del Presidente e che, con ogni probabilità, proseguirà fino alla sua uscita dalla Casa Bianca) non sono facili da valutare. Vale tuttavia la pena di notare come esso si inserisca in uno scenario sempre più caratterizzato dalla delegittimazione dell’avversario come strumento chiave della lotta politica. E’ una tendenza iniziata prima della ‘discesa in campo’ di Trump e, con ogni probabilità, è destinata a proseguire dopo la sua uscita di scena. Una tendenza che, tuttavia, rischia paradossalmente di rafforzare la posizione di un Presidente che ha buon gioco nell’evidenziare l’inconsistenza e la natura ‘personale’ delle critiche che gli sono mosse, a conferma delle sue critiche al Congresso e a una politica sempre meno in sintonia con le necessità del Paese.

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