venerdì, Febbraio 28

Donald Trump: che bello essere sulla bocca di tutti Quella di Trump è strategia politica? Ne abbiamo parlato con il giornalista Luca Marfé

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E’ passato un anno ormai da quando l’America ha eletto Donald Trump, un presidente sui generis, un uomo, un personaggio sulla bocca di tutti. Provocatorio, incurante, sfrontato davanti a tutto e a tutti. E’ questo il comportamento che ha mostrato sin dall’inizio, quando ancora la Casa Bianca era un’ideale meta, e quello che oggi continua ad ostentare, chiaramente consapevole delle sue potenzialità. Non importano le gaffe, i toni forti, basta che di lui se ne parli ovunque.

Giusto ieri, durante una cerimonia in onore degli ex combattenti nativi Navajo, il presidente, rivolgendosi con tono sarcastico ai veterani, ha affermato: «Siete persone molto speciali, siete qui da molto più tempo di tutti noi. Anche se abbiamo una rappresentante al Congresso che dicono sia qui da tanto tempo. La chiamano Pocahontas». Irresistibile il riferimento alla senatrice democratica Elisabeth Warren di cui contesta le origini native. Subito la reazione di sdegno della Warren che parla di «insulti razzisti» e la difesa tappabuchi della portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders. Insomma,  ci risiamo. Le sue parole sono dappertutto. L’opposizione insiste nel ribattere sempre con lo stesso registro e lui, in fin dei conti, continua così, sulla strada del successo.

Ne abbiamo parlato con Luca Marfé, giornalista professionista basato a New York, contributor tra gli altri per ‘Vanity Fair, ‘Il Mattino di Napoli’ e ‘La Repubblica’.

Da più di un anno a questa parte non fanno altro che parlare di lui: c’è una vera e propria strategia politica dietro questo ‘basta che se ne parli’?

La strategia, in realtà, è editoriale più che politica. I colossi dell’informazione che hanno ostacolato Trump sin dal momento ancora precedente alla sua effettiva candidatura, e a mano a mano in maniera sempre più aspra, hanno imparato strada facendo a ‘nutrirsene’. Da quando l’attuale presidente ha vinto la sua corsa elettorale, tra i repubblicani prima e contro Hillary poi, gli indici di ascolto non hanno fatto altro che salire. E le vendite dei giornali, così come i click sul web, hanno vissuto e vivono tuttora delle performance record.Certo, la strategia è anche sua, del tycoon. Dapprima improvvisata. Col trascorrere delle settimane e dei mesi, invece, sempre più strutturata, addirittura ragionata. Per quanto possa sembrare impulsivo e inesperto, infatti, Trump ha imparato i segreti della comunicazione, che oggigiorno tendono a coincidere con quelli della politica, molto bene e molto in fretta. Un vero maestro, per quanto lo si possa amare o odiare. Sarebbe sufficiente uno studio, anche superficiale, del suo profilo Twitter per comprendere quanto sia in grado di calamitare tutte le attenzioni su di sé. Forse neanche Barack Obama, che la Storia l’ha fatta per davvero, ha avuto mai così tanti riflettori puntati addosso. Ovunque nel mondo, peraltro. Nel bene e nel male.

Qual è l’effetto che questa esposizione mediatica ha sugli americani?

Gli americani si dimostrano ogni giorno un po’ più isterici da un lato e puntualmente più testardi dall’altro. C’è chi pensa di poter cacciare Trump dallo Studio Ovale a suon di hashtag (#NotMyPresident e #Impeach, tanto per citarne un paio dei più cliccati) e chi, invece, pur ammettendo tutta una serie di limiti relativi alla persona e al personaggio, lo ha eretto oramai a paladino di ciò che resta di una vecchia America fatta di ricordi e nostalgie. Un’America che non tornerà, che è già in qualche modo cambiata per sempre. Ma che il nuovo inquilino della Casa Bianca fa rivivere, anche soltanto a parole, in quell’orgoglio a stelle e strisce che Obama e peggio ancora Hillary Clinton non sono stati in grado di coltivare. Perlomeno non tra le fila di chi americano lo è già da tanto tempo. In altre parole, da un certo momento in poi, ed in particolare durante la campagna elettorale dello scorso anno, ci si è presi talmente tanta cura di tutte le minoranze di questo Paese che ci si è dimenticati di quella spina dorsale fatta di operai, contadini e, inutile girarci troppo intorno, cittadini bianchi. Già, perché nel discorso della razza, molti bianchi si sono sentiti quasi messi all’angolo da una retorica probabilmente necessaria per arginare certe storture (i white suprematist su tutti, ma anche alcuni rigurgiti del Ku Klux Klan), ma al tempo stesso percepita come monotona e ridondante. Trump ha offerto a tutti i delusi un’alternativa. Ha sottolineato tutte le loro preoccupazioni, le ha cavalcate. Talvolta le ha persino rafforzate o inventate di sana pianta. E poi si è offerto di prendersene cura, di individuare punto per punto delle soluzioni concrete. Lo ha fatto con un linguaggio semplice. Che ha portato un certo ceto intellettuale a storcere il naso. Ma che altro non è che quello dell’americano medio. Per tornare al punto di partenza: qual è l’effetto Trump su questo Paese? Quello di averlo spaccato in due metà, ogni giorno un po’ più lontane.

