lunedì, Aprile 6

Trump e Clinton, visioni opposte in politica estera

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La corsa alla Casa Bianca sta entrando più che mai nel vivo in questi giorni, giorni in cui il cuore pulsante dell’elettorato sta concretizzando le proprie visioni, restringendo il campo del possibile attorno ai volti di due soggetti: Hillary Clinton e Donald Trump. Se ancora i giochi non sono fatti, se l’ombra di una convention contestata incombe ancora come una mitica spada di Damocle sulla testa di entrambi, è quanto mai chiaro che questa sia senz’altro la direzione verso cui almeno il popolo americano, a ragion veduta o no non sta a questa sede deciderlo, si sta muovendo.

Gli Stati Uniti sono un Paese federale, un Paese in cui i singoli Stati godono di una grandissima autonomia in politica interna, dunque ci è sembrato doveroso fare un punto circa i programmi dei due più probabili futuri candidati in materia di politica estera, quella che è piena competenza delle istituzioni di Washington, quella su cui, forse, più di tutti, le amministrazioni costruiscono il credito su cui fondare, in prospettiva, la propria eredità.

Trump ha recentemente fatto il punto sulle sue posizioni circa la politica fuori dai confini nazionali. Nodo principale della sua amministrazione, e formula da ripetere come un mantra da qui a novembre, possibilmente, è America first, l’America prima di tutto e tutti. America first, naturalmente, si declina più concretamente in un nazionalismo che corre verso l’isolazionismo, un disinteressamento per tutto ciò che non riguardi da vicino, e strettamente, i duri e puri interessi a stelle e strisce. E con una stoccata chiara, diretta e senza giri di parole, che suona tanto come una dichiarazione programmatica, Trump attacca anche il globalismo, immolato sull’altare delle preziose dinamiche interne: «Non cederemo più alle false sirene del globalismo», e aggiunge: «Non consentiremo all’America di stringere accordi che limitino la sua abilità di controllare i propri affari

credits: Right Side Broadcasting

La chiusura dell’America nei confronti del resto del mondo passa anche, sempre nella Dottrina Trump, dall’abdicazione dal ruolo di superpotenza eccezionale, da quello di ‘poliziotto del mondo’, ruolo, o forse sarebbe meglio dire aura autoinflitta, in cui gli States si sono calati fin dalla Seconda Guerra Mondiale. Questo slittamento di posizione permetterebbe agli USA, secondo il miliardario, di presentarsi poi al tavolo delle trattative in una posizione disimpegnata e dunque, di forza. Lo sguardo è tutto orientato a Russia e Cina, che hanno assunto le forme di avversari a causa degli errori dei suoi predecessori – anche se il magnate glissa sulle responsabilità a marchio Bush.  E Russia e Cina sono fondamentali per mostrare come la futura politica estera americana debba dispiegarsi in un’ottica di trattative. «La Cina ha tratto grandi vantaggi dall’economia americana e questo ci è costato molto in termini di rispetto. Le tensioni con la Russia, da un punto di vista della forza, si possono allentare, è assolutamente possibile. Tra noi e loro», russi e cinesi, «esistono profonde differenze, ma si può lavorare su un terreno comune costituito dagli interessi condivisi». «Se diventerò presidente», aggiunge Trump, «convocherò un summit con i nostri alleati nella Nato e un vertice separato con quelli che abbiamo in Asia

L’amnesia che sembra affliggerlo ogniqualvolta chiunque altro richiamerebbe il nome Bush, lo colpisce anche quando critica il falso buonismo di quell’America che ha voluto esportare la democrazia laddove nessuno l’ha mai, davvero, voluta: «Gli errori commessi in Iraq, Egitto, Libia hanno favorito l’entrata di quell’area nel caos. Fondamentalmente, i problemi in Medio Oriente sono cominciati con la pericolosa idea che gli Usa potessero esportare la democrazia in nazioni che ad essa non erano interessate.»

credits: PressTv News Videos
E se Obama ha già recitato un poderoso mea culpa sulla fiducia avventata e sprovveduta riposta nelle primavere arabe, Trump comodamente dimentica che l’iniziatore di questo atteggiamento che ora tanto critica è stato proprio il repubblicano George W. Bush.

Trump non scorda però di citare l’Iran, a cui, diventato una potenza in breve tempo, «Non dovrebbe essere consentito di possedere l’arma nucleare.» E aggiunge: «L’accordo sul nucleare iraniano è conseguenza del fatto di non avere avuto la forza di lasciare il tavolo dei negoziati.»

Più che negativa anche l’idea che l’immobiliarista ha nei confronti della Nato: «Lo stato-nazione rimane il vero fondamento della felicità e dell’armonia. Sono scettico nei confronti di consessi internazionali che ci legano e portano giù l’America, e non accetterò mai accordi che riducono l’abilità di controllare i nostri affari.»

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