giovedì, Ottobre 1

Trump ammicca ai frackers

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Da diversi anni ormai, gli Stati Uniti sono i secondi consumatori di energia al mondo. Petrolio e gas dominano la scena, rispettivamente con 38% e 31% del consumo totale Usa, seguiti da carbone (17%), nucleare (8%), idroelettrico (3%) e rinnovabili (3%). Nel 2015 si erano imposto come maggiori produttori mondiali di petrolio, coprendo circa il 13% dell’output complessivo e come grandi produttori di gas (22% del totale). La tecnica estrattiva del fracking ha consentito l’immissione sull’offerta mondiale dei cosiddetti tight oil e shale gas che sono alla base di questo boom, grazie al quale il Paese è tuttavia riuscito soltanto a ridimensionare la dipendenza dagli approvvigionamenti esterni e non ad abolirla, come molti osservatori avevano previsto.

A partire dal 2014, la situazione si è fatta sempre più difficile a causa del crollo del prezzo del barile, che ha eroso i margini di guadagno delle compagnie operanti nel settore degli idrocarburi non convenzionali costringendole a ridurre il numero delle trivellazioni per non finire in bancarotta. Cosa che ha determinato un forte calo della produzione, a cui gli Usa devono ora far fronte incrementando le importazioni.

Donald Trump si troverà a gestire questa complessa situazione segnata dall’emergere dei limiti della produzione di tight oil e shale gas che Barack Obama aveva troppo frettolosamente ritenuto sufficienti per annunciare al mondo che gli Usa si apprestavano ormai a conquistare l’agognata autosufficienza energetica. Il primo e più importante problema attiene al rapido esaurimento dei pozzi, almeno la metà dei quali avviene nell’arco di un anno. Il che rimanda alla necessità di effettuare continue trivellazioni, le quali richiedono a loro volta un flusso costante di finanziamenti che con il quantitative easing della Federal Reserve era tutto sommato semplice reperire, ma con il tapering e l’imminente stretta creditizia che Janet Yellen ha promesso (per l’ennesima volta) di attuare sarà molto più difficile adempiere a questo compito. Occorre inoltre che il prezzo del barile si mantenga al di sopra della soglia critica dei 55-65 dollari, assicurando ai produttori un margine di manovra sufficiente a permetter loro di concorrere sul mercato. Il taglio della produzione concordato dall’Opec lo scorso 30 novembre preannuncia un sensibile rialzo della quotazione del greggio, ma prima che si torni ai livelli antecedenti all’agosto 2014 occorrerà aspettare ancora diversi anni.

In questi due anni di petrolio ai minimi, decine di imprese Usa operanti nel settore si sono viste costrette a chiudere i battenti, nonostante fossero riuscite ad abbattere i costi di estrazione del 35-40% e ad incrementare la produttività in maniera altrettanto considerevole. Le condizioni critiche in cui versa l’industria legata agli idrocarburi non convenzionali rischia inoltre di subire le ripercussioni dell’applicazione del regime fiscale elaborato da Trump, che secondo le stime dovrebbe portare a un sensibile aumento dei prezzi con conseguente rialzo dei rendimenti ed incremento degli oneri finanziari.

Tutto ciò potrebbe essere compensato dal pacchetto di misure apertamente favorevoli ai frackes che il tycoon neworkese ha promesso di introdurre. La sospensione del Clean Power Plan concepito dall’amministrazione Obama per ridurre le emissioni nocive, la riduzione degli incentivi e dei sussidi per i produttori di energia pulita, la rimozione delle norme che limitano le possibilità di trivellazione, la rinegoziazione degli impegni presi in materia di contenimento dell’impatto ambientale, la conversione al gas del regime di alimentazione dei trasporti pubblici e la sottrazione di talune prerogative alle autorità preposte al rispetto delle norme ambientali favoriranno indubbiamente l’attività dei frackers. Anche i produttori di carbone tireranno un sospiro di sollievo, visto che Trump ha promesso di bloccare il processo di smantellamento degli impianti carboniferi avviato ormai da molti mesi. Se ne sarà rallegrato lo stesso Warren Buffet, il guru della finanza strettamente alleato dia di Obama che di Hillary Clinton la cui crociata ambientalista contro la realizzazione degli oleodotti, come l’ormai famigerato Keystone Xl, assume un significato ben preciso se si considera che queste condutture rischiano di spezzare il monopolio nel trasporto di carbone e petrolio detenuto Burlington Northern Santa Fe Railway, di proprietà del magnate. Ciononostante, il Clean Power Plan contiene restrizioni vincolanti di cui nemmeno Trump potrà evitare di tener conto, specie per quanto riguarda gli standard federali riguardo a mercurio, arsenico e altre sostanze tossiche che si sprigionano con la combustione del carbone. Il carbone non potrà quindi recuperare l’antico splendore.

Anche la stella del fracking su cui molti avevano puntato per pronosticare l’imminente indipendenza energetica Usa è ormai irreversibilmente eclissata dalla sua intrinseca inaffidabilità rispetto ai metodi convenzionali e dalle sue pesantissime ricadute sull’ambiente, anche in termini sismici. Trump ritiene però possibile e anzi doveroso rilanciare questa produzione, e a tale scopo si appresta a lanciare un colossale piano di ammodernamento delle infrastrutture energetiche che, a suo dire, versano in uno stato disastroso. All’interno del Paese mancano infatti collegamenti tra le attività upstream e downstream, le condutture sono soggette a logorio e scarsa manutenzione e una parte più che preponderante delle raffinerie si adattano al greggio pesante importato da Big Oil ma non al petrolio leggero estratto dai frackers.

Da ciò, e dalla promessa di disimpegno dal Medio Oriente in cui si concentrano gli interessi delle maggiori compagnie petrolifere Usa, emerge che la politica di Trump sembra essere molto più allineata alle necessità dei piccoli e medi produttori locali di greggio, che si appoggiano sulle infrastrutture energetiche nazionali e assumono dipendenti locali, che a quelle di Big Oil. Quello a cui il nuovo presidente sembra puntare è un riequilibrio dei rapporti tra le varie fazioni di cui si compone il cruciale settore petrolifero.

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