Trump onnipresente (anche sui social): quel suo modo di fare, quel non curarsene continuerà a sortire un effetto a lui favorevole? 

Alcune settimane fa ho scritto una breve analisi dal titolo emblematico: ‘La trappola, ovvero perché attaccare Trump fa il gioco di Trump’. Ebbene, la si potrebbe rileggere, certo. Ma il significato, stringato ed evidente, è già tutto qui. Il tycoon tira dritto per la sua strada e rischia di fare ancora meglio. Soprattutto se dovesse riuscire ad incassare qualche risultato importante (la riforma fiscale, ad esempio). Allora sì, dimostrerebbe di colpo che tutte le critiche che gli sono piovute addosso dai democratici, ma anche dagli stessi repubblicani costretti a mal digerirlo, altro non sono stati che accanimenti politico-mediatici, se non veri e propri isterismi. Darebbe prova, insomma, di poter sradicare una certa maniera, considerata oramai stantia, di occupare i palazzi del potere. Di questo passo, potrebbe essere eletto anche per un secondo mandato. Sarebbe sorprendente, ma in fondo fino ad un certo punto.

Questo modo di fare appartiene più al suo carattere o al suo personaggio?

Come sempre la verità sta nel mezzo. Trump ha iniziato lasciandosi prendere dalla sua foga, televisiva nello specifico, ma caratteriale in senso più vasto. Ha capito poi, con il trascorrere delle settimane, che il suo piglio da ‘bullo’ funzionava eccome e non ha fatto altro che insistere ad oltranza. È ciò che sta tuttora facendo: schiacciare sull’acceleratore delle parole senza frenare mai. Insolito e assai poco istituzionale per un presidente degli Stati Uniti d’America. Ma, che piaccia o no, terribilmente efficace.

La parte della popolazione che si è schierata contro Trump ha una qualche ‘contromossa’ dinanzi a questa sua presenza costante? 

Ci sono dei casi estremi come quello di Tom Steyer: un attivista ambientalista che ha speso 20 milioni di dollari per una campagna che spera conduca all’impeachment del presidente. Certo, non tutti hanno a disposizione certe cifre (ne aveva già versati altri 140 nelle casse del partito democratico). E soprattutto non si capisce bene per quale motivo o in che modo un’iniziativa privata dovrebbe sostituirsi a giudici e tribunali.
In una quotidianità più normale, le persone comuni riversano rammarico e rabbia sui social o nelle piazze, mai dome, soprattutto nelle cosiddette ‘città santuario’. Ma la verità è che alla Casa Bianca c’è un presidente di destra che incarna desideri ed ambizioni di un’America distante dalle proprie coste e dagli scenari che siamo abituati a vedere in tv. Lì, nel mezzo, c’è un Paese vasto che sostiene Trump. È l’alternanza, è la democrazia. Bisognerà pur farci i conti.

Qualche analogia con l’Italia? O con altre figure internazionali?

Trump lo abbiamo ‘inventato’ noi. Lui stesso ha più volte lasciato intendere di essersi ispirato a Silvio Berlusconi. Gli aspetti che li assimilano sono tanti e sono evidenti: dal loro essere imprenditori, alla loro relazione con l’universo femminile. Ma ci sono delle analogie anche con la retorica letteralmente strillata di Beppe Grillo. Una sorta di via di mezzo tra i due che, ancora oggi, negli Stati Uniti come in Italia, qualcuno pensa di poter bollare come ‘populismo’, sperando così di poter blindare le proprie ragioni. E invece no: molto semplicemente, esistono anche le ragioni degli altri.

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