sabato, Dicembre 7

Trump cerca di arruolare Apple per realizzare un 5G USA L'azienda di Cupertino è stata chiamata pubblicamente in causa dalla Casa Bianca

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Dopo l’autorizzazione concessa dal Dipartimento per il Commercio a Microsoft per la fornitura dei propri prodotti a Huawei, sono molte le aziende statunitensi operanti nel settore dell’alta tecnologia a sperare di ottenere un trattamento analogo. Oltre a Google, anelante a ripristinare il rapporto di collaborazione con il colosso di Shenzen per quanto concerne l’installazione del sistema operativo Android e degli altri servizi sui nuovi dispositivi targati Huawei, tra le principale società in questione figura indubbiamente Apple.

La quale, a differenza di molte altre aziende della Silicon Valley, ha ottime ragioni per reclamare un trattamento di favore da parte della Casa Bianca. Agli eccellenti rapporti instaurati da Tim Cook, amministratore delegato di Apple, con Donald Trump (con il quale disputa regolarmente partite di golf) e con la figlia-consigliere Ivanka, va infatti sommato il concreto impegno assunto dal gigante fondato da Steve Jobs di adeguarsi alle direttive del governo in materia di rimpatrio degli impianti produttivi negli Stati Uniti. Pur continuando a produrre la maggior parte dei suoi dispositivi al di fuori degli Usa, annoverando svariati partner industriali cinesi ed avendo nella Repubblica Popolare Cinese uno dei principali mercati di sbocco (assicura infatti il 17% dei ricavi su scala globale), Apple non ha mancato di sottolineare che la sua presenza manifatturiera negli Stati Uniti (che assomma nel complesso quasi 10.000 fornitori disseminati in tutti i 50 Stati federati), garantirà un contributo alla crescita dell’economia nazionale quantificabile in 350 miliardi di dollari di ricavi e 30 miliardi di spesa capitale da qui al 2023.

Non va inoltre dimenticato che, nel dicembre 2018, i portavoce di Apple annunciarono il lancio di un robusto piano di investimenti per la costruzione di un Campus da 133 acri ad Austin che, secondo le previsioni della società, potrebbe dar lavoro a ben 15.000 persone. Il programma andrebbe a rafforzare la già considerevole presenza di Apple presso la capitale texana, che già due uffici in cui lavorano circa 6.200 dipendenti in totale, e a consentire al colosso hi-tech di impiantare le proprie radici anche a Seattle (Stato di Washington), San Diego (California) e  Culver City (California), dove si prevede di aprire tre nuovi uffici da circa 1.000 dipendenti ciascuno. A fianco di ciò, Apple ha messo in cantiere l’espansione delle attività produttive presso gli stabilimenti di New York, Boston (Massachusetts) e Portland (Oregon). Dal canto suo, la Casa Bianca spera che Apple si spinga ad assemblare nel complesso situato a Austin – città che si candida ogni giorno di più ad accreditarsi come nuova Silicon Valley – non soltanto i nuovi computer MacPro, ma anche gli smartphone iPhone.

La possibilità di aggirare il regime tariffario e i notevoli incentivi alla rilocalizzazione offerti dalla radicale riforma fiscale introdotta dall’amministrazione Trump potrebbero effettivamente giocare un ruolo determinante rispetto a ciò, ma il vero punto di svolta potenzialmente in grado di indurre il consiglio d’amministrazione di Apple a sciogliere gli ultimi nodi è indubbiamente dato dalla clamorosa presa di posizione di Donald Trump. Il presidente ha infatti pubblicamente richiesto a Cook di sostenere gli sforzi del governo per quanto concerne lo sviluppo delle infrastrutture necessarie a supportare la tecnologia 5G. «Disponiamo di tutto ciò che occorre allo scopo: i soldi, la tecnologia, la visione strategica e Cook» ha twittato il tycoon newyorkese. Il problema è che, attualmente, Apple – pur nel pieno di un ambizioso piano riorganizzativonon ha in programma alcun investimento legato allo sviluppo della tecnologia 5G. E a differenza di aziende del calibro di Qualcomm e Cisco, non dispone delle competenze necessarie, come rilevato da alcuni dei principali addetti ai lavori di Wall Street che hanno ironizzato sull’uscita di Trump.

Il sostanziale fallimento della campagna di pressione orchestrata negli scorsi mesi dall’amministrazione Trump per convincere i partner europei a non affidarsi alle infrastrutture connesse al 5G fornite dalle società cinesi Huawei e Zte obbliga però il governo a individuare soluzioni alternative, perché gli altri produttori (la svedese Ericsson, la finlandese Nokia e la sudcoreana Samsung) non sembrano assolutamente in grado di esercitare una concorrenza adeguata ai produttori dell’ex Celeste Impero. Basti pensare che, lo scorso ottobre, Huawei ha annunciato di aver già concluso più di 60 contratti per la fornitura della tecnologia 5G e di aver già consegnato circa 400.000 dispositivi per le reti veloci.

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