domenica, Giugno 7

Trump attacca l’OMS, ma l’incubo è la Cina Una prova di forza che vede Washington confrontarsi con la crescente influenza di Pechino

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Gli attacchi di Donald Trump all’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), accusata di inefficienza nella gestione della crisi legata alla diffusione di COVID-19 e di eccessivo ‘sino-centrismo’ nel suo approccio al problema, e la conseguente decisione di sospendere l’erogazione del contributo finanziario di Washington all’organizzazione stessa (per ora provvisoriamente, in attesa degli esisti di una valutazione sulla sua attività) sono stati accolti con preoccupazione dentro e fuori gli Stati Uniti. L’annuncio della Casa Bianca si è scontrato con le critiche degli ambienti filantropici del Paese ma anche con l’ostilità del Congresso, parte del quale teme che la sospensione dei finanziamenti (il contributo statunitense all’OMS è compreso fra i quattrocento e i cinquecento milioni di dollari all’anno) da provvisoria possa diventare definitiva. La scelta di Trump è stata, inoltre, criticata dai vertici dell’OMS e da molti alleati degli Stati Uniti. Il governo russo ha parlato di mossa ‘molto allarmante’, segno di un atteggiamento ‘molto egoistico’ verso il problema, mentre Alto rappresentante europeo per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha espresso rammarico per la decisione, presa in un momento in cui gli sforzi di Washington ‘sono più che mai necessari per contribuire a contenere e mitigare la pandemia’.

La decisione dalla Casa Bianca (che ha comunque riscosso il favore della grande maggioranza dei congressmen repubblicani) può essere letta a diversi livelli. Da alcune parti è stato fatto rilevare come le accuse di inefficienza rivolte all’OMS mirino in larga misura a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla cattiva gestione dell’emergenza da parte dell’amministrazione in un momento in cui – con oltre 632.000 casi registrati e oltre 31.000 decessi confermati dal Centers for Disease Control and Preventionla situazione negli Stati Uniti non accenna a migliorare. Da altre parti è stato invece osservato come le somme congelate ed eventualmente non erogate a favore dell’OMS possano essere riallocate dalla Casa Bianca per finanziare altre attività in ambito sanitario; un’eventualità che, riguardando somme già messe a bilancio, non richiederebbe, strictu senso, l’approvazione da parte del Congresso e che potrebbe concorrere sia ad estendere le misure di contenimento e contrasto adottate a livello nazionale sia ad aumentare il volume degli aiuti erogati direttamente del governo a Paesi amici attraverso i suoi programmi di assistenza bilaterale e l’attività di organismi a controllo diretto’ come USAID.

In quest’ultimo caso, ci si troverebbe di fronte a una scelta sostanzialmente coerente con il più ampio quadro della politica estera dell’amministrazione Trump. Sin dall’insediamento, il Presidente si è mosso attivamente per ridimensionare il profilo multilaterale degli Stati Uniti e, allo stesso tempo, il rilievo internazionale del ‘sistema ONU’, al cui interno di colloca anche l’OMS. Negli anni dell’amministrazione Trump, Washington si è ritirata da diversi comitati e agenzie ONU e ha ridotto drasticamentei finanziamenti ad altri organismi, spesso giustificando la scelta con la presunta inefficienza e/o con parzialità della loro azione. Parallelamente, l’amministrazione ha avviato una attiva politica di consolidamento delle relazioni bilaterali con una serie di partner privilegiati, considerati vicini alle posizioni statunitensi e/o utili per il perseguimento degli interessi del Paese nelle diverse parti del mondo. Questa strategia non è stata priva di critiche. Ad esempio, lo stesso Senato (a maggioranza repubblicana) ha più volte espresso i suoi timori riguardo ai possibili rischi della politica filo-saudita portata avanti dalla Casa Bianca negli ultimi anni, che avrebbe per gli Stati Uniti tuta una serie di ricadute indesiderate.

In seno all’ONU è infatti in corso, oggi, una prova di forza che vede Washington confrontarsi con la crescente influenza di Pechino. Attualmente, quattro delle quindici agenzie specializzate delle Nazioni Unite sono guidate da un rappresentante cinese e Pechino ha espresso la propria candidatura alla guida di una quinta agenzia (la delicata Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale)l’elezione del cui Direttore generale è prevista in queste settimane. La RPC ha inoltre aumentato molto il suo contributo al bilancio ONU e accresciuto il suo profilo nelle varie attività, comprese quelle come il peacekeeping a più marcato carattere politico. E’ un attivismo che gli Stati Uniti guardano con preoccupazione, temendo, fra l’altro, che possa tradursi in uno snaturamento dei valori e delle finalità dell’organizzazione. Su questo sfondo, la posizione dell’amministrazione Trump nella vicenda OMS acquista un significato più ampio e si inserisce nel quadro di una competizione sino-americana che COVID-19 rischia di alimentare. Da questo punto di vista, l’accusa all’organizzazione di essere ‘troppo sino-centrica’ è significativa. Al di là del dibattito sulle responsabilità e sulle risposte da dare alla pandemia, gli attori globali sono già impegnati nella lotta per definire i tratti del ‘mondo che verrà dopo’.

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