sabato, Ottobre 24

Trump-Cina: un rapporto difficile

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Donald Trump continua a lanciare segnali niente affatto amichevoli verso la Repubblica Popolare Cinese, e lo ha fatto attraverso un tweet in cui si legge che «la Cina ci ha mai chiesto se fosse ok per noi che svalutassero la loro moneta (rendendo più difficile la competitività delle nostre aziende), tassare pesantemente i nostri prodotti nel loro Paese (l’America non tassa i loro), o costruire un grande complesso militare nel mezzo del mar della Cina? Io non credo proprio!».

In questo modo, Trump ha assestato in un solo messaggio tre colpi durissimi alla politica cinese suscitando una certa irritazione a Pechino, già infastidita dal colloquio cordiale tenuto dal neo-eletto presidente statunitense con la premier taiwanese Tsai Ing-wen. Sebbene il ministro degli esteri Wang Yi abbia liquidato la conversazione come un «vecchio trucco taiwanese» e il quotidiano ‘Global Times’ abbia posto l’accento sul fatto che «Trump non ha familiarità con le relazioni internazionali e non ha giocato seguendo le regole in campagna elettorale. Prima dell’insediamento il 20 gennaio ha ancora uno spazio di manovra. Rispondendo alla telefonata della taiwanese Tsai forse vuole saggiare la reazione della Cina e trarne qualche vantaggio negoziale», a Pechino c’è forte preoccupazione nei confronti dell’approccio del tycoon newyorkese. L’atteggiamento di Trump contrasta infatti con la politica di ‘una sola Cina’ inaugurata nel 1971 con il viaggio di Richard Nixon alla corte di Mao Zedong, in base alla quale Washington ha riconosciuto la Repubblica Popolare Cinese e rotto le relazioni diplomatiche con Taipei. Benché gli Usa abbiano assicurato in maniera discreta a Taiwan tutta l’assistenza militare e politica necessaria ad impedire un ricongiungimento ufficiale tra l’isola e la Cina continentale, nessun presidente si è mai azzardato a mettere in discussione questa traiettoria strategica che ha di fatto permesso ai due Paesi di instaurare un rapporto di stretta collaborazione economica, con la Cina che acquistava montagne di debito pubblico statunitense in cambio dell’appoggio statunitense – anche in seno a consessi internazionali quali Banca Mondiale e Fmi – alla strategia commerciale di Pechino, che nella sua fase di ‘accumulazione primitiva’ era completamente imperniata sull’export.

Da qualche anno a questa parte, la Cina, a differenza della Germania, ha tuttavia cominciato a liberarsi progressivamente del debito pubblico Usa, nella consapevolezza che crescere a spese degli altri rappresenta una pessima idea, in quanto l’esportatore, per il fatto stesso di vendere agli altri Paesi i propri beni, tende ad essere contagiato dai loro problemi nel momento in cui gli importatori, per una qualsiasi ragione, vedono compromessa la propria capacità di pagare. Per questo motivo dal 2005 i cinesi mantengono la barra in direzione di una costante rivalutazione dello yuan e di una parallela riduzione del saldo commerciale, nel tentativo di sottrarsi il più possibile alle turbolenze dell’economia globale. Così, la Cina ha lasciato rivalutare il renminbi rispetto al dollaro per un totale del 25% dal 2005 al 2015; al netto dell’inflazione, il tasso di cambio è cresciuto del 45% in dieci anni.

L’apprezzamento della moneta cinese rappresenta in tutta evidenza un tassello fondamentale della strategia dello ‘sviluppo pacifico’ snocciolata nel 2004 dall’allora presidente Hu Jintao durante l’incontro annuale del Forum di Boao. «La pace, l’apertura, la cooperazione, l’armonia e le relazioni win-win – ha dichiarato all’epoca Hu Jintao – sono la nostra politica, la nostra idea, il nostro principio e il nostro intendimento. Per intraprendere la strada dello sviluppo pacifico occorre conciliare lo sviluppo domestico con l’apertura al mondo esterno, legare lo sviluppo della Cina con quello del resto del mondo, e combinare gli interessi fondamentali del popolo cinese con gli interessi comuni di tutti i popoli del mondo. La Cina persiste nella sua ricerca di armonia e di sviluppo interno ma perseguendo anche la pace e lo sviluppo esterno; i due aspetti, strettamente collegati e organicamente uniti, sono un insieme integrato, e contribuiranno a costruire un mondo armonioso di pace duratura e di prosperità comune». Nello stesso novero vanno iscritte iniziative di ampio respiro come la fondazione dell’istituto di credito di riferimento dei Brics e dell’Asian Infrastructore Investments Bank (Aiib, alla cui costituzione hanno compartecipato anche numerose nazioni europee schierate a fianco degli Stati Uniti e facenti parte della Nato), che assicurano ulteriori frecce al soft power di Pechino incrementando la capacità di penetrazione economica cinese in tutto il mondo.

Sotto l’amministrazione Obama, Washington ha rispolverato la teoria del contaiment elaborata in funzione anti-sovietica dall’abile stratega George Kennan negli anni ’40, patrocinando l’istituzione della Trans-Pacific Partnership (Tpp) e dislocando navi e basi militari nelle Filippine, in Thailandia, in Australia, a Singapore, ecc. con l’obiettivo di accerchiare economicamente e militarmente la Cina. Tutto in conformità alla nuova ‘logica del Pacifico’ annunciata nel 2011 dall’allora segretario di Stato Hillary Clinton in un articolo per ‘Foreign Policy’. La stessa Clinton prestava però estrema attenzione a non tirare troppo la corda con la Cina, nella consapevolezza che «non puoi essere troppo duro con il tuo banchiere».

Trump invece, con la mentalità pragmatica tipica degli uomini d’affari, ha messo in discussione ben 40 anni di rapporti faticosamente costruiti, domandando esplicitamente perché gli Usa dovrebbero continuare ad adeguarsi incondizionatamente alla politica di ‘una sola Cina’ e non includerla invece in una più ampia trattativa volta a ristabilire i termini di una delle più delicate relazioni diplomatiche al mondo. Intanto, Trump ha nominato alla politica commerciale statunitense l’economista Peter Navarro, un convinto sostenitore della necessità di irrigidire l’approccio nei confronti della Cina.

Il presidente Xi Jinping, il quale ha dichiarato senza mezzi termini che «il partito comunista sarebbe rovesciato dal popolo cinese se la questione taiwanese non fosse risolta, per questo non lasceremo che altre forze internazionali interferiscano», è corso ai ripari invitando a Pechino nientemeno che Henry Kissinger. Il grande stratega statunitense ha quindi riconosciuto che «questo presidente eletto è unico nella mia esperienza, perché non ha assolutamente un bagaglio di obblighi verso alcun gruppo particolare, è diventato presidente sulla base della sua strategia», e invitato le autorità cinesi a «non insistere a inchiodare Trump a posizioni che ha tenuto in campagna elettorale sulle quali non insisterà da presidente […]. Se invece insisterà bisognerà tenerne conto». Da tempo infatti sussiste in seno al governo cinese una certa preoccupazione nei confronti della cosiddetta ‘trappola di Tucidide’, una teoria che ritiene inevitabile lo scontro tra la potenza egemone ben introdotta sul viale del tramonto e la forza emergente, analogamente a quanto accadde nella Grecia dilaniata dal confronto tra Sparta e Atene.

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