venerdì, Settembre 25

Trump-Clinton: politica estera a confronto

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Le elezioni statunitensi si avvicinano in parallelo al precipitare delle relazioni russo-statunitensi al livello più basso mai raggiunto quantomeno dal 1991, incrementando le possibilità di uno scontro armato tra le due maggiori potenze militari del pianeta.

Paradossalmente, è proprio questo l’obiettivo a cui sembrano puntare alcune fazioni belliciste interne al Pentagono, alle forze armate, alla Cia, al Dipartimento di Stato e allo stesso Congresso. Il ‘Washington Post’, imbeccato da alcune fonti di alto livello, ha rivelato che all’inizio di ottobre gli apparati militari avevano soppesato la possibilità di bersagliare le forze siriane impegnate nella battaglia di Aleppo con «missili da crociera ed altre armi a lunga gittata lanciabili dalle unità navali della coalizione anti-califfato, nell’ambito di operazioni segrete da condurre all’insaputa dell’opinione pubblica statunitense che aggirino la titubante Casa Bianca e consentano di eliminare il regime di Assad senza una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu». Il che ha indotto il celebre giornalista Robert Parry a sottolineare che «dall’invasione dell’Iraq del 2003, non era mai accaduto che la classe dirigenziale di Washington si sforzasse in maniera tanto coesa ed aperta di spingere il governo Usa a commettere una simile violazione delle leggi internazionali, richiedendo una più intensa pressione militare contro il governo siriano ed anche l’incremento della tensione contro la Russia, Paese notoriamente dotato di armi nucleari. Come nella frenetica febbre di guerra del 2002-2003, l’attuale ricerca di un consenso attorno all’obiettivo di attaccare la Siria si basa su un insieme di informazioni selezionate, incerte e false, e sull’esclusione dal pubblico dibattito delle voci in grado di contrastare il ‘pensiero di gruppo’ prevalente. È come se non si fosse imparato niente dal precedente disastro iracheno».

È effettivamente possibile che una simile manifestazione di aggressività e sfrontatezza risponda a un preciso disegno politico votato ad alzare il livello dello scontro con la Russia ed impedire qualsiasi ridimensionamento dell’esposizione imperial-militare statunitense, ritenuto da un influente neocon Robert Kagan l’anticamera di un crollo paragonabile a quello dell’Impero Romano e suscettibile di produrre sconquassi geopolitici analoghi a quelli verificatisi all’indomani della Grande Guerra. Un ridimensionamento di cui il candidato repubblicano Donald Trump ha fatto il proprio cavallo di battaglia, conformemente a una visione insularista e neo-isolazionista che ammicca ai principi ispiratori originari del Grand Old Party e risulta profondamente indigesta sia a diversi centri di potere – Wall Street e complesso militar-industriale in primisannidati nello Stato profondoche all’establishment di entrambi i maggiori partiti.

La ragione  di tanta ostilità è dovuta al fatto che, al confronto con le potenze rivali, Trump dichiara di prediligere un progressivo disimpegno che consenta agli Stati Uniti di trovare una soluzione di compromesso con gli altri grandi attori internazionali e di impiegare le risorse a disposizione per correggere i propri scompensi strutturali. La campagna elettorale condotta dal tycoon newyorkese era infatti orientata a favorire un ripiegamento sulla politica interna mirato a generare occupazione e ridare vigore alla sofferente middle-class (ormai in via di estinzione), attraverso l’applicazione di calibrate misure protezionistiche, nonché a ricostruire le logore infrastrutture del Paese con i fondi ricavabili da un progressivo disimpegno imperiale (ripensamento della Nato e dell’alleanza strategica con Giappone e Corea del Sud) e da un sensibile ridimensionamento delle spese militari. Non stupisce quindi il moltiplicarsi delle October Surprise rivolte a minare la popolarità di Trump, la cui ascesa alla Casa Bianca «potrebbe comportare il dissolvimento della Nato, la scomparsa dell’Unione Europea e forse la conclusione dell’ordine liberista occidentale così come lo abbiamo conosciuto», ha tuonato la giornalista di origini polacche Anne Applebam sul ‘Washington Post’. Martin Wolf, editorialista di punta di un altro baluardo del sistema come il ‘Financial Times’, ha rincarato la dose, paragonando l’elezione di Trump a «un evento rivoluzionario di portata equivalente a Prima Guerra Mondiale, alla Rivoluzione Bolscevica, alla Grande Depressione, all’ascesa al potere di Adolf Hitler, alla Seconda Guerra Mondiale, all’inizio della Guerra Fredda, al tracollo degli imperi europei, alle riforme e all’apertura di Deng Xiaoping in Cina, alla fine dell’Urss e alla crisi finanziaria del 2007-2009 con successiva Grande Recessione […]. Un evento che segnerebbe la fine dell’Occidente (sotto la guida Usa) come forza centrale degli affari mondiali. Il risultato non sarebbe un nuovo ordine, ma un pericoloso disordine».

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